Coscienza
La coscienza ha una funzione fondamentale
nell'interiorità di una persona religiosa. E' alla base di quel processo che
chiamiamo conversione. Ma anche dell'idea di libertà degli esseri umani
e, in particolare dai poteri sociali che vogliono influire su di loro, di tutti
i poteri sociali, compresi quelli religiosi. Anche questo aspetto è presente con
molto risalto nella nostra fede ed è proprio davanti a un tribunale di ispirazione
religiosa che, secondo quanto si racconta degli esordi della nostra
collettività religiosa, fu proclamato il principio che si deve ubbidire prima a Dio che agli uomini (il tema è emerso
anche nel dibattito dell'ultima riunione del nostro gruppo di AC). Nella riflessione sulla fede, storicamente si
finì per vedere nella conversione in
prevalenza l'aspetto dell'obbedienza a
regole morali definite dall'autorità religiosa in contrapposizione all'idea di libertà
personale fondata sulla propria coscienza, considerata come la sede
dell'esercizio della ragione. Così in
religione le decisioni secondo coscienza
cominciarono ad essere viste con sospetto, come manifestazioni potenziali di disobbedienza. E, al contrario, la
coscienza venne tirata in ballo da coloro che effettivamente volevano criticare
le regole religiose imposte dalle autorità. La polemica dura tuttora e si è
manifestata anche nei giorni scorsi sullo spunto di dialoghi che hanno avuto
ampia risonanza giornalistica.
Che cosa è la coscienza? Si cerca di spiegarlo ai
fedeli fin da bambini. Infatti l'esame di
coscienza è un esercizio fondamentale della vita di fede e lo si vorrebbe
quotidiano, al termine di ogni giornata. Da esso infatti scaturiscono quelle
correzioni di rotta, nell'impostazione della propria vita, in cui si manifesta
la conversione religiosa, che è un'esigenza permanente per il fedele. Per una
definizione precisa di ciò che in religione si intende per coscienza rimando al magistero, espresso ad esempio nel Catechismo della Chiesa cattolica. Per
come io l'ho intesa, la coscienza è un
processo della nostra interiorità in cui noi esaminiamo in spirito di verità e
realisticamente i fatti e le nostre azioni per decidere che fare, tenendo conto
non solo del nostro interesse, del nostro istinto, del soddisfacimento dei
nostri bisogni e della ricerca di soddisfazioni personali di vario tipo, ma
anche degli altri, in primo luogo di quelli ai quali vogliamo bene e di quelli
che suscitano la nostra compassione, della collettività in cui siamo inseriti e
da cui dipendiamo per le cose della vita e dei principi ai quali vogliamo
ispirare la nostra vita. La coscienza, finché non si manifesta in una qualche
azione o nell'espressione di un pensiero, è nascosta agli altri,
compresi coloro che esercitano un'autorità su di noi, quindi può essere vista
come uno spazio di libertà.
Che poi per gli
esseri umani sia possibile una vera libertà
è oggi argomento controverso, perché, nelle scienze, abbiamo preso
consapevolezza di tutti i condizionamenti biologici, psicologici, sociali,
culturali che in realtà determinano le decisioni della gente in modo piuttosto
stringente, di modo che, alla fine, si finisce sempre per seguire la corrente. Ma, in tutti i casi in cui si parla di
coscienza nel senso che ho detto, si dà per presupposto che una vera libertà
sia possibile per un essere umano e che quindi si possa trovare nella propria
interiorità la forza di superare quei condizionamenti.
Negli ultimi
cinquant'anni in religione si è ripreso a dare molta importanza al tema della coscienza nella vita di fede. Si è
trattato di superare quella diffidenza di cui ho parlato e di recuperare temi
che erano stati sempre presenti e centrali, fin dalle origini, nelle concezioni
religiose. Lo si è fatto tenendo conto anche dell'importanza che si è venuta ad
attribuire, nelle società contemporanee che sono molto complesse, all'idea di autonomia delle varie realtà in cui si
articola la vita sociale delle persone, con la conseguenza che ciascuna di
quelle realtà segue principi suoi propri che corrispondono alle caratteristiche
delle materie sulle quali si agisce: ad esempio, per tirar su una casa bisogna
capire di ingegneria edile e non bisogna attendersi soluzioni dalla teologia,
se non in linea molto generale, per il fatto che si consiglia di costruire su
fondamenta solide. E poi tenendo conto della rilevanza che le decisioni
individuali assumono nei sistemi politici democratici, in cui la coerenza dei
sistemi non è più data dall'obbedienza
ai sovrani, ma dalla capacità di tutti di farsi
sovrani assumendo la responsabilità delle decisioni supreme, quelle in cui
sono in questione i principi fondamentali e la sopravvivenza di una collettività.
La caratteristica principale della coscienza religiosa è che, a differenza di
quella non religiosa, essa riconosce a se stessa dei limiti che non derivano solo
dall'esercizio della ragione, benché quest'ultima sia sempre implicata nelle
decisioni di coscienza. La conseguenza è che le decisioni della coscienza
religiosamente ispirata appaiono sempre in qualche modo paradossali, quindi apparentemente irragionevoli. Come quella di rinchiudersi in
un monastero per perseguire la massima libertà. O di proporsi la benevolenza
verso questa o quella persona per sempre,
qualunque cosa accada e contro l'esperienza comune che segnala che il per sempre non è di questo mondo.
Nella polemica
antireligiosa, talvolta ci si figura la vita di fede come quella di un
deficiente che si limita a dar retta a favole, a lasciarsi guidare
dall'emotività e a ubbidire acriticamente a coloro che esercitano su di lui
un'autorità basata su quelle favole e quell'emotività. E ci sorprende
nell'incontrare, tra le persone di fede, alcuni che suscitano grande rispetto
per come vivono, per quello che fanno, per come la pensano. Ma ancora di più ci
si sorprende quando, a ben ragionare, si scopre che decisioni paradossali, quindi a base religiosa, sono implicate nei
principi fondamentali dei tempi nuovi che stiamo vivendo, ad esempio nel principio di uguaglianza.
Nell'esercizio della
coscienza religiosamente ispirata c'è il senso del limite, ma anche quello del
superamento dei limiti, dei condizionamenti umani. C'è obbedienza, benevolenza,
compassione e libertà. Ragione e sentimento. Razionalità e consapevolezza dei
limiti della ragione umana. Non è mai
solo questione di obbedire, anche se
questo aspetto viene indubbiamente in risalto sotto il profilo della coerenza. A volte, anzi, la disobbedienza diventa un obbligo di coscienza e allora, come
scrisse Lorenzo Milani, l'obbedienza non
è più una virtù. E tuttavia tutta l'organizzazione religiosa, alla quale
nella cattolicità si vuole dare un carattere di particolare visibilità e di
coesione, si basa proprio sulla coscienza personale. Quindi mi pare assurdo
sostenere, come si è fatto da alcuni in questi giorni, polemizzando da sponde
opposte, e come si è fatto anche nel vicino e lontano passato, che dando
risalto alla coscienza si distruggerebbero i fondamenti della nostra
collettività religiosa perché nulla sarebbe più certo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli