venerdì 1 novembre 2013

Il nostro lavoro


Il nostro lavoro

 Nei miei precedenti interventi ho cercato di riassumere il senso della storia che, in religione, stiamo vivendo nell'epoca nostra. Gran parte l'ho ricavato da libri che ho letto,  di qualcosa sono stato testimone diretto, avendo vissuto i tempi di cui ho parlato. Va però tenuto conto che non sono uno storico, né una persona particolarmente colta. Ho esposto una mia ipotesi di lavoro, della quale però vi invito a verificare personalmente la correttezza e l'affidabilità. E' un impegno a cui non ci si può sottrarre, crescendo. Esso può essere gravoso perché stiamo vivendo in una stagione di cambiamenti piuttosto veloci e marcati.  Ed anche perché ciò che sta accadendo è veramente nuovo: non c'è mai stato prima. Ci si sta riflettendo sopra sotto diversi aspetti, ma anche questo è un lavoro in corso. Esso si aggiunge a quell'altro lavoro in corso che riguarda la sperimentazione di forme e modalità nuove per vivere insieme la fede, in un contesto caratterizzato dal pluralismo.
 Qualche volta, per rendere l'idea di quello che sta avvenendo, si richiama l'analogia del passaggio dalle monarchie assolute alle democrazie liberali e poi alle attuali democrazie popolari. Ma questa similitudine non è appropriata per descriverlo. Per ciò che personalmente ho potuto constatare, non è veramente in questione il carattere apostolico del potere che si esercita nelle nostra collettività religiosa nell'organizzare le liturgie, l'insegnamento dei principi di fede e quella pare molto importante, essenziale, della nostra vita comune che è l'amministrazione  dei sacramenti. Un potere di carattere apostolico significa che non si è investiti di una missione e di una funzione per investitura dal basso ( o solo in virtù di essa), ma per essere stati riconosciuti degni di esercitarle da qualcuno che prima già esercitava quella missione e quella funzione e così, indietro nei tempi, di generazione in generazione,  fino a coloro che ricevettero l'investitura dal Maestro. Questo tipo di potere ha qualche analogia con quello  di un genitore: noi non scegliamo i genitori ed essi, a loro volta, non hanno scelto i loro, pur avendo ricevuto da loro la vita. Ricordo che la parola papa, viene dal greco antico e in quella lingua significava, con tono affettuoso, papà, padre mio. Non ci si costruisce da sé stessi una fede religiosa, non ce la si inventa da sé. La sensazione che si ha quando si viene introdotti nelle cose della nostra fede è quella di essere generati nella fede. In particolare, andando avanti con l'analogia naturalistica, abbiamo la sensazione di essere stati generati al modo come ci si è formati nel corpo di una madre e questa madre per noi è la Chiesa, in accordo con un'antica tradizione di pensiero. Il compito del padre nella fede  è in primo luogo quello di riconoscerci come figli, quindi di confermare che, nella fede, stiamo muovendoci per la retta via e poi, nel sacramento, di mantenere tra noi un'unione soprannaturale, un particolare tipo di unità che coinvolge vivi e morti, il Creatore, il Maestro e il Consolatore e, al limite, l'intera creazione, che geme e soffre e attende di essere trasformata, noi in essa. Tutto ciò corrisponde, per come ho inteso, ai ministeri ordinati, esercitati su quella base di quella  tradizione apostolica di cui ho detto, e che  non è veramente in questione.  E questo anche se, quando se ne parla tra persone del clero, si dà molta importanza a vari problemi che si sono manifestati nell'esercizio di quei ministeri e che riguardano la più o meno ampia condivisione di certe decisioni, il rapporto di dipendenza tra superiori e inferiori e via dicendo e infine la questione se l'organizzazione mondiale del clero debba sottostare, a livello più alto, alle decisioni di un'unica persona o se quest'ultima debba e possa  essere, e come lo debba essere, in qualche modo affiancata da altre istituzioni. Un prete, per dire, vede le cose innanzi tutto a partire dal suo particolare ministero e allora dà molta importanza a cose come queste. Ma, per come la vedo io, un laico non dovrebbe porsi nella prospettiva di una persona del clero, perché facendolo potrebbe trovare difficoltà nei compiti suoi propri, che ai tempi nostri sono molto interessanti, ma anche piuttosto onerosi. Anche perché al laico compete di sperimentare forme di azione religiosa che non ci sono mai state prima d'ora, mentre per quanto riguarda le cose del clero gli esempi storici abbondano.
  E qui possiamo passare, dopo tante mie chiacchiere sull'universo, alla parte operativa, concreta, nel nostro lavoro di laici. Esso riguarda innanzi tutto e primariamente il nostro rapporto di gente di fede  con il mondo  intorno  noi, quella realtà profana, vale a dire diversa dalla liturgie, dall'amministrazione dei sacramenti, dall'iniziazione alla fede e dall'organizzazione del clero e degli istituti di vita religiosa, in cui è primaria la responsabilità del laico il quale  è lanciato  verso di essa per rinnovarla secondo i principi di fede. Una parte del lavoro è quello di conoscere la fede, conoscere il mondo, conoscere noi stessi, conoscere gli altri verso i quali siamo lanciati. Solo fino ad un certo punto possiamo essere, per così dire, assistiti dal clero, che  è particolarmente competente in materia di fede, ma non dobbiamo aspettarci di poter essere da esso trascinati  in tutte le altre cose, in particolare in quelle dove ci viene richiesto di essere protagonisti. L'altra parte del lavoro è di ragionare tra di noi  su ciò che abbiamo appreso della fede  e del mondo, per capire ciò che si può fare, come individui e agendo collettivamente,  per rinnovare la realtà in cui siamo immersi. L'azione, e qui sta la novità rispetto alle concezioni del passato, non necessariamente sarà unitaria, perché l'unità non è indispensabile quando si agisce come laici nel mondo, sia come singoli sia come gruppi, ed anzi può addirittura essere controproducente. Io penso, anzi, che l'azione dei fedeli laici sarà tanto più efficace quanto più sarà pluralistica: infatti noi viviamo in una società pluralistica.  Il carattere nuovo  di questa azione è che, benché pluralistica, poiché è espressione di un impegno espressamente religioso, si deve pretendere che essa venga riconosciuta come azione propriamente di Chiesa, anche se non governata dal nostro vertice religioso. Quando infatti si dice che la Chiesa non si occupa di questo o di quello, in quell'espressione si vuole intendere come Chiesa la nostra collettività religiosa quando segue specificamente direttive dei suoi capi gerarchici, al modo in cui i seguaci di un partito seguono le direttive dei vertici della loro formazione:  come in passato giunsero direttive dai nostri capi religiosi, ad esempio,  a riguardo della partecipazione alle competizioni elettorali, quindi se parteciparvi o non e chi  votare o sull'ordinamento sociale ed economico da dare alle società civili. Dal quarto secolo della nostra era e fino a qualche mese fa i nostri vertici religiosi agirono effettivamente in questo senso e vennero criticati sulla base del principio di laicità, che si ritiene essere tra i più importanti tra quelli che ispirano le democrazie popolari moderne e significa innanzi tutto non ingerenza delle autorità religiose nelle faccende civili. Ma quando i laici agiscono religiosamente per rinnovare la società, secondo metodi pluralistici  e sotto la loro personale responsabilità non in ossequio ad una qualche autorità, allora quella sorta di distinzione di competenza che viene richiamata anche nell'art.7 della nostra Costituzione, dove si legge che Stato e Chiesa sono indipendenti  e sovrani ciascuno nel proprio ordine, non viene più in questione  perché non si tratta più di attuare una sorta  di regolamento di competenze  tra due autorità che pretendono di esercitare un condominio sul loro popolo comune , ma di un'azione dal basso libera,  consapevole, rispettosa della dignità altrui, basata sulla capacità di persuasione  nel dialogo e non sull'esercizio della forza o di un'autorità a fondamento sacrale, al modo in cui si esercita la cittadinanza nelle democrazie contemporanee. L'ultimo campo di sperimentazione è quello di come riuscire a  mantenere, nella fede e nonostante l'azione pluralistica nel mondo, un'unità sui principi e quella particolare benevolenza tra noi che chiamiamo agàpe, mantenendo aperto il dialogo tra noi,  anche sulle cose che facciamo nel mondo, per aver conferma che esse corrispondano agli impegni religiosi che ci siamo assunti. Di solito, in passato, si diceva che "in chiesa di certe cose non si parla": nell'evoluzione innescata dalla decisione prese dalle nostre massime autorità religiose all'inizio degli scorsi anni '60 si deve seguire il principio opposto, che "in chiesa si può parlare di tutto". Quest'ultimo è un lavoro molto difficile, come possiamo sperimentare quando ci riuniamo e ci mettiamo a discutere di argomenti profani ed emerge come la pensiamo sulle cose del mondo, ad esempio sui rapporti di lavoro, sulla gente che abbiamo intorno, su ciò che le istituzioni pubbliche fanno per noi e per gli altri, sulle tasse che paghiamo, fino ad arrivare a problemi molto vicini a noi, come, ad esempio, come si parcheggiano le auto nel quartiere o la sorte di un parco pubblico. Non è vero che non di rado finiamo per accapigliarci, al modo in cui vanno le cose nelle assemblee condominiali? Per non degenerare è necessario fare pazientemente un tirocinio, come in tutte le cose umane, perché il risultato a cui si deve mirare non è quello di escludere certe cose dalla chiesa, perché quando se ne parla si finisce per discutere aspramente e per attaccarci, ma di includerle cercando di capire come comporre le diversità in modo che sia possibile una coesistenza pacifica, la benevolenza che ci proponiamo tra noi e il progresso comune. E' un lavoro in cui conta molto l'interiorità che si è riusciti a sviluppare nella fede. L'Azione cattolica ci stimola a questo tirocinio proponendoci di fare, periodicamente, degli esercizi di laicità che significa appunto discutere sul mondo  di fuori, profano  in questo senso, cercando di mantenere tra di noi sia il pluralismo sia  una  coesione nelle idee e nella pratica.
 E, per iniziare, vi propongo questo esercizio: considerato realisticamente come vanno le cose nel mondo, la fede religiosa  è ancora necessaria  per migliorare le cose nella realtà in cui viviamo o è da considerare solo come un conforto  spirituale che chi ne ha necessità può somministrarsi, al modo di un antidepressivo, al termine di certe giornate tremende? La questione non l'ho inventata io, qui ed ora, ma è stata posta molto seriamente e con argomentazioni molto più estese fin dall'Ottocento: la religione come antidepressivo dell'anima da mandar giù per dimenticare delle catene con cui in società si è avvinti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.