sabato 9 novembre 2013

La vita interiore della fede


La vita interiore della fede

 
 Il dieci per cento circa del Catechismo della Chiesa Cattolica è dedicato alla preghiera che è una realtà interiore anche quando si svolge come azione collettiva, e allora diventa liturgia, parola che deriva dal greco antico e che significa appunto azione collettiva coordinata e sentita come doverosa. In realtà lo spazio dell'interiorità nella vita di fede è molto maggiore e solo esigenze di completezza espositiva di tutti i numerosi e complessi argomenti ritenuti fondamentali nella dottrina religiosa hanno richiesto di dedicare solo quello spazio al tema della preghiera.
 Quando si affrontano temi religiosi nelle discussioni che si fanno in radio e televisione e sui giornali di solito la questione della vita interiore del fedele rimane molto sullo sfondo e viene a volte liquidato con l'argomento "per chi ci crede…", intendendo che la preghiera è un insieme di pratiche che uno fa tra sé e sé o in gruppi di credenti come lui e che, in definitiva, lasciano il tempo che trovano, al pari di altre stranezze tutto sommato innocue che girano nella società, perché le questioni religiose consistono in ben altro. Ad esempio, si ritiene più interessante sapere come votano quelli che vanno in chiesa e quanti sono quelli che ci vanno, e se poi sono  praticanti nel senso che si confessano e fanno la Comunione, e se hanno rapporti sessuali prima del matrimonio religioso o se, nel matrimonio, usano metodi contraccettivi non naturali e quanto spesso e se usano tradire il coniuge, e com'è che, se non seguono le norme di polizia sessuale della religione, poi continuano ad andare in chiesa, e, infine, se i fedeli, quando votano, decidono da sé o come dicono loro di fare i preti. Poi interessa molto sapere quanto sono ricchi i preti e se e come intrallazzano con i poteri politici. E poi infine se anche loro vanno a donne, o  a uomini o a bambini, se insomma, nonostante le loro pretese di santità sono, in fondo, come tutti gli altri  e le prediche che fanno sono solo un lavoro come tutti gli altri, per portare a casa uno stipendio (tra l'altro in Italia in gran parte pagato con i soldi dei contribuenti). Non è così che accade? Poi succede anche un fatto curioso, vale a dire che quelli che si definiscono non credenti pretendono anche di dire a quelli che definiscono credenti come essere religiosi, e addirittura di insegnare, per dire, al Papa a fare il Papa.  In realtà, come ho sentito dire dallo storico Melloni ieri in una trasmissione alla radio, sempre meno persone hanno familiarità, non dico con la nostra  religione, ma con la religione in genere. Quindi la realtà interiore della fede, che nell'ottica della nostra religione è assolutamente centrale e regge tutto il resto, rimane in genere sconosciuta o, al più, se ne parla superficialmente. Divenuta irraggiungibile l'inestimabile ricchezza della fede, la perla preziosa, il tesoro nascosto, ciò che è stato descritto come fuoco bruciante che non consuma e che, talvolta, induce a lasciare tutto per seguire certi ideali, che contrastano apertamente con il mondo così come va e con quello che fanno tutti, e addirittura a perdere la propria vita per gli altri, rimane a galleggiare ciò che a una persona di fede appare come una tritatura religiosa priva di vita e confezionata in una sorta di polpettone  con una certa quota di immondizia e di veleni, veramente immangiabile.
  Scrisse un grande maestro di spiritualità, Carlo Maria Martini:
"Sento sempre un certo disagio, una certa fatica, quando devo parlare della preghiera, perché mi pare che la preghiera sia una realtà di cui non si possa parlare: si può invitare a pregare, esortare, consigliare; la preghiera è qualcosa di così personale, di così intimo, di così nostro, che diventa difficile parlarne insieme, a meno che davvero il Signore non ci metta tutti in una atmosfera di preghiera"
[Itinerario di preghiera, edizioni Paoline, 1982].
 Per come la vedo io e per come mi è stato insegnato, una persona di fede è una persona che prega. Non di quando in quando, quando capita e se ne sente emotivamente il bisogno, ma ogni giorno e più volte al giorno, sistematicamente, come una sorta di servizio, al mondo della liturgia che si fa con gli altri. Nella prima iniziazione religiosa è questo che, mi pare, si cerchi innanzi tutto di insegnare. Quando essa è iniziata da molto piccoli, sotto la guida della propria madre, si ha sempre nella propria interiorità lo spirito, e le parole, di quelle prime preghiere. La preghiera cristiana è sempre un'esperienza di liberazione, perché comporta di distaccarsi da tutti i condizionamenti sociali che cercano sempre di determinarci in tutto ciò che facciamo e anche dalle nostre stesse passioni naturali, sulle quali molti di quei condizionamenti cercano di fare presa.
 In religione, quando ci parlano della preghiera, ci spiegano che non siamo noi a prendere la parola per primi, ma sempre rispondiamo ad un appello, a una voce dall'alto. Ecco perché nell'insegnarci a pregare ci invitano a far precedere la nostra iniziativa da una lettura biblica e dal silenzio, o, comunque, ad averli sempre nel cuore, la Parola, la voce dall'alto e il silenzio. C'entra l'emotività? Com'è che uno crede di sentire queste voci soprannaturali? E non si potrebbe fare tutto da soli, senza necessità della religione, vale a dire di cose apprese da altri?
 Nella mia esperienza, che è però quella di una persona veramente poco emotiva, le emozioni in religione c'entrano, tanto è vero che ad esse si allude spesso quando si parla del cuore del fedele e di quello che c'è dentro di esso, ma il rapporto con la voce dall'alto è sempre in realtà una liturgia, un'azione collettiva, in cui le distorsioni dell'emotività possono essere corrette. Quella voce dall'alto parla a ciascuno di noi in quanto popolo  e non può essere intesa con verità, secondo le nostre concezioni religiose, che così, all'interno di una tradizione che di generazione in generazione ha portato attraverso i secoli la Parola che, nella visione di fede, ha la capacità di entrarci dentro e di cambiarci. Ecco perché in religione, ad un certo punto, occorre cercarsi un maestro e una delle definizioni che si danno della nostra collettività religiosa è appunto quella di maestra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli