La vita interiore
della fede
Il dieci per cento circa
del Catechismo della Chiesa Cattolica
è dedicato alla preghiera che è una realtà interiore anche quando si svolge
come azione collettiva, e allora diventa liturgia, parola che deriva dal greco
antico e che significa appunto azione
collettiva coordinata e sentita come
doverosa. In realtà lo spazio dell'interiorità nella vita di fede è molto
maggiore e solo esigenze di completezza espositiva di tutti i numerosi e
complessi argomenti ritenuti fondamentali nella dottrina religiosa hanno
richiesto di dedicare solo quello spazio al tema della preghiera.
Quando si affrontano
temi religiosi nelle discussioni che si fanno in radio e televisione e sui
giornali di solito la questione della vita interiore del fedele rimane molto
sullo sfondo e viene a volte liquidato con l'argomento "per chi ci crede…", intendendo che
la preghiera è un insieme di pratiche che uno fa tra sé e sé o in gruppi di credenti come lui e che, in definitiva,
lasciano il tempo che trovano, al pari di altre stranezze tutto sommato innocue che girano nella società, perché le
questioni religiose consistono in ben
altro. Ad esempio, si ritiene più interessante sapere come votano quelli
che vanno in chiesa e quanti sono quelli che ci vanno, e se
poi sono praticanti nel senso che si confessano e
fanno la Comunione, e se hanno rapporti sessuali prima del matrimonio religioso
o se, nel matrimonio, usano metodi contraccettivi non naturali e quanto spesso e se usano tradire il coniuge, e com'è
che, se non seguono le norme di polizia sessuale della religione, poi continuano
ad andare in chiesa, e, infine, se i
fedeli, quando votano, decidono da sé o come dicono loro di fare i preti. Poi interessa molto sapere quanto sono ricchi i preti e se e come intrallazzano con i poteri politici. E
poi infine se anche loro vanno a donne,
o a uomini o a bambini, se insomma, nonostante le loro pretese di santità sono,
in fondo, come tutti gli altri e le prediche che fanno sono solo un lavoro come tutti gli altri, per portare a casa
uno stipendio (tra l'altro in Italia in gran parte pagato con i soldi dei
contribuenti). Non è così che accade? Poi succede anche un fatto curioso, vale
a dire che quelli che si definiscono non
credenti pretendono anche di dire a quelli che definiscono credenti come essere religiosi, e addirittura di insegnare, per dire, al Papa
a fare il Papa. In realtà, come ho
sentito dire dallo storico Melloni ieri in una trasmissione alla radio, sempre
meno persone hanno familiarità, non dico con la nostra religione, ma con la
religione in genere. Quindi la realtà interiore della fede, che nell'ottica
della nostra religione è assolutamente centrale e regge tutto il resto, rimane
in genere sconosciuta o, al più, se ne parla superficialmente. Divenuta irraggiungibile
l'inestimabile ricchezza della fede, la perla preziosa, il tesoro nascosto, ciò
che è stato descritto come fuoco bruciante che non consuma e che, talvolta,
induce a lasciare tutto per seguire certi ideali, che contrastano apertamente
con il mondo così come va e con quello che fanno tutti, e addirittura a perdere
la propria vita per gli altri, rimane a galleggiare ciò che a una persona di
fede appare come una tritatura religiosa
priva di vita e confezionata in una sorta di polpettone con una certa
quota di immondizia e di veleni, veramente immangiabile.
Scrisse un grande maestro di spiritualità,
Carlo Maria Martini:
"Sento sempre un
certo disagio, una certa fatica, quando devo parlare della preghiera, perché mi
pare che la preghiera sia una realtà di cui non si possa parlare: si può
invitare a pregare, esortare, consigliare; la preghiera è qualcosa di così
personale, di così intimo, di così nostro, che diventa difficile parlarne
insieme, a meno che davvero il Signore non ci metta tutti in una atmosfera di
preghiera"
[Itinerario di
preghiera, edizioni Paoline, 1982].
Per come la vedo io e
per come mi è stato insegnato, una persona di fede è una persona che prega. Non
di quando in quando, quando capita e se ne sente emotivamente il bisogno, ma
ogni giorno e più volte al giorno, sistematicamente, come una sorta di
servizio, al mondo della liturgia che si fa con gli altri. Nella prima
iniziazione religiosa è questo che, mi pare, si cerchi innanzi tutto di
insegnare. Quando essa è iniziata da molto piccoli, sotto la guida della
propria madre, si ha sempre nella propria interiorità lo spirito, e le parole, di
quelle prime preghiere. La preghiera cristiana è sempre un'esperienza di liberazione, perché comporta di distaccarsi da tutti
i condizionamenti sociali che cercano sempre di determinarci in tutto ciò che
facciamo e anche dalle nostre stesse passioni naturali, sulle quali molti di
quei condizionamenti cercano di fare presa.
In religione, quando
ci parlano della preghiera, ci spiegano che non siamo noi a prendere la parola
per primi, ma sempre rispondiamo ad un appello, a una voce dall'alto. Ecco
perché nell'insegnarci a pregare ci invitano a far precedere la nostra
iniziativa da una lettura biblica e dal silenzio,
o, comunque, ad averli sempre nel cuore, la Parola, la voce dall'alto e il silenzio. C'entra l'emotività? Com'è che
uno crede di sentire queste voci soprannaturali? E non si potrebbe fare tutto
da soli, senza necessità della religione, vale a dire di cose apprese da altri?
Nella mia esperienza,
che è però quella di una persona veramente poco emotiva, le emozioni in
religione c'entrano, tanto è vero che ad esse si allude spesso quando si parla
del cuore del fedele e di quello che
c'è dentro di esso, ma il rapporto con la voce
dall'alto è sempre in realtà una liturgia,
un'azione collettiva, in cui le distorsioni dell'emotività possono essere corrette. Quella voce dall'alto parla a ciascuno di noi in quanto popolo e non può essere intesa con verità, secondo le
nostre concezioni religiose, che così, all'interno di una tradizione che di generazione
in generazione ha portato attraverso i secoli la Parola che, nella visione
di fede, ha la capacità di entrarci dentro e di cambiarci. Ecco perché in
religione, ad un certo punto, occorre cercarsi un maestro e una delle
definizioni che si danno della nostra collettività religiosa è appunto quella
di maestra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli