Lavori in corso
Ieri ho scritto di lavori in corso nella nostra collettività religiosa e che essi
hanno a che fare in particolare con il pluralismo che è stato riconosciuto, a
partire dagli anni '60 del secolo scorso, per quanto riguarda l'azione dei fedeli laici nel mondo. Questa azione, in
Europa, e in particolare in Italia, è ancora estremamente rilevante. Basti
pensare che l'Unione Europea, una aggregazione politica ormai di rilevanza
continentale, vede il protagonismo di una Germania da anni governata da un
partito di ideologia cristiano democratica, il quale, negli scorsi anni '90, fu
anche artefice del difficilissimo e rischiosissimo processo di riunificazione
delle due entità statali tedesche costituite dopo lo sconvolgimento dell'ultimo
conflitto mondiale.
Qual è il problema?
Esso di solito non
viene messo in evidenza nei rituali discorsi che nel nostro giornalismo
ciclicamente si fanno sulla nostra collettività religiosa. Gira che ti rigira,
si finisce sempre, infatti, a parlare di costumi sessuali, aborto ed eutanasia,
come se le tensioni riguardassero essenzialmente questi temi. Questa tendenza,
per la verità, è in parte accreditata da prese di posizione del nostro clero,
giustamente preoccupato delle questioni che riguardano, in genere, la tutela
della vita umana e la sua riproduzione. Ma, rispetto a quei lavori in corso di cui dicevo, quegli
argomenti non rivestono un'importanza centrale, per come la vedo io.
Rinnovare il mondo
secondo i principi di fede, secondo le loro competenze e con piena
responsabilità: questo il compito che, in religione si attribuisce oggi ai fedeli laici. Ho scritto oggi. Infatti fino a epoca molto
recente, che possiamo considerare come lo ieri
della nostra collettività di fede, quell'attività venne addirittura vietata ai fedeli laici: in un passato
più lontano, nel senso che si riteneva non dovesse essere esercitata se non da
dinastie sovrane, più di recente nel senso che si reputava che essa dovesse
essere svolta seguendo strettamente le deliberazioni dei nostri capi religiosi,
vale a dire le pronunce di quella parte del nostro clero al quale riteniamo
siano attribuite funzioni di governo e alla quale spesso si allude quando si
parla di Chiesa, escludendo tutto il
rimanente popolo. Se però, come è stato fatto
a partire dagli scorsi anni '60, si riconosce una particolare competenza dei
fedeli laici nel definire come deve
lavorare per il rinnovamento della
società, le cose cambiano molto.
La nostra
collettività religiosa, intesa come movimento di popolo e non come gerarchia
clericale, nei primi secoli della sua esistenza ha influito moltissimo sulla
società del suo tempo, giungendo a improntare dei suoi principi il grande
impero mediterraneo nel quale si era sviluppata e che, da un certo punto in
poi, aveva tentato di contrastarne duramente ma inutilmente l'affermazione. Infatti in un tempo
relativamente breve il cristianesimo sostituì le precedenti concezioni
religiose, fondate su un politeismo assai vario in cui avevano parte anche le
istituzioni dello stato assolutizzate e deificate, come ideologia fondativa del
potere pubblico. Affermatosi il cristianesimo come religione dello stato, gli
imperatori vennero a svolgere anche un ruolo religioso, come nella passata era
politeistica. I primi concili ecumenici vennero convocati da loro. Nella crisi
dell'impero romano d'Occidente, prodotta da invasioni militari ed etniche di
popoli dall'Oriente, emerse il potere del papato romano, che ebbe carattere
essenzialmente morale e culturale, mentre nella parte orientale dell'Impero,
che sopravvisse come istituzione fino al Quindicesimo secolo, rimase a lungo il
ruolo religioso degli imperatori bizantini. Nei secoli successivi, poiché il
cristianesimo era stato adottato come religione di stato anche dai regni,
dominati dagli invasori, che erano scaturiti dalla dissoluzione della parte
occidentale dell'impero mediterraneo delle origini, si pose il problema di
coordinare il potere dei vertici romani
della nostra collettività religiosa con le nuove entità statali, con le nuove
dinastie sovrane dell'Occidente. E' da questa epoca che la gerarchia del nostro
clero, in Occidente, si strutturò a somiglianza del sistema feudale con il quale doveva
confrontarsi. Al modo come i popoli erano sotto il dominio dei loro signori,
delle dinastie sovrane al vertice degli stati, così il nostro clero concepì un
potere analogo sui propri fedeli. Ciò risultò in maniera piuttosto eclatante dalla
formazione di un sistema giuridico specifico della nostra collettività
religiosa, strutturato mediante decreti dell'autorità gerarchica che nella
forma ricalcavano quelli delle autorità degli stati, in certe forme liturgiche,
nel formarsi di corti, in particolare di una corte pontificia, in certi abiti
cerimoniali, che assunsero mode diffuse nell'impero decaduto (ad esempio il
vestirsi di abiti in tutto o in parte di colore rosso - la porpora- a somiglianza degli
imperatori romani e dei senatori). In particolare, in Occidente,
il vertice romano della nostra collettività religiosa, insediato nella città
che costituiva il centro dell'antico impero decaduto e che ne conservava il
prestigio morale, tenne a presentarsi, di fatto, come il successore dei vecchi
imperatori romani, proponendo, al
modo di quegli antichi sovrani, una propria autorità sacrale e superiore a quella dei regni derivati dalla dissoluzione
dell'impero. Si trattava di autorità, quella delle dinastie sovrane e quelle
dei vertici romani della nostra collettività che si esercitavano però sui
medesimi popoli, i quali, a questo punto dello sviluppo storico, non
esprimevano più il movimento religioso delle origini, ma erano solo oggetto di dominio religioso. Si instaurò una sorta
di condominio di autorità religiose e
civili sui popoli da loro dominati. I re dominavano la Terra, ma, si sosteneva
da capi religiosi, il Cielo dominava anche su di loro. E le autorità religiose
esercitavano un potere conferito loro dal gran Re Celeste. Il coordinamento tra
autorità religiosa centralizzata e
autorità civili venne storicamente determinato, in varie forme e vari modo, a
seconda che riuscisse a prevalere la prima o che riuscissero ad ottenere
maggiori poteri le seconde, da accordi
tra i capi religiosi e civili ai quali i popoli rimanevano estranei. Risultò
poi che le autorità religiose e civili, in base a quegli accordi, puntellavano
reciprocamente i propri poteri sui popoli, per reprimere ogni
insubordinazione. I presupposti
culturali di questa sistemazione di potere cominciarono a mutare a partire, più
o meno, dal Cinquecento. Ma è dalla metà dell'Ottocento che i popoli cominciarono a ridivenire protagonisti anche nella vita di fede, in concomitanza con
l'affermarsi di ideologie democratiche e
con il crollo o, comunque, con il ridimensionamento del potere delle antiche
dinastie sovrane civili. A quel punto cominciò ad apparire anacronistica l'organizzazione del potere, la gerarchia, della
nostra collettività religiosa, che, dopo il distacco di importanti componenti
religiose prodottosi nell'Undicesimo e nel Sedicesimo secolo, rimaneva la sola
a rimanere organizzata secondo l'antica ideologia. Con l'emergere di nuovi
poteri statali democratici saltarono le intese secolari con le dinastie
dell'Antico Regime e divenne difficile raggiungerne altre con i nuovi stati, in
particolare su quelli basati sul principio della laicità delle istituzioni pubbliche, vale a dire sul rifiuto delle
autorità civili di ingerirsi nelle cose di fede, e comunque esse si
dimostrarono spesso insicure e instabili. Altri problemi sorsero nei rapporti
con i regimi assolutistici di massa del Novecento, che sostanzialmente
pretesero di integrare la religione nelle loro ideologie, dominandola. L'esperienza
storica dimostrò chiaramente alle nostre autorità religiose che solo rendendo
protagoniste le masse dei fedeli cattolici si sarebbe potuto influire sui nuovi
regimi, sia su quelli di tipo democratico
ma anche su quelli di tipo assolutistico, per conservare alle attività
religiose quello spazio di autonomia che storicamente avevano sempre avuto e i
tradizionali spazi di libertà dell'organizzazione del clero. La prima presa di
coscienza formale di ciò da parte del vertice delle nostre autorità religiose fu
manifestata nel radiomessaggio del papa Pio 12° in occasione del Natale del
1944, nel sesto Natale di guerra. Ma si dovette attendere l'inizio degli anni
'60 perché da quella consapevolezza basata sull'esperienza storica si passasse
a stabilire con atti formali d'autorità un nuovo ruolo del popolo, in particolare dei fedeli
laici, nell'attuazione dei principi
di fede nel mondo, in quella che nel gergo religioso viene definito realtà profana, che è tutto ciò che non
riguarda strettamente la liturgia, l'amministrazione dei sacramenti, il
patrimonio immobiliare e gli istituti scolastici religiosi, il clero nella sua
organizzazione gerarchica, le istituzioni di vita religiosa (suore e frati;
monaci e monache e altri istituzioni di
vita consacrata). In sostanza ciò che per oltre un millennio era stato affidato
ad accordi tra capi religiosi e
dinastie sovrane, venne da allora ed anche ora in gran parte affidato all'iniziativa
dei fedeli laici, ispirata dai
principi di fede. Ma si tratta di qualcosa di più di questo: la
gerarchia del nostro clero, sulla base dell'esperienza storica dei propri
insuccessi, a volte clamorosi, nel lavoro di influenzare l'organizzazione del
mondo intorno a sé, ha anche riconosciuto che in certe cose i fedeli laici sono
più competenti delle autorità religiose, che hanno sostanzialmente una
formazione prevalentemente teologica. Tuttavia nella grande congregazione di
capi religiosi tenutasi all'inizio degli anni '60 non si tirarono tutte le
conseguenze di queste nuove concezioni e ciò per vari motivi, in particolare
perché questa nuova posizione del laicato
cattolico era talmente nuova che, mancando in fondo precedenti esempi
storici, essa doveva essere sperimentata nella pratica, impersonata nelle vite
dei credenti per vedere come funzionasse. E' questo appunto uno dei più
importanti lavori in corso nella
nostra collettività religiosa. Si tratta di lavori
tanto importanti quanto poco esplicitati nella vita della maggior parte dei
gruppi di impegno religioso che oggi aggregano i fedeli, salvo, nella mia esperienza, che in Azione Cattolica, la quale ne ha
fatto l'oggetto principale e prioritario del suo impegno. Più volte e in documenti molto autorevoli, che
ho riportato in altri miei precedenti interventi su questo blog, i nostri capi
religiosi, la gerarchia del clero, ci hanno richiamato l'urgenza e l'importanza
di questo impegno.
Alcuni temono e altri
auspicano che questi lavori in corso possano comportare anche una revisione di come il potere è esercitato
nella nostra collettività religiosa. Probabilmente ciò accadrà. Il cambiamento
deriverà dal fatto che l'aver riconosciuto la valenza propriamente religiosa
dell'attività svolta dai fedeli laici, come singoli e come collettività e con
responsabilità primaria e propria, nelle società civili, nei vari livelli in
cui esse si articolano, comporta il
riconoscere nell'organizzazione della nostra collettività religiosa un pluralismo che finora si era teso a escludere o
addirittura a contrastare. Infatti se il clero, la cui unità e data al vertice
romano, riconosce di non avere la
sufficiente competenza, intesa non
come potere formale ma come capacità di capire e di agire per risolvere i
problemi, per produrre un efficace rinnovamento della realtà profana, implicitamente ammette che, avendo riconosciuto
tale competenza ai fedeli laici, nei
vari settori di intervento nella società e secondo le specifiche competenze di ciascuno, ai problemi possano essere date
varie soluzioni, non una sola imposta d'autorità, e tutte compatibili con i
principi di fede. Questo sta comportando una profonda modifica dello statuto,
vale a dire di come è intesa e di come pretende di essere obbedito, dell'amplissimo
corpo di insegnamenti che va sotto il nome di dottrina sociale della Chiesa. Ricordo che alle origini, che si
fanno risalire all'enciclica Rerum
Novarum (= [il desiderio] di novità),
del 1891, i pontefici ritennero di avere la competenza (intesa sia come potere sia come capacità) di stabilire in dettaglio come dovessero essere
organizzate le società umane per essere conformi ai principi di fede.
La gestione
organizzativa di tale pluralismo è ancora un problema nella nostra collettività
religiosa. Anche questo è un lavoro in
corso. Questo mentre si è prodotta, proprio in questi mesi, una
spettacolare e drammatica crisi delle nostre istituzioni religiose centrali di
vertice, che ha manifestato chiaramente che la competenza teologica non è più nemmeno
sufficiente al governo della realtà propriamente religiosa.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli