giovedì 31 ottobre 2013

Lavori in corso


Lavori in corso

 
 Ieri ho scritto di lavori in corso  nella nostra collettività religiosa e che essi hanno  a che fare in particolare con il pluralismo che è stato riconosciuto, a partire dagli anni '60 del secolo scorso, per quanto riguarda l'azione dei fedeli laici nel mondo. Questa azione, in Europa, e in particolare in Italia, è ancora estremamente rilevante. Basti pensare che l'Unione Europea, una aggregazione politica ormai di rilevanza continentale, vede il protagonismo di una Germania da anni governata da un partito di ideologia cristiano democratica, il quale, negli scorsi anni '90, fu anche artefice del difficilissimo e rischiosissimo processo di riunificazione delle due entità statali tedesche costituite dopo lo sconvolgimento dell'ultimo conflitto mondiale.
 Qual è il problema?
 Esso di solito non viene messo in evidenza nei rituali discorsi che nel nostro giornalismo ciclicamente si fanno sulla nostra collettività religiosa. Gira che ti rigira, si finisce sempre, infatti, a parlare di costumi sessuali, aborto ed eutanasia, come se le tensioni riguardassero essenzialmente questi temi. Questa tendenza, per la verità, è in parte accreditata da prese di posizione del nostro clero, giustamente preoccupato delle questioni che riguardano, in genere, la tutela della vita umana e la sua riproduzione. Ma, rispetto a quei lavori in corso di cui dicevo, quegli argomenti non rivestono un'importanza centrale, per come la vedo io.
 Rinnovare il mondo secondo i principi di fede, secondo le loro competenze e con piena responsabilità: questo il compito che, in religione si attribuisce oggi ai fedeli laici. Ho scritto oggi. Infatti fino a epoca molto recente, che possiamo considerare come lo ieri della nostra collettività di fede, quell'attività venne addirittura vietata ai fedeli laici: in un passato più lontano, nel senso che si riteneva non dovesse essere esercitata se non da dinastie sovrane, più di recente nel senso che si reputava che essa dovesse essere svolta seguendo strettamente le deliberazioni dei nostri capi religiosi, vale a dire le pronunce di quella parte del nostro clero al quale riteniamo siano attribuite funzioni di governo e alla quale spesso si allude quando si parla di Chiesa, escludendo tutto il rimanente popolo. Se però, come  è stato fatto a partire dagli scorsi anni '60, si riconosce una particolare competenza dei fedeli laici nel definire come deve lavorare per il rinnovamento della società, le cose cambiano molto.
 La nostra collettività religiosa, intesa come movimento di popolo e non come gerarchia clericale, nei primi secoli della sua esistenza ha influito moltissimo sulla società del suo tempo, giungendo a improntare dei suoi principi il grande impero mediterraneo nel quale si era sviluppata e che, da un certo punto in poi, aveva tentato di contrastarne duramente ma inutilmente  l'affermazione. Infatti in un tempo relativamente breve il cristianesimo sostituì le precedenti concezioni religiose, fondate su un politeismo assai vario in cui avevano parte anche le istituzioni dello stato assolutizzate e deificate, come ideologia fondativa del potere pubblico. Affermatosi il cristianesimo come religione dello stato, gli imperatori vennero a svolgere anche un ruolo religioso, come nella passata era politeistica. I primi concili ecumenici vennero convocati da loro. Nella crisi dell'impero romano d'Occidente, prodotta da invasioni militari ed etniche di popoli dall'Oriente, emerse il potere del papato romano, che ebbe carattere essenzialmente morale e culturale, mentre nella parte orientale dell'Impero, che sopravvisse come istituzione fino al Quindicesimo secolo, rimase a lungo il ruolo religioso degli imperatori bizantini. Nei secoli successivi, poiché il cristianesimo era stato adottato come religione di stato anche dai regni, dominati dagli invasori, che erano scaturiti dalla dissoluzione della parte occidentale dell'impero mediterraneo delle origini, si pose il problema di coordinare il potere dei vertici romani della nostra collettività religiosa con le nuove entità statali, con le nuove dinastie sovrane dell'Occidente. E' da questa epoca che la gerarchia del nostro clero, in Occidente, si strutturò a somiglianza del sistema feudale con il quale doveva confrontarsi. Al modo come i popoli erano sotto il dominio dei loro signori, delle dinastie sovrane al vertice degli stati, così il nostro clero concepì un potere analogo sui propri fedeli. Ciò risultò in maniera piuttosto eclatante dalla formazione di un sistema giuridico specifico della nostra collettività religiosa, strutturato mediante decreti dell'autorità gerarchica che nella forma ricalcavano quelli delle autorità degli stati, in certe forme liturgiche, nel formarsi di corti, in particolare di una corte pontificia, in certi abiti cerimoniali, che assunsero mode diffuse nell'impero decaduto (ad esempio il vestirsi di abiti in tutto o in parte di colore rosso - la porpora-  a somiglianza degli imperatori romani  e dei senatori). In particolare, in Occidente, il vertice romano della nostra collettività religiosa, insediato nella città che costituiva il centro dell'antico impero decaduto e che ne conservava il prestigio morale, tenne a presentarsi, di fatto, come il successore dei vecchi imperatori romani, proponendo, al modo di quegli antichi sovrani, una propria autorità sacrale e superiore a quella dei regni derivati dalla dissoluzione dell'impero. Si trattava di autorità, quella delle dinastie sovrane e quelle dei vertici romani della nostra collettività che si esercitavano però sui medesimi popoli, i quali, a questo punto dello sviluppo storico, non esprimevano più il movimento religioso  delle origini, ma erano solo oggetto di dominio religioso. Si instaurò una sorta di condominio di autorità religiose e civili sui popoli da loro dominati. I re dominavano la Terra, ma, si sosteneva da capi religiosi, il Cielo dominava anche su di loro. E le autorità religiose esercitavano un potere conferito loro dal gran Re Celeste. Il coordinamento tra autorità religiosa centralizzata e autorità civili venne storicamente determinato, in varie forme e vari modo, a seconda che riuscisse a prevalere la prima o che riuscissero ad ottenere maggiori poteri le seconde, da accordi tra i capi religiosi e civili ai quali i popoli rimanevano estranei. Risultò poi che le autorità religiose e civili, in base a quegli accordi, puntellavano reciprocamente i propri poteri sui popoli, per reprimere ogni insubordinazione.  I presupposti culturali di questa sistemazione di potere cominciarono a mutare a partire, più o meno, dal Cinquecento. Ma è dalla metà dell'Ottocento che  i popoli  cominciarono a ridivenire protagonisti anche nella vita di fede, in concomitanza con l'affermarsi di ideologie democratiche  e con il crollo o, comunque, con il ridimensionamento del potere delle antiche dinastie sovrane civili. A quel punto cominciò ad apparire anacronistica l'organizzazione del potere, la gerarchia, della nostra collettività religiosa, che, dopo il distacco di importanti componenti religiose prodottosi nell'Undicesimo e nel Sedicesimo secolo, rimaneva la sola a rimanere organizzata secondo l'antica ideologia. Con l'emergere di nuovi poteri statali democratici saltarono le intese secolari con le dinastie dell'Antico Regime e divenne difficile raggiungerne altre con i nuovi stati, in particolare su quelli basati sul principio della laicità delle istituzioni pubbliche, vale a dire sul rifiuto delle autorità civili di ingerirsi nelle cose di fede, e comunque esse si dimostrarono spesso insicure e instabili. Altri problemi sorsero nei rapporti con i regimi assolutistici di massa del Novecento, che sostanzialmente pretesero di integrare la religione nelle loro ideologie, dominandola. L'esperienza storica dimostrò chiaramente alle nostre autorità religiose che solo rendendo protagoniste le masse dei fedeli cattolici si sarebbe potuto influire sui nuovi regimi, sia su quelli di tipo democratico  ma anche su quelli di tipo assolutistico, per conservare alle attività religiose quello spazio di autonomia che storicamente avevano sempre avuto e i tradizionali spazi di libertà dell'organizzazione del clero. La prima presa di coscienza formale di ciò da parte del vertice delle nostre autorità religiose fu manifestata nel radiomessaggio  del papa Pio 12° in occasione del Natale del 1944, nel sesto Natale di guerra. Ma si dovette attendere l'inizio degli anni '60 perché da quella consapevolezza basata sull'esperienza storica si passasse a stabilire con atti formali d'autorità un nuovo ruolo del popolo, in particolare dei fedeli laici,  nell'attuazione dei principi di fede nel mondo, in quella che nel gergo religioso viene definito realtà profana, che è tutto ciò che non riguarda strettamente la liturgia, l'amministrazione dei sacramenti, il patrimonio immobiliare e gli istituti scolastici religiosi, il clero nella sua organizzazione gerarchica, le istituzioni di vita religiosa (suore e frati; monaci e monache  e altri istituzioni di vita consacrata). In sostanza ciò che per oltre un millennio era stato affidato ad accordi tra capi religiosi e dinastie sovrane, venne da allora ed anche ora in gran parte affidato all'iniziativa dei fedeli laici, ispirata dai principi di fede.  Ma si tratta di qualcosa di più di questo: la gerarchia del nostro clero, sulla base dell'esperienza storica dei propri insuccessi, a volte clamorosi, nel lavoro di influenzare l'organizzazione del mondo intorno a sé, ha anche riconosciuto che in certe cose i fedeli laici  sono più competenti delle autorità religiose, che hanno sostanzialmente una formazione prevalentemente teologica. Tuttavia nella grande congregazione di capi religiosi tenutasi all'inizio degli anni '60 non si tirarono tutte le conseguenze di queste nuove concezioni e ciò per vari motivi, in particolare perché questa nuova posizione del laicato cattolico era talmente nuova che, mancando in fondo precedenti esempi storici, essa doveva essere sperimentata nella pratica, impersonata nelle vite dei credenti per vedere come funzionasse. E' questo appunto uno dei più importanti lavori in corso nella nostra collettività religiosa. Si tratta di lavori tanto importanti quanto poco esplicitati nella vita della maggior parte dei gruppi di impegno religioso che oggi aggregano i fedeli, salvo, nella mia esperienza, che in Azione Cattolica, la quale ne ha fatto l'oggetto principale e prioritario del suo impegno.  Più volte e in documenti molto autorevoli, che ho riportato in altri miei precedenti interventi su questo blog, i nostri capi religiosi, la gerarchia del clero, ci hanno richiamato l'urgenza e l'importanza di questo impegno.
 Alcuni temono e altri auspicano che questi lavori  in corso possano comportare anche  una revisione di come il potere è esercitato nella nostra collettività religiosa. Probabilmente ciò accadrà. Il cambiamento deriverà dal fatto che l'aver riconosciuto la valenza propriamente religiosa dell'attività svolta dai fedeli laici, come singoli e come collettività e con responsabilità primaria e propria, nelle società civili, nei vari livelli in cui esse si articolano,  comporta il riconoscere nell'organizzazione della nostra collettività religiosa un pluralismo  che finora si era teso a escludere o addirittura a contrastare. Infatti se il clero, la cui unità e data al vertice romano, riconosce di non avere la sufficiente competenza,  intesa non come potere formale ma come capacità di capire e di agire per risolvere i problemi, per produrre un efficace rinnovamento della realtà profana, implicitamente ammette che, avendo riconosciuto tale competenza ai fedeli laici, nei vari settori di intervento nella società e secondo le specifiche competenze  di ciascuno, ai problemi possano essere date varie soluzioni, non una sola imposta d'autorità, e tutte compatibili con i principi di fede. Questo sta comportando una profonda modifica dello statuto, vale a dire di come è intesa e di come pretende di essere obbedito, dell'amplissimo corpo di insegnamenti che va sotto il nome di dottrina sociale della Chiesa. Ricordo che alle origini, che si fanno risalire all'enciclica Rerum Novarum (= [il desiderio] di novità), del 1891, i pontefici ritennero di avere la competenza (intesa sia come potere sia come capacità) di stabilire in dettaglio come dovessero essere organizzate le società umane per essere conformi ai principi di fede.
 La gestione organizzativa di tale pluralismo è ancora un problema nella nostra collettività religiosa. Anche questo è un lavoro in corso. Questo mentre si è prodotta, proprio in questi mesi, una spettacolare e drammatica crisi delle nostre istituzioni religiose centrali di vertice, che ha manifestato chiaramente che la competenza teologica non è  più nemmeno sufficiente al governo della realtà propriamente religiosa.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli