Uscire dagli schemi
Se dobbiamo dialogare tra adulti
sull'educazione religiosa dei figli, sarebbe utile provare a uscire dagli
schemi consueti in cui in genere ci si colloca parlando di fede e che ci
vengono da quello che si legge sui giornali, si vede in televisione e si
ascolta alla radio. Lì di solito non si arriva mai al cuore dell'esperienza di
fede. Lo si dà per presupposto e si parte dalla polemica sulle cose che non
vanno. I temi sono papa: pro o contro?-sesso
sì/sesso no-crisi matrimoniali-famiglie omo/etero-contraccezione/aborto-perché
no la Comunione a questo o a quello-eutanasia-preti/soldi/compromissioni
politiche-cambiamenti in religione:donne preti e preti sposati-abusi dei preti.
Nei dibattiti c'è chi si assume il
ruolo di polemizzare e chi quello di difendere la dottrina comune. Spesso ho
però l'impressione che manchino proprio le basi per una discussione fruttuosa
perché al fondo ci si basa su molti pregiudizi reciproci e non si fa luce, in
spirito di verità, sulle cose più importanti della religione. Ci si limita,
sostanzialmente, a recitare delle parti e a replicare il già detto e il già
fatto. In definitiva è un po' un rituale, ma, a differenza di quelli religiosi,
di quelli delle nostre liturgie, non genera pace interiore, ma
insoddisfazione e rancori. Quando però
si riesce a uscire da questi schemi si hanno anche delle sorprese positive.
Non dico che certe
cose non siano importanti. Lo sono, tanto che negli anni passati in religione ci
si è schierati collettivamente a difesa, tracciando ideali linee invalicabili, in particolare su contraccezione/aborto/procreazione assistita medicalmente/eutanasia/famiglia/scuola
cattolica, nel confronto nella società civile. Ma quando si ha di mira di
cooperare per suscitare un'esperienza religiosa nei più giovani, in ciò in cui
essa deriva da un ambiente sociale (perché, non dimentichiamocelo, in religione
pensiamo che ci sia anche dell'altro), non è saggio partire dalle polemiche, dando
per presupposti, e quindi
sostanzialmente tralasciando, gli aspetti basilari di una vita di fede,
dedicandosi invece a polemiche rituali. E' una cosa che ho sperimentato come
controproducente, vale a dire infruttuosa. E quando dico questo non intendo
parteggiare con una delle parti ritualmente in polemica, o con chi attacca o con chi difende.
Si dice che la prima vittima di una guerra
è la verità. E' così. In religione noi vorremmo essere cercatori di
verità, ma nelle controversie a volte ci riesce difficile di esserlo veramente.
Così in quella che viene definita l'apologetica,
che sarebbe la difesa ad oltranza della religione, non di rado si finisce per difendere,
per non darla vinta agli avversari,
anche ciò che non lo merita, ad esempio trovando giustificazioni per fatti
terribili che storicamente sono accaduti, ad esempio nelle guerre a fondamento
religioso.
Ho trovato più
soddisfacenti gli incontri in cui si è partiti, con animo sincero e in libertà,
dalla propria esperienza interiore della fede per confrontarla con quella degli
altri. Questo è un modello di dialogo
basato sull'apertura e sull'ascolto.
Non si tratta infatti di recitare in
pubblico la lezione e di vedere se corrisponde alla dottrina comune, al modo in
cui ci si presenta davanti ad una commissione d'esame per essere promossi o
bocciati. E' qualcosa che assomiglia più alla preghiera, che è uno degli
aspetti fondativi dell'esperienza religiosa. Da come uno prega si capisce che
tipo di fede religiosa ha. Degli anni del mio primo catechismo, a parte il
libretto a domande e risposte che ancora conservo con devozione, ciò che mi è
rimasto dentro veramente mi pare che siano le preghiere che mi sono state
insegnate e le liturgie alle quali ho partecipato. Non è che tutto i resto non
sia servito, ma, crescendo e imparando cose nuove, l'ho sviluppato e ora, in
quello, non penso più da bambino. Nella preghiera, nell'atteggiamento di
preghiera, constato invece ancora una unità interiore tra il me di allora e il
me di oggi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli