Costruire per le donne e gli uomini che
i nostri figli saranno
In uno dei precedenti interventi ho
scritto che qualche volta si dà la colpa ai genitori dell'apparente insuccesso
delle strategie catechistiche dell'iniziazione cristiana dei bambini e dei
ragazzi. E questo perché i ragazzi,
crescendo, ad un certo punto non vengono più in chiesa. Allora i genitori se da
un lato sono portati a sentirsi
effettivamente colpevoli di qualche cosa, dall'altro tendono a replicare
girando l'accusa sull'organizzazione catechista, che avrebbe allontanato i loro figli con una predicazione troppo
bigotta. Questo clima di diffidenza e sfiducia reciproca è controproducente.
Bisogna rendersi
conto che l'allontanamento dei giovani dalla chiesa a partire dalla pubertà e
fino alla loro stabilizzazione emotiva ed affettiva si può produrre anche se il
catechismo e la famiglia hanno lavorato bene. E, anzi, effettivamente si
produce in un'alta percentuale di casi. Questo è ciò che ho constatato. Le
ragioni per cui questo avviene sono molte, ma fondamentalmente si possono
riassumere, per come la vedo io, nell'esigenza emotiva dei giovani di rendersi
autonomi dai genitori, se non ancora dalla dipendenza economica da loro almeno
nell'osservanza di molte delle regole da loro imposte e che caratterizzano la
potestà che si esercita sui minorenni. E' un processo che ha una dimensione
naturale e una sociale, perché avviene in concomitanza con lo sviluppo del
corpo e della mente e con l'instaurazione di più forti legami con l'ambiente
umano al di fuori della famiglia d'origine. Un genitore, a quel punto, ha
limitate possibilità di intervento e, anzi, un'ingerenza troppo ravvicinata può
rivelarsi addirittura controproducente. Si può solo tentare pazientemente di
adoperarsi perché i figli in questo processo di crescita non si facciano troppo
male e non facciano del male ad altri.
Ma un genitore non lavora per il pupetto di
oggi, quello che accompagna al catechismo per la Prima Comunione, né per lo
strambo individuo che quel bimbo diventa crescendo, ma per le donne e gli
uomini che i figli diventeranno a conclusione della veloce metamorfosi
innescata dalla pubertà. Un adulto solitamente recupera molto di ciò che ha
rifiutato da ragazzo. Ma non la dipendenza stretta dai genitori. Questi ultimi,
ad un certo punto,vengono sempre detronizzati.
Del resto è la stessa legge civile che lo prevede, che stabilisce che ad una
certa età si esca dalla potestà dei
genitori. Se un genitore usa l'autorità della religione per puntellare la
propria, pericolante, coinvolgerà anche la religione nella caduta, inevitabile,
della sua potestà sui figli. Sarà allora più difficile per il ragazzo divenuto
adulto recuperare l'adesione interiore alla fede.
Io, sulla base della mia esperienza di genitore, consiglio di
accettare senza sensi di colpa l'idea che una figlia o un figlio ad un certo punto decidano di non
andare più in chiesa. Cerchiamo tuttavia di mettere bene in chiaro con loro che
una cosa è l'obbedienza verso i genitori finché si è piccoli ed altra è
l'adesione alla fede religiosa. Uscire dalla potestà dei genitori e stabilire
con loro una nuova relazione d'affetto e di rispetto da adulti è un dovere
naturale e significa crescere, mentre
sottrarsi alla fede religiosa può
significare una perdita, ad esempio se si baratta la particolare dignità
che essa genera con la sicurezza che dà il conformarsi ad un certo gruppo
sociale, a certi costumi identitari.
In molti casi ci sarà
poi un riavvicinamento alla parrocchia. In particolare quando ci si deciderà
per il matrimonio religioso. E' dell'altro giorno la notizia che diciassette
soldati italiani di stanza in Libano, impegnati in una missione per l'ONU,
hanno ricevuto la Cresima.
Infine, teniamo conto,
religiosamente, che nelle cose di fede non sono impegnate solo le nostre forze.
I sacerdoti continuano a predicarcerlo. Cerchiamo di fare al meglio il nostro
lavoro, di esercitare le virtù della nostra fede, ma siamo anche consapevoli che
potrà accadere di doverci considerare, alla fine, servi inutili, vale a dire, nel senso in cui questa espressione è
stata utilizzata nel Vangelo della scorsa domenica, non indispensabili.
Mario Ardigò - Azione Cattolica San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli