Il nostro lavoro
Nei miei precedenti
interventi ho cercato di riassumere il senso della storia che, in religione,
stiamo vivendo nell'epoca nostra. Gran parte l'ho ricavato da libri che ho
letto, di qualcosa sono stato testimone
diretto, avendo vissuto i tempi di cui ho parlato. Va però tenuto conto che non
sono uno storico, né una persona particolarmente colta. Ho esposto una mia ipotesi
di lavoro, della quale però vi invito a verificare personalmente la correttezza
e l'affidabilità. E' un impegno a cui non ci si può sottrarre, crescendo. Esso
può essere gravoso perché stiamo vivendo in una stagione di cambiamenti
piuttosto veloci e marcati. Ed anche
perché ciò che sta accadendo è veramente nuovo:
non c'è mai stato prima. Ci si sta riflettendo sopra sotto diversi aspetti, ma
anche questo è un lavoro in corso.
Esso si aggiunge a quell'altro lavoro in
corso che riguarda la sperimentazione di forme e modalità nuove per vivere
insieme la fede, in un contesto caratterizzato dal pluralismo.
Qualche volta, per
rendere l'idea di quello che sta avvenendo, si richiama l'analogia del
passaggio dalle monarchie assolute alle democrazie liberali e poi alle attuali
democrazie popolari. Ma questa similitudine non è appropriata per descriverlo. Per
ciò che personalmente ho potuto constatare, non è veramente in questione il
carattere apostolico del potere che
si esercita nelle nostra collettività religiosa nell'organizzare le liturgie,
l'insegnamento dei principi di fede e quella pare molto importante, essenziale,
della nostra vita comune che è l'amministrazione
dei sacramenti. Un potere di
carattere apostolico significa che
non si è investiti di una missione e di una funzione per investitura dal basso
( o solo in virtù di essa), ma per essere stati riconosciuti degni di
esercitarle da qualcuno che prima già
esercitava quella missione e quella funzione e così, indietro nei tempi, di
generazione in generazione, fino a
coloro che ricevettero l'investitura dal Maestro. Questo tipo di potere ha
qualche analogia con quello di un
genitore: noi non scegliamo i genitori ed essi, a loro volta, non hanno scelto
i loro, pur avendo ricevuto da loro la vita. Ricordo che la parola papa, viene dal greco antico e in quella
lingua significava, con tono affettuoso, papà,
padre mio. Non ci si costruisce da sé stessi una fede religiosa, non ce la
si inventa da sé. La sensazione che si ha quando si viene introdotti nelle cose
della nostra fede è quella di essere generati
nella fede. In particolare, andando avanti con l'analogia naturalistica,
abbiamo la sensazione di essere stati generati al modo come ci si è formati nel
corpo di una madre e questa madre per noi è la Chiesa, in accordo con un'antica tradizione di pensiero. Il compito
del padre nella fede è in primo luogo quello di riconoscerci come
figli, quindi di confermare che,
nella fede, stiamo muovendoci per la retta via e poi, nel sacramento, di
mantenere tra noi un'unione soprannaturale, un particolare tipo di unità che
coinvolge vivi e morti, il Creatore, il Maestro e il Consolatore e, al limite,
l'intera creazione, che geme e soffre e attende di essere trasformata, noi in
essa. Tutto ciò corrisponde, per come ho inteso, ai ministeri ordinati,
esercitati su quella base di quella tradizione apostolica di cui ho detto, e che non
è veramente in questione. E questo
anche se, quando se ne parla tra persone del clero, si dà molta importanza a
vari problemi che si sono manifestati nell'esercizio di quei ministeri e che
riguardano la più o meno ampia condivisione di certe decisioni, il rapporto di
dipendenza tra superiori e inferiori e via dicendo e infine la questione se
l'organizzazione mondiale del clero debba sottostare, a livello più alto, alle
decisioni di un'unica persona o se quest'ultima debba e possa essere, e come lo debba essere, in qualche
modo affiancata da altre istituzioni. Un prete, per dire, vede le cose innanzi
tutto a partire dal suo particolare ministero e allora dà molta importanza a
cose come queste. Ma, per come la vedo io, un laico non dovrebbe porsi nella prospettiva di una persona del clero,
perché facendolo potrebbe trovare difficoltà nei compiti suoi propri, che ai
tempi nostri sono molto interessanti, ma anche piuttosto onerosi. Anche perché
al laico compete di sperimentare
forme di azione religiosa che non ci sono mai state prima d'ora, mentre per
quanto riguarda le cose del clero gli esempi storici abbondano.
E qui possiamo passare, dopo tante mie
chiacchiere sull'universo, alla parte operativa, concreta, nel nostro lavoro di
laici. Esso riguarda innanzi tutto e
primariamente il nostro rapporto di gente di fede con il mondo
intorno noi, quella realtà profana, vale a dire diversa dalla liturgie, dall'amministrazione
dei sacramenti, dall'iniziazione alla fede e dall'organizzazione del clero e
degli istituti di vita religiosa, in cui è primaria la responsabilità del laico il quale è lanciato
verso di essa per rinnovarla secondo i principi di fede.
Una parte del lavoro è quello di conoscere
la fede, conoscere il mondo, conoscere noi stessi, conoscere gli altri verso
i quali siamo lanciati. Solo fino ad un certo punto possiamo essere, per
così dire, assistiti dal clero, che è
particolarmente competente in materia di fede, ma non dobbiamo aspettarci di
poter essere da esso trascinati in tutte le altre cose, in particolare in
quelle dove ci viene richiesto di essere protagonisti.
L'altra parte del lavoro è di ragionare
tra di noi su ciò che abbiamo
appreso della fede e del mondo, per
capire ciò che si può fare, come individui e agendo collettivamente, per
rinnovare la realtà in cui siamo immersi.
L'azione, e qui sta la novità rispetto alle concezioni del passato, non
necessariamente sarà unitaria, perché
l'unità non è indispensabile quando si agisce come laici nel mondo, sia come
singoli sia come gruppi, ed anzi può addirittura essere controproducente. Io
penso, anzi, che l'azione dei fedeli laici sarà tanto più efficace quanto più sarà
pluralistica: infatti noi viviamo in una
società pluralistica. Il carattere nuovo di questa azione è che, benché pluralistica, poiché
è espressione di un impegno espressamente religioso, si deve pretendere che essa
venga riconosciuta come azione
propriamente di Chiesa, anche se non
governata dal nostro vertice religioso. Quando infatti si dice che la Chiesa non si occupa di questo o di
quello, in quell'espressione si vuole intendere come Chiesa la nostra collettività religiosa quando segue specificamente
direttive dei suoi capi gerarchici, al modo in cui i seguaci di un partito
seguono le direttive dei vertici della loro formazione: come in passato giunsero direttive dai nostri
capi religiosi, ad esempio, a riguardo
della partecipazione alle competizioni elettorali, quindi se parteciparvi o non e chi votare o sull'ordinamento sociale ed economico
da dare alle società civili. Dal quarto secolo della nostra era e fino a
qualche mese fa i nostri vertici religiosi agirono effettivamente in questo
senso e vennero criticati sulla base del principio di laicità, che si ritiene essere tra i più importanti tra quelli che
ispirano le democrazie popolari moderne e significa innanzi tutto non ingerenza delle autorità religiose
nelle faccende civili. Ma quando i laici
agiscono religiosamente per rinnovare la società, secondo metodi pluralistici e sotto la loro personale responsabilità non
in ossequio ad una qualche autorità, allora quella sorta di distinzione di competenza che viene
richiamata anche nell'art.7 della nostra Costituzione, dove si legge che Stato
e Chiesa sono indipendenti e sovrani ciascuno nel proprio ordine, non
viene più in questione perché non si tratta più di attuare una
sorta di regolamento di competenze tra due autorità che pretendono di esercitare
un condominio sul loro popolo comune , ma di un'azione dal basso libera, consapevole, rispettosa della dignità altrui,
basata sulla capacità di persuasione nel dialogo e non sull'esercizio della forza o
di un'autorità a fondamento sacrale, al modo in cui si esercita la cittadinanza
nelle democrazie contemporanee. L'ultimo campo di sperimentazione è quello
di come riuscire a mantenere, nella fede
e nonostante l'azione pluralistica nel mondo, un'unità sui principi e quella
particolare benevolenza tra noi che chiamiamo agàpe, mantenendo aperto il dialogo tra noi, anche sulle cose che facciamo nel mondo, per
aver conferma che esse corrispondano agli impegni religiosi che ci siamo
assunti. Di solito, in passato, si diceva che "in chiesa di certe cose non si parla": nell'evoluzione
innescata dalla decisione prese dalle nostre massime autorità religiose
all'inizio degli scorsi anni '60 si deve seguire il principio opposto, che "in chiesa si può parlare di tutto".
Quest'ultimo è un lavoro molto difficile, come possiamo sperimentare quando ci
riuniamo e ci mettiamo a discutere di argomenti profani ed emerge come la pensiamo sulle cose del
mondo, ad esempio sui rapporti di lavoro, sulla gente che abbiamo intorno, su
ciò che le istituzioni pubbliche fanno per noi e per gli altri, sulle tasse che
paghiamo, fino ad arrivare a problemi molto vicini a noi, come, ad esempio, come
si parcheggiano le auto nel quartiere o la sorte di un parco pubblico. Non è
vero che non di rado finiamo per accapigliarci, al modo in cui vanno le cose
nelle assemblee condominiali? Per non degenerare è necessario fare
pazientemente un tirocinio, come in tutte le cose umane, perché il risultato a
cui si deve mirare non è quello di escludere
certe cose dalla chiesa, perché quando se ne parla si finisce per discutere
aspramente e per attaccarci, ma di includerle
cercando di capire come comporre le diversità in modo che sia possibile una
coesistenza pacifica, la benevolenza che ci proponiamo tra noi e il progresso
comune. E' un lavoro in cui conta molto l'interiorità
che si è riusciti a sviluppare nella fede. L'Azione cattolica ci stimola a
questo tirocinio proponendoci di fare, periodicamente, degli esercizi di laicità che significa
appunto discutere sul mondo di fuori, profano in questo senso,
cercando di mantenere tra di noi sia il pluralismo
sia una coesione nelle idee e nella
pratica.
E, per iniziare, vi
propongo questo esercizio:
considerato realisticamente come vanno le cose nel mondo, la fede religiosa è ancora
necessaria per migliorare le cose nella realtà in cui
viviamo o è da considerare solo come un conforto
spirituale
che chi ne ha necessità può somministrarsi, al modo di un antidepressivo,
al termine di certe giornate tremende? La questione non l'ho inventata io, qui
ed ora, ma è stata posta molto seriamente e con argomentazioni molto più estese
fin dall'Ottocento: la religione come antidepressivo dell'anima da mandar giù
per dimenticare delle catene con cui in società si è avvinti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.