venerdì 18 ottobre 2013

Rispettare la dignità delle persone nella diffusione della fede religiosa


Rispettare la dignità delle persone nella diffusione della fede religiosa

 
 In religione ci sentiamo spinti ad andare verso gli altri per diffondere la fede. Accade anche in politica, nelle scienze, nel commercio e in altri settori delle attività umane. Nel consolidare l'unità d'Italia, dopo averla imposta in guerra, si è fatto qualcosa di simile, che venne definito come un voler fare gli italiani dopo aver fatto l'Italia ed è un lavoro che ancora dura e di cui non siamo mai soddisfatti. Esso storicamente presentò anche aspetti dolorosi e crudeli, perché, specialmente nei primi decenni, si trattò anche di vincere resistenze sociali con l'azione militare e di polizia. Anche l'azione di diffusione della nostra fede li ebbe in diverse fasi della sua lunga storia. Oggi ne vogliamo prendere coscienza e tenerne conto per il futuro: in ciò consiste l'opera di purificazione della memoria a cui siamo stati chiamati prima e dopo l'Anno Santo dell'Anno 2000. Ai giorni nostri ci sembra strano che la propagazione di una fede che si basa sulla benevolenza universale abbia potuto comportare lo sterminio di interi popoli o comunque stragi di varia portata, ma ciò storicamente è accaduto e se ne prese coscienza, nel senso di capirne la portata antievangelica, già tra i contemporanei di quei fatti, come accadde, ad esempio, durante la prima evangelizzazione delle Americhe.
 La constatazione dei problemi che si incontrano nell'entrare a far parte di una collettività religiosa e nell'integrarsi in essa è esperienza comune. In definitiva l'esperienza in qualsiasi gruppo di fede finisce prima o poi per deludere. Lo si è capito molto bene, fin dalle loro prime manifestazioni, nelle collettività monastiche, che si basano su un più forte impegno di coesione nell'intento di realizzare gli ideali di fede, anticipando una realtà che ci si attende pienamente realizzata solo alla fine dei tempi. Infatti, negli statuti degli ordini religiosi, di solito si trovano regole specifiche per comprendere se coloro che chiedono di entrarvi a far parte sono motivati dalla fede o dal desiderio di sicurezza che deriva da una collettività che limita molto in certe cose ma anche protegge i suoi membri.
 Fondamentalmente c'è sempre, anche oggi, l'esigenza di rispettare la dignità di coloro ai quali ci rivolgiamo per coinvolgerli in un'azione religiosa. Oggi essa si manifesta nel voler rispettare, nella missione di fede, la  libertà di coscienza, e dunque uno spazio di riservatezza interiore e di capacità di autodeterminazione, delle persone. Paradossalmente questo, nella mia esperienza, riesce più facile nell'iniziazione dei più piccoli, i quali crescendo sono soggetti a modificazioni psicologiche che comportano una forte reazione alle forme di coercizione indebite. Negli adulti, specialmente nelle persone che per vari motivi sono in difficoltà, si possono invece attivare dei meccanismi che rendono particolarmente fragili di fronte a collettività fortemente motivate.
 Negli scorsi anni '80 si dibatté anche piuttosto vivacemente su questi temi. C'era chi intendeva come modalità essenziale di diffusione della fede quella di organizzare collettività molto unite e gerarchicamente strutturate dove la fede potesse essere vissuta e resa visibile. E chi invece vedeva proprio in questa accentuazione dell'importanza del gruppo un pericolo per la diffusione della fede, un ostacolo al dialogo verso l'esterno, e pensava che la presentazione della realtà della fede fosse più efficace rinunciando alla forza di suggestione psicologica che deriva da collettività molto coese, partecipando di più, invece, alle forme sociali comuni. Ai tempi nostri si è presa maggiore consapevolezza, sperimentale, in base all'esperienza pratica, degli effetti controproducenti dell'assolutizzazione di quelle due concezioni e, in genere, si cerca di integrarle. In particolare, nel confronto/scontro con le sette religiose, si è presa coscienza dei gravi problemi che comporta la pretesa di rifondare religiosamente la personalità della gente, creando vincoli di stretta dipendenza da collettività la cui coerenza  è assicurata da vincoli gerarchici molto forti, in particolare basati sulle forti personalità di alcuni capi. Quell'obiettivo, di costruzione di un nuovo essere umano, qualche volta è confuso con ciò che in religione definiamo conversione, che invece dipende da un'azione dall'alto, non dalla forza di una collettività nel soggiogare le persone.
  Ai tempi nostri si sottolinea particolarmente che la fede religiosa è una scelta di libertà e quindi si spinge verso atteggiamenti sociali anticonformistici. Ad esempio nel consigliare uno stile di vita sobrio, contro la civiltà del consumismo che preme in direzione contraria con la forza degli esempi del lusso e della pubblicità commerciale. O nel fare troppo affidamento nelle ricchezze materiali, che oggi ci sono e domani possono venir meno, come dimostra l'andamento oscillante dei cicli economici, in favore della costruzione di ricchezze interiori. Questo orientamento, per come credo di capire, corrisponde alla situazione delle origini della nostra fede, narrati nelle Scritture sacre che ad essa si riferiscono, in cui non vediamo realizzati, né durante l'evangelizzazione compiuta dal primo Maestro, né  successivamente, forme di coercizione psicologica o sociale a base comunitaria. La gente accorreva sulla base di moventi interiori molto forti, che poi la portava anche a resistere nelle persecuzioni e quindi quando le aggregazioni su base religiosa erano, come dire, sciolte d'autorità. All'epoca la fede non era ancora sostenuta da quella che definiamo civiltà cristiana, viveva ancora in mezzo a concezioni religiose diverse, e spesso ostili, ed è un po' la situazione che viviamo oggi, anche se nella nostra Europa non vi è assolutamente ostilità alla nostra fede e il problema è, semmai, quello inverso, di non preferire politicamente la nostra religione rispetto alle altre perché, altrimenti, si ricadrebbe facilmente nei contrasti crudeli del passato, vista anchye la maggiore integrazione dei popoli seguita alla globalizzazione.
  Nella pratica dei nostri gruppi penso sia quindi consigliabile abbandonare la pretesa di voler ricostruire  le persone, distruggendo tutto ciò che erano prima dell'adesione per ripartire da zero. Questa non è missione, ma indottrinamento. Esso fu praticato su larga scala in Italia durante il fascismo storico e lo fu e lo è ancora nei regimi comunisti. La nostra collettività di fede, oggi, sente come una compromissione il cedimento storico, che sicuramente vi fu, alle lusinghe, e alle opportunità, dell'indottrinamento autoritario nell'era che ha preceduto il ripristino della democrazia nella nostra nazione. E tende a mettere in evidenza le obiezioni che furono, anche autorevolmente, mosse a un'azione che, volendo anche integrare politica e religione in una nuova civiltà, finiva per assolutizzare lo stato.
 In realtà, nella fede, non si parte mai da zero,  non si costruisce bene su macerie umane. L'adesione religiosa si fa in coscienza e quindi sul presupposto che una libertà di coscienza sia mantenuta anche nelle relazioni sociali in cui si articola la vita di fede. Questa è la mia visione, basata su un'esperienza personale, ma vi prego di cercarne conferma più autorevole nel magistero ecclesiale.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli