Vivere serenamente i cambiamenti storici e sociali
Nell'affrontare la tradizione
della fede da una generazione all'altra sorgono dei problemi nel vedere che
nell'umanità tutto cambia più o meno
velocemente. Si vorrebbe che la religione fosse un punto di riferimento fermo e
stabile in un mondo in perenne movimento e qualche volta questo desiderio è
legato all'idea che non solo si possa rallentare o fermare del tutto la storia,
ma anche farla tornare indietro. E' un'esperienza che non viviamo noi, in
questa epoca, per la prima volta: la gente della nostra fede di tutti i tempi
si è dovuta confrontare con essa e ci si è anche pensato e scritto molto su. L'idea che è stata più o meno
condivisa nei millenni trascorsi è che effettivamente passa questo mondo, ma che il cambiamento è trainato da una volontà
amorevole, per cui possiamo essere fiduciosi nel futuro. Dunque, in pratica, e
senza volerla fare tanto lunga, direi che abbiamo, nella nostra fede, quanto ci
serve per affrontare serenamente i problemi dei mutamenti che si producono
attorno a noi.
Le nostre Scritture
sacre, quelle in cui riteniamo di potere ascoltare parole dall'alto, sono piene
di riflessioni sulla storia, in particolare in quelle che ci derivano dal
giudaismo antico. Nelle parti che sono scaturite dalle prime esperienze di vita
cristiana comunitaria ci si concentra più sul significato di alcuni eventi
fondativi, che ruotano intorno alla figura del nostro primo Maestro e che accaddero
molto rapidamente, e sulle conseguenti novità etiche le quali ebbero importanti
riflessi su come si stava insieme tra persone di fede. Per come l'ho intesa io,
negli scritti precedenti gli esordi della nostra fede comune ci si concentrava a
ragionare sulla storia passata, negli altri si cerca di formarsi un'idea del
corso della storia futura. Ma, se ho capito bene, in nessuna parte c'è l'idea
che la storia, per effetto soprannaturale, debba fermarsi, se non alla fine dei
tempi. Anzi è un'attesa specificamente religiosa, attestate nelle Scritture,
quella di nuovi cieli e nuova terra,
quindi di un movimento verso di essi. Non è nella storia che possiamo
trovare stabilità, ma in colui che
riteniamo il fondamento della storia e al quale ci rivolgiamo con
l'espressione, tratta dai salmi: da
sempre e per sempre tu sei. Questo è ciò che ho capito dell'insegnamento
religioso che mi è stato impartito. L'ho inteso bene? A me piace molto
ragionarci su, anche nella mia preghiera quotidiana. Ma è nel dialogo con gli
altri che certe convinzioni si rafforzano e, se necessario, vengono corrette. A
questo serve appunto vivere insieme l'esperienza di fede.
Bisogna dire che
nell'iniziazione cristiana che si riceve da più giovani si sorvola un po' sugli
aspetti storici. Del resto c'è tanto da comunicare e il tempo è poco. Così, a
volte, si può avere la convinzione che tutto ciò che è accaduto dopo il primo
secolo della nostra era abbia poca importanza o addirittura costituisca una
decadenza dell'umanità o una lotta contro la fede. E poi c'è il fatto che,
nella prima educazione, si è portati a sorvolare su alcuni gravi fatti che sono
stati storicamente connessi alla nostra esperienza religiosa, per cui mentre non
si teme di presentare la gente della nostra fede che fu duramente perseguitata,
nei primi secoli della nostra era, perché paradossalmente la memoria dei
martiri rafforza le convinzioni religiose creando un'epica, diciamo un bel
canto comune, favorevole, come accade ad esempio quando intoniamo La canzone del Piave ("Il Piave mormorava, calmo e placido al
passaggio / dei primi fanti il 24 maggio…"), il ricordo delle
persecuzioni inflitte da gente nostra a coloro che venivano considerati pagani, eretici o infedeli ci
deprime e ci demotiva. Ma poi perché? E' proprio la nostra fede comune che ci
mette in guardia: benché la storia sia trainata da una volontà buona, quello
che definiamo come disegno provvidenziale,
la tentazione del male c'è e ci sarà sempre fino alla fine dei tempi e la lotta
ha anche un connotato specificamente di etica interiore, e si combatte innanzi
tutto dentro di noi, per tacitare la belva che dentro di noi c'è. Gli antichi
paragonarono il popolo trascinato da sentimenti animaleschi a una mostruosa
belva e storicamente lo sono stati anche popoli di civiltà animate dalla nostra
fede. Non lo possiamo negare e, anzi, dall'anno 2000 siamo stati chiamati con
la massima autorità a impegnarci tutti
a far sì che certe brutte cose non accadano mai
più. Quindi ragionare sulla storia, quella passata, quella presente e
quella futura, è divenuto un impegno specificamente religioso.
Una delle idee forti
della civiltà in cui l'Italia di oggi vive è che sia possibile la convivenza
pacifica di genti con diverse fedi e convinzioni. Che, insomma, sia sempre
possibile lavorare nell'interesse comune per migliorare l'organizzazione
sociale rimuovendo le cose che generano sofferenza sociale e personale. Non
sempre la si è pensata così. Ma a questa convinzione può essere trovato uno
specifico fondamento nella nostra fede. C'è un'immagine, in uno dei più noti
scritti profetici delle Scritture, che mostra tutti i popoli della Terra in
marcia verso la città santa: ecco, è un po' questo che sta accadendo nell'umanità
contemporanea globalizzata. Ma, come
sappiamo, c'è ancora molto da fare per costruire una società in cui l'ideale di
pacificazione tra le genti diventi realtà stabile. Eppure qualcosa di fa. Nelle
scorse settimane, ad esempio, sono improvvisamente spirati venti di guerra e
poi si è riusciti a evitare il peggio, anche se non si è ancora riusciti a
fermare il conflitto civile che aveva dato origine alla crisi.
Ora, ci sono due
modelli di rapporto tra fede e società che sono stati seguiti storicamente:
quello della contrapposizione tra le due
città, quella animata dalla fede e quella preda del male, e quello che vede
la gente di fede come il lievito di un impasto che, pur non mantenendo più una
propria visibilità come sostanza, influisce molto sul risultato finale. Quindi
il modello del conflitto e quello della collaborazione nell'interesse comune.
La dottrina sociale, che si è sviluppata dalla fine dell'Ottocento, si pone sostanzialmente
nello spirito del secondo. Ma, dalla fine del Settecento, da quando cioè in
Europa, col diffondersi di nuove idee sociali e politiche, è venuta meno quel
complesso di organizzazioni e di convinzioni nel quale si faceva consistere la civiltà cristiana, ha ripreso forza anche
il primo. Quest'ultimo si manifesta nella convinzione che la gente di fede oggi
sia solo un piccolo resto assediato
in una civiltà malvagia, che vuole strapparle dal cuore le idee più care. Una
delle ragioni che motivano la necessità di un dialogo tra gente di fede, quindi
una religiosità non vissuta solo nella propria interiorità, è proprio
l'esigenza di arrivare a una valutazione
realistica, non meramente ideologica o emotiva, della situazione.
Anticipo la mia
opinione, con riserva di spiegarla meglio. La società italiana di oggi è ancora
profondamente permeata della nostra fede, pur nella fase di veloci cambiamenti
che sta vivendo. Se noi non prendiamo coscienza di questo, ragionandoci su
insieme, e organizziamo l'iniziazione cristiana dei più giovani nel senso della
contrapposizione frontale con la società del loro tempo, non solo ne faremo o
degli esclusi o delle persone indotte ad abbandonare le consuetudini religiose
(anche se non la fede), ma corriamo il rischio di privare il mondo in cui
vivono dell'importante loro contributo a ciò che in religione viene definito il bene comune, separandoli religiosamente dal lavoro che si fa nella società del
loro tempo con l'idea di preservarli dal
male.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli