Rispettare la dignità delle persone nella diffusione della fede
religiosa
In religione ci sentiamo spinti ad andare
verso gli altri per diffondere la fede. Accade anche in politica, nelle
scienze, nel commercio e in altri settori delle attività umane. Nel consolidare
l'unità d'Italia, dopo averla imposta in guerra, si è fatto qualcosa di simile,
che venne definito come un voler fare gli
italiani dopo aver fatto l'Italia ed è un lavoro che ancora dura e di cui
non siamo mai soddisfatti. Esso storicamente presentò anche aspetti dolorosi e
crudeli, perché, specialmente nei primi decenni, si trattò anche di vincere
resistenze sociali con l'azione militare e di polizia. Anche l'azione di diffusione
della nostra fede li ebbe in diverse fasi della sua lunga storia. Oggi ne
vogliamo prendere coscienza e tenerne conto per il futuro: in ciò consiste
l'opera di purificazione della memoria
a cui siamo stati chiamati prima e dopo l'Anno Santo dell'Anno 2000. Ai giorni
nostri ci sembra strano che la propagazione di una fede che si basa sulla
benevolenza universale abbia potuto comportare lo sterminio di interi popoli o
comunque stragi di varia portata, ma ciò storicamente è accaduto e se ne prese
coscienza, nel senso di capirne la portata antievangelica, già tra i contemporanei
di quei fatti, come accadde, ad esempio, durante la prima evangelizzazione
delle Americhe.
La constatazione dei
problemi che si incontrano nell'entrare a far parte di una collettività
religiosa e nell'integrarsi in essa è esperienza comune. In definitiva
l'esperienza in qualsiasi gruppo di fede finisce prima o poi per deludere. Lo
si è capito molto bene, fin dalle loro prime manifestazioni, nelle collettività
monastiche, che si basano su un più forte impegno di coesione nell'intento di
realizzare gli ideali di fede, anticipando
una realtà che ci si attende pienamente realizzata solo alla fine dei tempi. Infatti,
negli statuti degli ordini religiosi, di solito si trovano regole specifiche
per comprendere se coloro che chiedono di entrarvi a far parte sono motivati
dalla fede o dal desiderio di sicurezza che deriva da una collettività che
limita molto in certe cose ma anche protegge i suoi membri.
Fondamentalmente c'è
sempre, anche oggi, l'esigenza di rispettare la dignità di coloro ai quali ci
rivolgiamo per coinvolgerli in un'azione religiosa. Oggi essa si manifesta nel
voler rispettare, nella missione di fede, la libertà di coscienza, e
dunque uno spazio di riservatezza interiore e di capacità di autodeterminazione,
delle persone. Paradossalmente questo, nella mia esperienza, riesce più facile
nell'iniziazione dei più piccoli, i quali crescendo sono soggetti a
modificazioni psicologiche che comportano una forte reazione alle forme di
coercizione indebite. Negli adulti, specialmente nelle persone che per vari
motivi sono in difficoltà, si possono invece attivare dei meccanismi che rendono
particolarmente fragili di fronte a collettività fortemente motivate.
Negli scorsi anni '80 si dibatté
anche piuttosto vivacemente su questi temi. C'era chi intendeva come modalità
essenziale di diffusione della fede quella di organizzare collettività molto
unite e gerarchicamente strutturate dove la fede potesse essere vissuta e resa visibile. E chi invece
vedeva proprio in questa accentuazione dell'importanza del gruppo un pericolo
per la diffusione della fede, un ostacolo al dialogo verso l'esterno, e pensava
che la presentazione della realtà della fede fosse più efficace rinunciando
alla forza di suggestione psicologica che deriva da collettività molto coese,
partecipando di più, invece, alle forme sociali comuni. Ai tempi nostri si è
presa maggiore consapevolezza, sperimentale, in base all'esperienza pratica,
degli effetti controproducenti dell'assolutizzazione di quelle due concezioni e,
in genere, si cerca di integrarle. In particolare, nel confronto/scontro con le
sette religiose, si è presa coscienza
dei gravi problemi che comporta la pretesa di rifondare religiosamente la personalità della gente, creando vincoli di stretta dipendenza da
collettività la cui coerenza è
assicurata da vincoli gerarchici molto forti, in particolare basati sulle forti
personalità di alcuni capi. Quell'obiettivo, di costruzione di un nuovo essere umano, qualche volta è confuso con
ciò che in religione definiamo conversione,
che invece dipende da un'azione dall'alto,
non dalla forza di una collettività nel soggiogare
le persone.
Ai tempi nostri si sottolinea particolarmente
che la fede religiosa è una scelta di libertà
e quindi si spinge verso atteggiamenti sociali anticonformistici. Ad esempio
nel consigliare uno stile di vita sobrio, contro la civiltà del consumismo che preme
in direzione contraria con la forza degli esempi del lusso e della pubblicità
commerciale. O nel fare troppo affidamento nelle ricchezze materiali, che oggi
ci sono e domani possono venir meno, come dimostra l'andamento oscillante dei
cicli economici, in favore della costruzione di ricchezze interiori. Questo
orientamento, per come credo di capire, corrisponde alla situazione delle
origini della nostra fede, narrati nelle Scritture sacre che ad essa si
riferiscono, in cui non vediamo realizzati, né durante l'evangelizzazione
compiuta dal primo Maestro, né successivamente, forme di coercizione
psicologica o sociale a base comunitaria. La gente accorreva sulla base di
moventi interiori molto forti, che poi la portava anche a resistere nelle
persecuzioni e quindi quando le aggregazioni su base religiosa erano, come
dire, sciolte d'autorità. All'epoca la fede non era ancora sostenuta da quella
che definiamo civiltà cristiana,
viveva ancora in mezzo a concezioni religiose diverse, e spesso ostili, ed è un
po' la situazione che viviamo oggi, anche se nella nostra Europa non vi è
assolutamente ostilità alla nostra
fede e il problema è, semmai, quello inverso, di non preferire politicamente la nostra religione rispetto alle altre
perché, altrimenti, si ricadrebbe facilmente nei contrasti crudeli del passato,
vista anchye la maggiore integrazione dei popoli seguita alla globalizzazione.
Nella pratica dei nostri gruppi penso sia
quindi consigliabile abbandonare la pretesa di voler ricostruire le persone,
distruggendo tutto ciò che erano prima
dell'adesione per ripartire da zero.
Questa non è missione, ma indottrinamento. Esso fu praticato su
larga scala in Italia durante il fascismo storico e lo fu e lo è ancora nei
regimi comunisti. La nostra collettività di fede, oggi, sente come una compromissione il cedimento storico, che
sicuramente vi fu, alle lusinghe, e alle opportunità, dell'indottrinamento autoritario nell'era che ha preceduto il ripristino
della democrazia nella nostra nazione. E tende a mettere in evidenza le
obiezioni che furono, anche autorevolmente, mosse a un'azione che, volendo
anche integrare politica e religione in una nuova
civiltà, finiva per assolutizzare lo
stato.
In realtà, nella
fede, non si parte mai da zero, non
si costruisce bene su macerie umane. L'adesione religiosa si fa in coscienza e quindi sul presupposto
che una libertà di coscienza sia
mantenuta anche nelle relazioni sociali in cui si articola la vita di fede.
Questa è la mia visione, basata su un'esperienza personale, ma vi prego di
cercarne conferma più autorevole nel magistero ecclesiale.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli