Acquisire competenza
" I laici devono
assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e in esso,
guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità
cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare
con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria
responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del
regno di Dio.
L'ordine temporale deve essere rinnovato in
modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie sia reso più conforme
ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni
di luogo, di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue
eminentemente l'azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che
essa si estenda a tutto l'ambito dell'ordine temporale, anche a quello della
cultura"
[Decreto Apostolicam
actuositatem -=sull'attività apostolica- sull'apostolato dei laici, diffuso
solennemente il 18-11-65, n.7].
Ho citato un
documento scritto diversi anni fa dai nostri capi religiosi dal quale emerge
che ci si aspetta molto dai laici. In
particolare il nostro clero ritiene che essi abbiano una specifica competenza nel trattare delle cose profane, vale a dire di tutto ciò che non è liturgia, sacramento e
insegnamento della dottrina di fede. Da un lato però credo che non si debba
dare per scontata quella particolare competenza nei laici, perché essa non è
innata ma si costruisce faticosamente con l'esperienza e lo studio e nel
dialogo, d'altro lato sorgono continuamente problemi perché nella nostra
collettività religiosa c'è la regola della cristiana
obbedienza all'autorità religiosa, che viene esercitata da membri del
clero, e dunque l'ultima parola su tutto
sembra in definitiva spettare a persone che ammettono di essere meno competenti su certi temi.
Troviamo infatti
scritto in un altro celebre documento della grande congregazione dell'inizio
degli anni '60:
"I laici, come
tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i
pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro
magistero e della loro autorità nella Chiesa" [Costituzione dogmatica Lumen Gentium = luce delle genti - sulla
Chiesa, n.37, del 21-11-64].
E questo anche se poco
prima, nel medesimo paragrafo è scritto:
"Secondo la
scienza, la competenza e prestigio di cui godono, [i laici] hanno la facoltà, anzi anche il dovere, di
far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa".
A questo proposito
Lorenzo Milani, in tono scherzoso ma neanche tanto, osservava che dobbiamo
occuparci di più dei nostri vescovi, per far capir bene loro le cose del mondo,
altrimenti ci vengono su male.
In effetti certe
volte il nostro clero tratta di cose profane,
ad esempio del matrimonio di cui in genere non ha esperienza diretta, e noi
laici comprendiamo bene che quello che viene detto corrisponde poco alla realtà
delle cose e viene infarcito con un po' troppa ideologia di origine teologica,
ma di solito evitiamo di farlo notare platealmente per l'affetto che portiamo a
chi ci parla. Forse dovremmo essere un po' più sfacciati, talvolta. E' che non
ci piace vedere in difficoltà i nostri sacerdoti e allora certe cose finiamo
col dircele solo tra noi, come nel caso dei rapporti coniugali.
Molte volte invece il
nostro clero è più competente di noi laici nei campi in cui noi dovremmo
impegnarci con responsabilità primaria, ma è costretto ad autolimitarsi per il
motivo che in democrazia vengono maltollerate le autorità che non hanno una
derivazione popolare e poi per lo stesso accordo tra il nostro Stato e i nostri
capi religiosi che prevede una distinzione
tra le rispettive autorità che limita l'ingerenza reciproca. In questi casi chi
nella nostra collettività religiosa esercita l'autorità si autolimita benché competente o addirittura più competente di noi laici.
E, infine, c'è il problema dei problemi che è costituito
dalla circostanza che nelle democrazie popolari contemporanee la maggior parte
delle decisioni, salvo quelle che riguardano i principi supremi che
costituiscono la base condivisa della convivenza, sono prese a maggioranza. Naturalmente è
ragionevole che in religione questa regola possa essere derogata quando,
appunto, si verte in materia dei principi supremi che riguardano il deposito di fede ricevuto dalle origini,
analogamente a quanto accade negli stati democratici in cui, ad esempio, il principio di uguale dignità delle persone
si ritiene sottratto alla regola maggioritaria. Ma che dire se si tratta di
altre questioni che, sebbene abbiano un rilievo anche religioso, riguardano
essenzialmente lo spazio profano,
come ad esempio la disciplina fiscale del patrimonio appartenente agli enti
ecclesiastici o le modalità con cui lo Stato finanzia la nostra collettività
religiosa o la gestione di una banca vaticana?
Di fatto negli
ultimi decenni si è assistito ad un imponente sviluppo di una produzione normativa
delle nostre autorità religiose in materia di questioni profane, contenuta in documenti variamente denominati, costituzioni, decreti, dichiarazioni, encicliche,
lettere pastorali, prolusioni e documenti
finali di vari consessi, messaggi radiotelevisivi e giornalistici,
fino ad arrivare alle omelie di vescovi,
più o meno solenni. Da segnalare anche il valore normativo che si è inteso dare
al Catechismo della Chiesa Cattolica, del
1992 (aggiornato nel 1997). Tenuto conto di tutto questo materiale proveniente
dall'autorità religiosa, che il più delle volte
è frutto di un lavoro collettivo con l'impegno anche di persone laiche
competenti in vari settori, può sembrare che al laico poco rimanga da fare, dal
punto di vista ideativo, che studiare
ciò che è stato già scritto e promulgato dai propri superiori religiosi, mentre
poi il campo suo proprio sia essenzialmente quello attuativo, della messa in pratica, delle decisioni altrui. Questa
era appunto il senso che si dava all'impegno del laico alle origini della dottrina sociale della Chiesa,
nell'Ottocento.
Vi invito però a sottoporre a verifica questa
affermazione: le nostre autorità religiose storicamente si sono manifestate
sempre come inizialmente conservatrici o addirittura come reazionarie di fronte
alle novità. Ciò che oggi consideriamo progressi nelle loro concezioni sul
mondo profano, ad esempio
l'accettazione della democrazia politica come regime preferibile per gli stati,
pienamente accolta solo con l'enciclica Centesimus
annus, del 1991 (a cento anni dall'enciclica Rerum Novarum = sulle novità dei tempi- del papa Leone 13°!), sono derivati sempre
da un'azione insieme di pressione e di persuasione del mondo laico e non solo
dei più competenti in esso, ma delle stesse masse cattoliche. Analoghi frutti,
ma meno appariscenti, sono stati prodotti anche con riferimento alla stessa
dottrina della fede in molti campi. Insomma, la gerarchia è sempre stata trascinata. Lo dico più esplicitamente:
per come mi pare di aver capito, non ci
sono mai stati Papi realmente innovatori. Il riconoscimento del nuovo da parte dell'autorità religiosa è arrivato
sempre dopo, spesso con intenti di contenimento della portata della novità.
Per quanto riguarda la democrazia politica, ad esempio, dopo che essa si è dimostrata capace di assicurare in Europa e in
altre parti del mondo un ordinamento pacifico e rispettoso delle libertà
religiose.
Anche il
riconoscimento del ruolo e della dignità dei laici che fu proclamato all'inizio
degli anni '60 dai nostri capi religiosi
ci fu dopo che i laici avevano di
fatto conquistato quel ruolo e quella dignità. E lo stesso è avvenuto per un
maggior riconoscimento della dignità delle donne in vari campi, a cominciare
dal matrimonio.
Quella che una volta
veniva considerata ribellione, indocilità
e usurpazione, vale a dire l'iniziativa autonoma dei laici per il
rinnovamento del mondo secondo i principi di fede, viene oggi considerata dalle
nostre autorità religiose necessaria e doverosa. Ma certamente questa che è
indubbiamente un'apertura rispetto
alla situazione dei quasi due millenni precedenti di storia cristiana è in
qualche modo resa un po' meno efficace per la costante e massiva opera di supplenza esercitata dalle nostre
autorità religiose su temi specificamente profani.
In Italia, ad esempio, si contano sulle dita delle mani i laici che hanno
assunto una autorevolezza simile a quella di un Jacques Maritain: ricordo il beato Giuseppe
Toniolo, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti,
Giuseppe Lazzati, Vittorio Bachelet, Pietro Scoppola, e non molti altri a mia memoria. Di solito la storia recente della
nostra collettività religiosa viene riassunta di enciclica in enciclica e di Papa in Papa, con qualche riferimento
al Concilio Vaticano 2°. Il mondo
laico, in questa prospettiva, scompare.
Penso che uno degli esercizi di laicità che potremmo
utilmente proporci di fare con continuità, nell'interesse di tutta la nostra collettività religiosa, gerarchia
compresa, è quello di cominciare a ragionare su come rendere ragione della nostra fede nel mondo di oggi a partire dalle
nostre esperienze particolari,
personali e collettive, e sulla base
delle nostre competenze, nel dialogo
che consente l'accrescimento reciproco di queste ultime, utilizzando i
documenti dell'autorità religiosa come un sussidio,
non come un sostitutivo
dell'intelligenza nostra. Questo, per come la vedo io, è una parte del lavoro fondamentale
che si fa in Azione Cattolica. Altrimenti,
in definitiva, si potrebbe fare tutto da soli nelle proprie stanze di studio
rimuginando l'imponente corpo della dottrina
sociale della Chiesa e attendendo le novità dalle ultime pubblicazioni,
come si fa con certi autori molto
prolifici e appassionanti, come fu Maigret o come è il nostro Camilleri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli