venerdì 8 novembre 2013

Acquisire competenza


Acquisire competenza

" I laici devono assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio.
 L'ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie sia reso più conforme ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue eminentemente l'azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l'ambito dell'ordine temporale, anche a quello della cultura"
[Decreto Apostolicam actuositatem -=sull'attività apostolica- sull'apostolato dei laici, diffuso solennemente il 18-11-65, n.7].
 Ho citato un documento scritto diversi anni fa dai nostri capi religiosi dal quale emerge che ci si aspetta molto dai laici. In particolare il nostro clero ritiene che essi abbiano una specifica competenza nel trattare delle cose profane, vale a dire di tutto ciò che non è liturgia, sacramento e insegnamento della dottrina di fede. Da un lato però credo che non si debba dare per scontata quella particolare competenza nei laici, perché essa non è innata ma si costruisce faticosamente con l'esperienza e lo studio e nel dialogo, d'altro lato sorgono continuamente problemi perché nella nostra collettività religiosa c'è la regola della cristiana obbedienza all'autorità religiosa, che viene esercitata da membri del clero, e dunque  l'ultima parola su tutto sembra in definitiva spettare a persone che ammettono di essere meno competenti  su certi temi.
 Troviamo infatti scritto in un altro celebre documento della grande congregazione dell'inizio degli anni '60:
"I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa" [Costituzione dogmatica Lumen Gentium = luce delle genti - sulla Chiesa, n.37, del 21-11-64].
 E questo anche se poco prima, nel medesimo paragrafo è scritto:
"Secondo la scienza, la competenza e prestigio di cui godono, [i laici] hanno la facoltà, anzi anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa".
 A questo proposito Lorenzo Milani, in tono scherzoso ma neanche tanto, osservava che dobbiamo occuparci di più dei nostri vescovi, per far capir bene loro le cose del mondo, altrimenti ci vengono su male.
 In effetti certe volte il nostro clero tratta di cose profane, ad esempio del matrimonio di cui in genere non ha esperienza diretta, e noi laici comprendiamo bene che quello che viene detto corrisponde poco alla realtà delle cose e viene infarcito con un po' troppa ideologia di origine teologica, ma di solito evitiamo di farlo notare platealmente per l'affetto che portiamo a chi ci parla. Forse dovremmo essere un po' più sfacciati, talvolta. E' che non ci piace vedere in difficoltà i nostri sacerdoti e allora certe cose finiamo col dircele solo tra noi, come nel caso dei rapporti coniugali.
 Molte volte invece il nostro clero è più competente di noi laici nei campi in cui noi dovremmo impegnarci con responsabilità primaria, ma è costretto ad autolimitarsi per il motivo che in democrazia vengono maltollerate le autorità che non hanno una derivazione popolare e poi per lo stesso accordo tra il nostro Stato e i nostri capi religiosi che prevede una distinzione tra le rispettive autorità che limita l'ingerenza reciproca. In questi casi chi nella nostra collettività religiosa esercita l'autorità si autolimita benché competente o addirittura più  competente di noi laici.
 E, infine, c'è  il problema dei problemi che è costituito dalla circostanza che nelle democrazie popolari contemporanee la maggior parte delle decisioni, salvo quelle che riguardano i principi supremi che costituiscono la base condivisa della convivenza, sono prese a maggioranza. Naturalmente è ragionevole che in religione questa regola possa essere derogata quando, appunto, si verte in materia dei principi supremi che riguardano il deposito di fede ricevuto dalle origini, analogamente a quanto accade negli stati democratici in cui, ad esempio, il principio di uguale dignità delle persone si ritiene sottratto alla regola maggioritaria. Ma che dire se si tratta di altre questioni che, sebbene abbiano un rilievo anche religioso, riguardano essenzialmente lo spazio profano, come ad esempio la disciplina fiscale del patrimonio appartenente agli enti ecclesiastici o le modalità con cui lo Stato finanzia la nostra collettività religiosa o la gestione di una banca vaticana?
  Di fatto negli ultimi decenni si è assistito ad un imponente sviluppo di una produzione normativa delle nostre autorità religiose in materia di questioni profane, contenuta in documenti variamente denominati, costituzioni, decreti, dichiarazioni, encicliche, lettere pastorali, prolusioni  e documenti finali  di vari consessi, messaggi radiotelevisivi e giornalistici, fino ad arrivare alle omelie di vescovi, più o meno solenni. Da segnalare anche il valore normativo che si è inteso dare al Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992 (aggiornato nel 1997). Tenuto conto di tutto questo materiale proveniente dall'autorità religiosa, che il più delle volte  è frutto di un lavoro collettivo con l'impegno anche di persone laiche competenti in vari settori, può sembrare che al laico poco rimanga da fare, dal punto di vista ideativo, che studiare ciò che è stato già scritto e promulgato dai propri superiori religiosi, mentre poi il campo suo proprio sia essenzialmente quello attuativo, della messa in pratica, delle decisioni altrui. Questa era appunto il senso che si dava all'impegno del laico alle origini della dottrina sociale della Chiesa, nell'Ottocento.
  Vi invito però a sottoporre a verifica questa affermazione: le nostre autorità religiose storicamente si sono manifestate sempre come inizialmente conservatrici o addirittura come reazionarie di fronte alle novità. Ciò che oggi consideriamo progressi nelle loro concezioni sul mondo profano, ad esempio l'accettazione della democrazia politica come regime preferibile per gli stati, pienamente accolta solo con l'enciclica Centesimus annus, del 1991 (a cento anni dall'enciclica Rerum Novarum = sulle novità dei tempi- del papa Leone 13°!), sono  derivati sempre da un'azione insieme di pressione e di persuasione del mondo laico e non solo dei più competenti in esso, ma delle stesse masse cattoliche. Analoghi frutti, ma meno appariscenti, sono stati prodotti anche con riferimento alla stessa dottrina della fede in molti campi. Insomma, la gerarchia è sempre stata trascinata. Lo dico più esplicitamente: per come mi pare di aver capito, non ci sono mai stati Papi realmente innovatori. Il riconoscimento del nuovo  da parte dell'autorità religiosa è arrivato sempre dopo, spesso con intenti di contenimento della portata della novità. Per quanto riguarda la democrazia politica, ad esempio, dopo che essa si è dimostrata capace di assicurare in Europa e in altre parti del mondo un ordinamento pacifico e rispettoso delle libertà religiose.
 Anche il riconoscimento del ruolo e della dignità dei laici che fu proclamato all'inizio degli anni '60  dai nostri capi religiosi ci fu dopo che i laici avevano di fatto conquistato quel ruolo e quella dignità. E lo stesso è avvenuto per un maggior riconoscimento della dignità delle donne in vari campi, a cominciare dal matrimonio.
 Quella che una volta veniva considerata ribellione,  indocilità e usurpazione, vale a dire l'iniziativa autonoma dei laici per il rinnovamento del mondo secondo i principi di fede, viene oggi considerata dalle nostre autorità religiose necessaria e doverosa. Ma certamente questa che è indubbiamente un'apertura rispetto alla situazione dei quasi due millenni precedenti di storia cristiana è in qualche modo resa un po' meno efficace per la costante e massiva opera di supplenza esercitata dalle nostre autorità religiose su temi specificamente profani. In Italia, ad esempio, si contano sulle dita delle mani i laici che hanno assunto una autorevolezza simile a quella di  un Jacques Maritain: ricordo il beato Giuseppe Toniolo, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Vittorio Bachelet, Pietro Scoppola, e non molti altri  a mia memoria. Di solito la storia recente della nostra collettività religiosa viene riassunta di enciclica in enciclica e  di Papa in Papa, con qualche riferimento al Concilio Vaticano 2°. Il mondo laico, in questa prospettiva, scompare.
 Penso che uno degli esercizi di laicità che potremmo utilmente proporci di fare con continuità, nell'interesse di tutta la  nostra collettività religiosa, gerarchia compresa, è quello di cominciare a ragionare su come rendere ragione della nostra fede nel mondo di oggi a partire dalle nostre esperienze particolari, personali e collettive,  e sulla base delle nostre competenze, nel dialogo che consente l'accrescimento reciproco di queste ultime, utilizzando i documenti dell'autorità religiosa come un sussidio, non come un sostitutivo dell'intelligenza nostra. Questo, per come la vedo io, è una parte del lavoro fondamentale che si fa in Azione Cattolica. Altrimenti, in definitiva, si potrebbe fare tutto da soli nelle proprie stanze di studio rimuginando l'imponente corpo della dottrina sociale della Chiesa e attendendo le novità dalle ultime pubblicazioni, come si fa con  certi autori molto prolifici e appassionanti, come fu Maigret o come  è il nostro Camilleri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli