giovedì 17 ottobre 2013

Coscienza


Coscienza

 La coscienza ha una funzione fondamentale nell'interiorità di una persona religiosa. E' alla base di quel processo che chiamiamo conversione. Ma  anche dell'idea di libertà degli esseri umani e, in particolare dai poteri sociali che vogliono influire su di loro, di tutti i poteri sociali, compresi quelli religiosi. Anche questo aspetto è presente con molto risalto nella nostra fede ed è proprio davanti a un tribunale di ispirazione religiosa che, secondo quanto si racconta degli esordi della nostra collettività religiosa, fu proclamato il principio che si deve ubbidire prima a Dio che agli uomini (il tema è emerso anche nel dibattito dell'ultima riunione del nostro gruppo di AC).  Nella riflessione sulla fede, storicamente si finì per vedere  nella conversione in prevalenza l'aspetto dell'obbedienza a regole morali definite dall'autorità religiosa in contrapposizione all'idea di libertà personale fondata sulla propria coscienza, considerata come la sede dell'esercizio della ragione. Così in religione le decisioni secondo coscienza cominciarono ad essere viste con sospetto, come manifestazioni potenziali di disobbedienza. E, al contrario, la coscienza venne tirata in ballo da coloro che effettivamente volevano criticare le regole religiose imposte dalle autorità. La polemica dura tuttora e si è manifestata anche nei giorni scorsi sullo spunto di dialoghi che hanno avuto ampia risonanza giornalistica.
 Che cosa è la coscienza? Si cerca di spiegarlo ai fedeli fin da bambini. Infatti l'esame di coscienza è un esercizio fondamentale della vita di fede e lo si vorrebbe quotidiano, al termine di ogni giornata. Da esso infatti scaturiscono quelle correzioni di rotta, nell'impostazione della propria vita, in cui si manifesta la conversione religiosa, che è un'esigenza permanente per il fedele. Per una definizione precisa di ciò che in religione si intende per coscienza rimando al magistero, espresso ad esempio nel Catechismo della Chiesa cattolica. Per come io  l'ho intesa, la coscienza è un processo della nostra interiorità in cui noi esaminiamo in spirito di verità e realisticamente i fatti e le nostre azioni per decidere che fare, tenendo conto non solo del nostro interesse, del nostro istinto, del soddisfacimento dei nostri bisogni e della ricerca di soddisfazioni personali di vario tipo, ma anche degli altri, in primo luogo di quelli ai quali vogliamo bene e di quelli che suscitano la nostra compassione, della collettività in cui siamo inseriti e da cui dipendiamo per le cose della vita e dei principi ai quali vogliamo ispirare la nostra vita. La coscienza, finché non si manifesta in una qualche azione  o nell'espressione  di un pensiero, è nascosta agli altri, compresi coloro che esercitano un'autorità su di noi, quindi può essere vista come uno spazio di libertà.
 Che poi per gli esseri umani sia possibile una vera libertà  è oggi argomento controverso, perché, nelle scienze, abbiamo preso consapevolezza di tutti i condizionamenti biologici, psicologici, sociali, culturali che in realtà determinano le decisioni della gente in modo piuttosto stringente, di modo che, alla fine, si finisce sempre per seguire la corrente. Ma, in tutti i casi in cui si parla di coscienza nel senso che ho detto, si dà per presupposto che una vera libertà sia possibile per un essere umano e che quindi si possa trovare nella propria interiorità la forza di superare quei condizionamenti.
 Negli ultimi cinquant'anni in religione si è ripreso a dare molta importanza al tema della coscienza nella vita di fede. Si è trattato di superare quella diffidenza di cui ho parlato e di recuperare temi che erano stati sempre presenti e centrali, fin dalle origini, nelle concezioni religiose. Lo si è fatto tenendo conto anche dell'importanza che si è venuta ad attribuire, nelle società contemporanee che sono molto complesse, all'idea di autonomia delle varie realtà in cui si articola la vita sociale delle persone, con la conseguenza che ciascuna di quelle realtà segue principi suoi propri che corrispondono alle caratteristiche delle materie sulle quali si agisce: ad esempio, per tirar su una casa bisogna capire di ingegneria edile e non bisogna attendersi soluzioni dalla teologia, se non in linea molto generale, per il fatto che si consiglia di costruire su fondamenta solide. E poi tenendo conto della rilevanza che le decisioni individuali assumono nei sistemi politici democratici, in cui la coerenza dei sistemi non è più data dall'obbedienza ai sovrani, ma dalla capacità di tutti di farsi sovrani assumendo la responsabilità delle decisioni supreme, quelle in cui sono in questione i principi fondamentali e la sopravvivenza di una collettività. La caratteristica principale della coscienza religiosa è che, a differenza di quella non religiosa, essa riconosce a se stessa dei limiti che non derivano solo dall'esercizio della ragione, benché quest'ultima sia sempre implicata nelle decisioni di coscienza. La conseguenza è che le decisioni della coscienza religiosamente ispirata appaiono sempre in qualche modo paradossali, quindi apparentemente  irragionevoli. Come quella di rinchiudersi in un monastero per perseguire la massima libertà. O di proporsi la benevolenza verso questa o quella persona per sempre, qualunque cosa accada e contro l'esperienza comune che segnala che il per sempre non è di questo mondo.
 Nella polemica antireligiosa, talvolta ci si figura la vita di fede come quella di un deficiente che si limita a dar retta a favole, a lasciarsi guidare dall'emotività e a ubbidire acriticamente a coloro che esercitano su di lui un'autorità basata su quelle favole e quell'emotività. E ci sorprende nell'incontrare, tra le persone di fede, alcuni che suscitano grande rispetto per come vivono, per quello che fanno, per come la pensano. Ma ancora di più ci si sorprende quando, a ben ragionare, si scopre che decisioni paradossali, quindi a base religiosa, sono implicate nei principi fondamentali dei tempi nuovi che stiamo vivendo, ad esempio nel principio di uguaglianza.
 Nell'esercizio della coscienza religiosamente ispirata c'è il senso del limite, ma anche quello del superamento dei limiti, dei condizionamenti umani. C'è obbedienza, benevolenza, compassione e libertà. Ragione e sentimento. Razionalità e consapevolezza dei limiti della ragione umana. Non  è mai solo questione di obbedire, anche se questo aspetto viene indubbiamente in risalto sotto il profilo della coerenza.  A volte, anzi, la disobbedienza diventa un obbligo di coscienza e allora, come scrisse Lorenzo Milani, l'obbedienza non è più una virtù. E tuttavia tutta l'organizzazione religiosa, alla quale nella cattolicità si vuole dare un carattere di particolare visibilità e di coesione, si basa proprio sulla coscienza personale. Quindi mi pare assurdo sostenere, come si è fatto da alcuni in questi giorni, polemizzando da sponde opposte, e come si è fatto anche nel vicino e lontano passato, che dando risalto alla coscienza si distruggerebbero i fondamenti della nostra collettività religiosa perché nulla sarebbe più certo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli