domenica 10 novembre 2013

Pluralismo e comunione


Pluralismo e comunione

 
 Nella nostra particolare concezione di fede, tutti noi che amiamo colui che è il principio di tutto e il destino dell'universo siamo uniti in modo particolare in quella che chiamiamo comunione. Per la definizione precisa di come la si intenda, rimando a scritti più autorevoli, innanzi tutto a quelli del magistero.
 Ci sono diversi modi di vivere questa comunione ed essi si riflettono sul carattere che diamo alla nostra esperienza collettiva della religiosità.
 Sappiamo che nel mondo vi sono diverse organizzazioni cristiane, che, pur condividendo l'essenziale, pensano di essere  divise e a volte cercano di creare una maggiore comunione tra di loro. Questo sforzo è finora risultato vano quando si è cercato di ottenere l'accordo tra tutti per sottomettersi ad un'autorità centrale romana, al mondo dei cattolici. Per questo i cattolici ritengono di non essere in piena comunione con quegli altri e in questo sono ricambiati. A chi insiste per l'accentramento romano, si osserva che esso non c'era alle origini e non c'è stato per diversi secoli: nei primi secoli dalle origini la cristianità era pluricentrica; solo a partire dal nono secolo si cominciò a produrre qualcosa che nel successivo decorso storico si consolidò nell'organizzazione cattolica romana come oggi la vediamo. Dall'altra parte si ribatte che il vescovo di Roma, in quanto successore dell'apostolo al quale era stata conferito il potere delle chiavi, ebbe sempre una certa preminenza sugli altri centri di potere religioso, che comunque avevano caratteristica monarchica e tendevano all'accentramento. A questo argomento si risponde ricordando che l'emergere di quel ruolo di preminenza non fu determinato essenzialmente da questioni religiose, ma dall'idea che il vertice romano avesse avuto in eredità morale l'autorevolezza del decaduto impero mediterraneo nel quale la nostra fede, insieme a dure persecuzioni, aveva avuto una straordinaria opportunità di diffusione e di affermazione, fino a soppiantare del tutto l'antico sistema religioso. Ma, ad un certo punto della storia, quell'impero si articolò i due entità, a Occidente e ad Oriente e quella orientale sopravvisse al crollo dell'altra, fino al 1453 della nostra era. Allo stesso modo la cristianità ebbe due grandi vertici a Roma e Costantinopoli e l'affermarsi in Occidente, negli sviluppi storici dei regni di quella parte del continente, di un vertice romano con spiccata autorevolezza politica, capace di interloquire da pari con i nuovi sovrani, non fu accettata ad Oriente, in cui i cristiani gravitavano ancora intorno al cembro politico sopravvissuto alla dissoluzione dell'unità imperiale mediterranea,  e condusse alla prima delle grandi separazioni delle organizzazioni religiose cristiane. Queste di cui ho sinteticamente trattato sono però questioni che vanno molto oltre la capacità di un fedele, che non appartenga a vertici religiosi, di influirvi. La realtà è che, per quanto vi siano diverse  organizzazioni, liturgie, lingue di preghiera, ai tempi nostri tra cristiani, di fatto, non ci si sente più veramente divisi dalle cose che motivarono e motivano tuttora, dal punto di vista teologico e giuridico, la proclamazione della fine della comunione. Insomma, quello che i teologi e i nostri capi religiosi cercano, sforzandosi molto, di realizzare, per la maggior parte dei fedeli comuni è già una realtà. Ad esempio da noi in Italia, quando ci pensiamo, è considerato un anacronismo assurdo il conflitto su base religiosa che, nell'Irlanda del nord, oppone ancora oggi masse cattoliche e protestanti.
 Invece sono alla portata di tutti i problemi che, in ogni nostra collettività di fede, sorgono quando si vuole rimanere uniti, nonostante il permanere di diversità di pensiero su diversi argomenti. Dagli anni '60 si ammette un certo pluralismo sui temi profani, che non riguardano la dottrina della fede ma come ci si comporta nel mondo da cristiani. E tuttavia si cerca incessantemente di raggiungere punti di vista comuni su molti argomenti: a volte ci si riesce e a volte non ci si riesce. Quando non ci si riesce, allora bisogna separarsi e lanciarsi anatemi come fecero gli antichi patriarchi nel corso delle controversie a cui ho fatto riferimento? Il lavoro che bisogna fare, quando si sta in un gruppo, è quello di tentare di portare tutti gli altri ad accogliere le nostre concezioni, quello del nostro gruppo di riferimento, conquistando, al limite, tutta la nostra collettività religiosa ad esse o si può vivere fianco a fianco con gli altri, pur nella loro diversità di concezioni e di stili di vita? Ad esempio, se uno ritiene lecito, da un punto di vista religioso, programmare di avere  un certo numero di figli nella propria età feconda, può continuare a lavorare insieme a chi invece ritiene che questo programmare sia addirittura peccaminoso e si debba accettare tutti i figli che vengono generati in un'attività coniugale che non si pone il problema della programmazione, ritenendo che ciò che viene è già stato determinato dall'alto? E, in definitiva, condividere certi principi religiosi comporta anche che si debba avere uno e uno solo stile di vita in tutto,  nelle questioni fondamentali ma anche su quelle meno fondamentali ritenendole tutte essenziali (questo orientamento è indicato anche come fondamentalismo o integralismo) , e questo innanzi tutto perché, altrimenti, la fede avrebbe meno forza nella società?  E chi deve decidere questo stile di vita, posto che, ovviamente, non lo si potrebbe decidere ognuno di testa propria e dovrebbe quindi essere stabilito da un qualche vertice? E se anche chi legittimamente esercita oggi l'autorità nella nostra collettività religiosa usa con prudenza il proprio potere in questo ambito, queste decisioni potrebbero scaturire più sbrigativamente da altri centri di potere con autorità carismatica o basata sul consenso di massa?
 La nostra società civile è oggi di tipo pluralistico e questa concezione ha mostrato diversi vantaggi rispetto al passato. Ma si cerca di rimanere uniti sui principi fondamentali. Questo modo di vedere le cose ricalca l'idea di comunione che si ebbe tra i cristiani fin dalle origini, alla quale si è spesso, e ancora oggi, sovrapposta quella di uniformità giuridica, di un dover essere simili obbedendo ad un'unica autorità, che però è tutta  un'altra cosa. La comunione ammette e, anzi, presuppone un certo pluralismo e un'autonomia di pensiero, personale e di gruppo, e significa che ci si vuole comunque bene, riconoscendo una comune origine, una comune vocazione e un comune destino, anche quando la si pensa diversamente su alcune cose della vita. L'uniformità nel senso che ho detto richiede di non voler bene a chi pensa e agisce diversamente e di separarsi da lui e, anzi di tentare di contrastarlo, di combatterlo. La forza della nostra collettività religiosa è  nella comunione  o nell'uniformità giuridica?  Vi invito a rifletterci su.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli