Pluralismo e
comunione
Nella nostra
particolare concezione di fede, tutti noi che amiamo colui che è il principio
di tutto e il destino dell'universo siamo uniti in modo particolare in quella che chiamiamo
comunione. Per la definizione precisa
di come la si intenda, rimando a scritti più autorevoli, innanzi tutto a quelli
del magistero.
Ci sono diversi modi
di vivere questa comunione ed essi si
riflettono sul carattere che diamo alla nostra esperienza collettiva della
religiosità.
Sappiamo che nel
mondo vi sono diverse organizzazioni cristiane, che, pur condividendo
l'essenziale, pensano di essere divise e a volte cercano di creare una
maggiore comunione tra di loro. Questo sforzo è finora risultato vano quando si
è cercato di ottenere l'accordo tra tutti per sottomettersi ad un'autorità
centrale romana, al mondo dei
cattolici. Per questo i cattolici ritengono di non essere in piena comunione
con quegli altri e in questo sono ricambiati. A chi insiste per l'accentramento
romano, si osserva che esso non c'era
alle origini e non c'è stato per diversi secoli: nei primi secoli dalle origini
la cristianità era pluricentrica; solo a partire dal nono secolo si cominciò a
produrre qualcosa che nel successivo decorso storico si consolidò
nell'organizzazione cattolica romana
come oggi la vediamo. Dall'altra parte si ribatte che il vescovo di Roma, in
quanto successore dell'apostolo al quale era stata conferito il potere delle chiavi, ebbe sempre una
certa preminenza sugli altri centri di potere religioso, che comunque avevano
caratteristica monarchica e tendevano all'accentramento. A questo argomento si
risponde ricordando che l'emergere di quel ruolo di preminenza non fu
determinato essenzialmente da questioni religiose, ma dall'idea che il vertice
romano avesse avuto in eredità morale l'autorevolezza del decaduto impero
mediterraneo nel quale la nostra fede, insieme a dure persecuzioni, aveva avuto
una straordinaria opportunità di diffusione e di affermazione, fino a
soppiantare del tutto l'antico sistema religioso. Ma, ad un certo punto della
storia, quell'impero si articolò i due entità, a Occidente e ad Oriente e
quella orientale sopravvisse al crollo dell'altra, fino al 1453 della nostra
era. Allo stesso modo la cristianità ebbe due grandi vertici a Roma e Costantinopoli
e l'affermarsi in Occidente, negli sviluppi storici dei regni di quella parte
del continente, di un vertice romano con spiccata autorevolezza politica, capace di interloquire da pari
con i nuovi sovrani, non fu accettata ad Oriente, in cui i cristiani
gravitavano ancora intorno al cembro politico sopravvissuto alla dissoluzione
dell'unità imperiale mediterranea, e
condusse alla prima delle grandi separazioni delle organizzazioni religiose
cristiane. Queste di cui ho sinteticamente trattato sono però questioni che
vanno molto oltre la capacità di un fedele, che non appartenga a vertici
religiosi, di influirvi. La realtà è che, per quanto vi siano diverse organizzazioni, liturgie, lingue di
preghiera, ai tempi nostri tra cristiani, di fatto, non ci si sente più
veramente divisi dalle cose che
motivarono e motivano tuttora, dal punto di vista teologico e giuridico, la proclamazione
della fine della comunione. Insomma,
quello che i teologi e i nostri capi religiosi cercano, sforzandosi molto, di
realizzare, per la maggior parte dei fedeli comuni è già una realtà. Ad esempio da noi in Italia, quando ci pensiamo,
è considerato un anacronismo assurdo il conflitto su base religiosa che,
nell'Irlanda del nord, oppone ancora oggi masse cattoliche e protestanti.
Invece sono alla
portata di tutti i problemi che, in ogni nostra collettività di fede, sorgono
quando si vuole rimanere uniti, nonostante il permanere di diversità di
pensiero su diversi argomenti. Dagli anni '60 si ammette un certo pluralismo
sui temi profani, che non riguardano
la dottrina della fede ma come ci si comporta nel mondo da cristiani. E
tuttavia si cerca incessantemente di raggiungere punti di vista comuni su molti
argomenti: a volte ci si riesce e a volte non ci si riesce. Quando non ci si
riesce, allora bisogna separarsi e
lanciarsi anatemi come fecero gli
antichi patriarchi nel corso delle controversie a cui ho fatto riferimento? Il
lavoro che bisogna fare, quando si sta in un gruppo, è quello di tentare di
portare tutti gli altri ad accogliere le nostre concezioni, quello del nostro
gruppo di riferimento, conquistando,
al limite, tutta la nostra collettività religiosa ad esse o si può vivere
fianco a fianco con gli altri, pur nella loro diversità di concezioni e di
stili di vita? Ad esempio, se uno ritiene lecito, da un punto di vista
religioso, programmare di avere un certo numero di figli nella propria età
feconda, può continuare a lavorare insieme a chi invece ritiene che questo
programmare sia addirittura peccaminoso
e si debba accettare tutti i figli
che vengono generati in un'attività coniugale che non si pone il problema della
programmazione, ritenendo che ciò che
viene è già stato determinato dall'alto? E, in definitiva, condividere certi
principi religiosi comporta anche che si debba avere uno e uno solo stile di vita in tutto, nelle questioni fondamentali ma anche su quelle meno fondamentali ritenendole tutte essenziali (questo orientamento è indicato anche come fondamentalismo o integralismo) , e questo
innanzi tutto perché, altrimenti, la fede avrebbe meno forza nella società? E chi deve decidere questo stile di vita, posto che, ovviamente,
non lo si potrebbe decidere ognuno di testa propria e dovrebbe quindi essere
stabilito da un qualche vertice? E se anche chi legittimamente esercita oggi l'autorità nella nostra collettività religiosa usa con prudenza il proprio potere in questo ambito, queste decisioni potrebbero scaturire più sbrigativamente da altri centri di potere con autorità carismatica o basata sul consenso di massa?
La nostra società
civile è oggi di tipo pluralistico e questa concezione ha mostrato diversi
vantaggi rispetto al passato. Ma si cerca di rimanere uniti sui principi
fondamentali. Questo modo di vedere le cose ricalca l'idea di comunione che si ebbe tra i cristiani
fin dalle origini, alla quale si è spesso, e ancora oggi, sovrapposta quella di
uniformità giuridica, di un dover essere simili obbedendo ad un'unica
autorità, che però è tutta un'altra
cosa. La comunione ammette e, anzi,
presuppone un certo pluralismo e un'autonomia di pensiero, personale e di
gruppo, e significa che ci si vuole comunque bene, riconoscendo una comune
origine, una comune vocazione e un comune destino, anche quando la si pensa
diversamente su alcune cose della vita. L'uniformità
nel senso che ho detto richiede di non voler bene a chi pensa e agisce
diversamente e di separarsi da lui e, anzi di tentare di contrastarlo, di
combatterlo. La forza della nostra collettività religiosa è nella comunione
o nell'uniformità giuridica? Vi
invito a rifletterci su.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli