domenica 13 ottobre 2013

Sincerità, realismo e senso pratico


Sincerità, realismo e senso pratico

 
 Viviamo in un'epoca di veloci mutamenti dei costumi e delle convinzioni sociali, come del resto ce ne sono già state nella storia dell'umanità. Un periodo così fu vissuto in Italia nel quinto secolo della nostra era, quando crollarono le istituzioni politiche del grande impero mediterraneo nel quale, ad un certo punto, si era creato un clima molto favorevole all'espansione della nostra fede e se ne erano consolidati i fondamenti culturali. Così come nel sedicesimo secolo, in cui presero piede nuove concezioni in campo religioso e culturale. Ciò che stiamo vivendo in questi anni è caratterizzato da un forte protagonismo delle masse: quindi non si tratta tanto di una lotta tra potenti per il dominio politico della società o tra dotti innovatori culturali per il dominio sulle coscienze, ma di nuove consuetudini e concezioni sociali che si vengono affermando tra la gente comune nello spirito di maggiore libertà che denota i sistemi di democrazia popolare. Del resto, anche in religione, in cui per millenni si centrava l'insegnamento popolare essenzialmente sulla virtù dell'obbedienza ("Credo tutto quello … che la santa Chiesa ci propone a credere" si recita nella preghiera Atto di fede), oggi si vuole dal fedele un'adesione più convinta e una collaborazione personale più attiva nell'interpretazione dei principi di fede nell'organizzazione della società, da quella familiare a quelle civile e politica, e nella formazione di una religiosità personale. Questo movimento ha aspetti positivi e altri meno, come tutte le cose umane, ma non può essere contrastato, vale a dire che la storia in questo non può tornare indietro. Ci sono conquiste dell'umanità che hanno questo carattere di irreversibilità e l'ideologia democratica contemporanea è tra queste. Non sto a dilungarmi su questo, ma ragionateci su. Penso che tanto prima ci si rende conto di questo carattere dell'era contemporanea. quanto più efficacemente ci si può cominciare a organizzare per sfruttare le maggiori opportunità che la nuova situazione offre e per provare a correggerne gli inconvenienti che presenta.
 Naturalmente questo nuovo clima della società ha minore incidenza sui metodi educativi dei più piccoli di quanta ne abbia sull'educazione dei ragazzi che si trovano nell'età in cui cominciano ad essere più autonomi dalla famiglia di origine, diciamo dalla prima media in avanti. Un bambino piccolo accetta con più tranquillità la correzione di un adulto. Un ragazzo più grande, se gli si prospetta l'unica via dell'accettazione di quanto gli viene detto  e lo si critica sistematicamente in tutto ciò in cui il suo pensiero e la sua volontà tendono a divergere, si allontana: oggi può farlo. Ma anche se non dobbiamo aspettarci, nell'iniziazione religiosa dei bambini, una resistenza analoga a quella che in genere si  manifesta nei più grandi, è pur vero che c'è nell'essere umano una unità della persona, che permane nelle varie età della vita, per cui dobbiamo tener conto, penso, che parlando al bambino di oggi, ci rivolgiamo, in fondo, anche al ragazzo e all'adulto di domani.  Dico questo sulla base della mia personale esperienza di bambino, di ragazzo, di adulto e di genitore. Quindi in base a una sapienza pratica, non di conoscenze specialistiche in questo o quel ramo della scienza, ad esempio in teologia, scienze dell'educazione, psicologia. Tenetelo presente, perché, se l'esperienza ha un suo valore, è però dalle scienze che oggi ci aspettiamo il progresso dell'umanità.
 Direi che perciò sarebbe bene, tutto considerato, ispirare l'educazione religiosa a principi di sincerità, realismo e senso pratico, che comprende anche la consapevolezza dei propri limiti e degli specifici obiettivi a cui si tende.
 Non facciamo quindi promesse che non potranno essere mantenute. Non è provato che, se si crede, tutto ci andrà bene nella vita. La fede religiosa dà indubbiamente gioia, ma non ci salva dal dolore, dalle malattie, dalla morte fisica, l'ultima nemica. Si cerca di essere benevoli verso tutti, ma spesso non ci si riesce e gli altri non ci riescono verso di noi. La vita in una comunità religiosa presenta tutte le difficoltà che si incontrano in altre collettività. Tutte queste cose sono però ben presenti ai bambini piccoli, come è scritto anche nei manuali che i genitori a volte comprano per capire come essere al passo con i tempi. Spesso consideriamo i bambini come piccoli angeli e invece hanno una sapienza naturale della cose della vita che certe volte è più realistica di alcune nostre convinzioni.
 Insegnando ai più giovani avremo un qualche influsso sull'umanità futura, ma non è realistico proporci di plasmarla secondo le nostre personali concezioni o di quelle del nostro gruppo di riferimento. Essa anzi si sorprenderà e ci supererà. Accade quasi sempre così. Falliremo, se cercheremo di costruire nei più giovani delle nostre repliche, ma ancor più se ci proporremo di conformarli rigorosamente a un modello che noi riteniamo ideale per loro (e magari neppure noi siamo riusciti a tradurlo in pratica nelle nostre vite) o di pretendere che i più giovani vivano secondo i ritmi  e i modi degli adulti, magari neanche quelli di oggi, ma quelli di cinquanta o addirittura duemila anni fa. Io penso quindi che sia bene, tenendo conto dello spirito dei tempi e di ciò che ai tempi nostri si pretende dagli adulti, rispettare maggiormente le personalità individuali dei giovani, dando loro modo di esprimerle effettivamente e mantenendo un'area di riguardo per la loro intimità personale, ad esempio nelle cose che riguardano la sessualità, che deve aumentare con l'età. Questo è ad esempio il metodo che si segue nello scoutismo e che ho trovato molto efficace. Lo scoutismo è caratterizzato da un'impronta etica molto forte e stimola l'assunzione di responsabilità dei più giovani, fin da molto piccoli, ma non fa un dramma di certe cose che invece spesso angosciano i genitori, i quali, in questo, talvolta dimenticano il proprio vissuto.
 Infine, in ogni forma di insegnamento la rigidità è controproducente. Si tratta pur sempre di una tipo di relazione umana, che comporta quindi un dare e un ricevere, un parlare e un ascoltare e soprattutto un osservare l'altro per capirlo meglio. Insegnamento non è indottrinamento. Quest'ultimo si subisce, cedendo ad un'autorità più forte, ma poi, appena si può, ce se ne libera. Non è così? L'obiettivo dell'iniziazione religiosa oggi mi pare che non si possa più definire con il termine inculcare, che pure ricorre nel gergo ecclesiale: si tratta innanzi tutto di persuadere coinvolgendo anche l'affettività personale, non solo la capacità mentale. E' quello che si vuole intendere, mi pare di aver capito, quando si dice che bisogna insegnare a voler bene a Gesù per poi imparare da lui ad essere benevoli verso il prossimo.
 La difficoltà maggiore per un catechista, per come la vedo io (mia mamma è stata a lungo catechista), è quando teme di perdere il controllo della classe, e a volte lo perde veramente, perché non conosce ancora bene i giovani che gli sono stati affidati e non è da loro ben conosciuto e, quindi, rispettato. Si è tentati allora di fare la voce grossa e di imporre il silenzio con la forza dell'autorità. Questo si può fare nelle situazioni per così dire di emergenza, ma non sempre. In questo i genitori, che con i bambini conservano ancora un'autorità naturale (che viene scemando man mano che i figli crescono), possono dare una mano accreditando  il catechista. Questo riesce nella misura in cui l'organizzazione catechistica, a sua volta, accredita i genitori e non li considera solo come portatori di materiale umano da plasmare.
 Ripeto che ciò che dico riflette la mia personale esperienza pratica e va sottoposto a verifica, perché ognuno di noi è portatore di un'esperienza analoga, che può divergere dalla mia, e soprattutto bisogna cercare di conoscere i risultati che gli specialisti nei vari settori hanno raggiunto ragionando su un'esperienza più vasta. In questo lavoro ci si aiuta gli uni con gli altri, in modo da avere presenti, nel dialogo, diversi punti di vista e di crescere insieme in ciò che si fa, imparando dagli errori, propri e degli altri, e da chi ne sa di più per esperienza e scienza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli