Problemi della vita religiosa come fatto collettivo
Per come la vedo io
la vita religiosa è un fatto collettivo. Certamente ci si sforza di
interiorizzare il soprannaturale, di creare
un rapporto personale con le realtà invisibili, ma i fondamenti e le
parole della fede ci vengono dalla società in cui viviamo. Ci sentiamo come
predisposti naturalmente ad accogliere certi discorsi, ma essi ci devono essere
detti da altri. La religione non è una nostra invenzione, anche se vi possiamo
dare un nostro apporto e possiamo contribuire a diffonderla facendocene a
nostra volta veicolo. C'è poi sempre la possibilità di intendere male, di fare
troppo conto sulle creazioni della nostra emotività, sulle nostre fantasie.
Nella nostra religione si è sempre data molta importanza all'essere confermati nella fede, ad essere
riconosciuti come parte dell'autentica tradizione.
Ogni collettività
offre opportunità e crea problemi, anche quella religiosa. Credo che questo
corrisponda all'esperienza comune. Insieme si possono fare più cose e cose più
importanti, ma costruire una collettività richiede in genere uno sforzo per
organizzarla e mantenerla pacifica. Una società travagliata da controversie è
stata assimilata a un corpo malato: non funziona bene. Ma in religione non si
tratta solo di questo. Abbiamo anche dei principi di fede che riguardano come
si vive con gli altri. Da come viviamo insieme in religione gli altri traggono
argomenti per la credibilità della nostra fede. Questo fu osservato fin dalle
origini, tanto che se ne tratta nella storia delle prime nostre comunità che
troviamo nel Nuovo Testamento.
Le nostre stesse
scritture sacre sono piene di racconti dei problemi delle comunità religiose
come fatti collettivi. Le difficoltà riguardano l'interno delle comunità di
fede, ma anche i rapporti con le società civili in cui esse sono immerse e le
relazioni con altre collettività umane, caratterizzate da particolari
ordinamenti politici, convinzioni, costumi, etnie. La violenza, il perseguire
interessi e passioni personali, la corruzione morale, il desiderio di dominio
hanno sempre minacciato seriamente la fede religiosa. Una delle difficoltà
della lettura di quella parte della Bibbia cristiana che ci giunge
dall'antichità ebraica è proprio quella di intendere le traversie politiche di
remoti regni di territori per noi lontani, gravitanti tra la Mesopotamia e
l'Egitto, soggetti anche alle influenze culturali e al dominio degli antichi
persiani, greci e romani. Una delle ragioni per le quali si organizza un'istruzione
religiosa è proprio quella di far capire
il senso di quelle storie antiche, ritenute tanto significative da essere
inserite in testi considerati sacri e amorevolmente conservati e tramandati. La
storia collettiva è costitutiva della fede religiosa.
Non dobbiamo
aspettarci, avvicinandoci a una collettività religiosa per esservi inseriti,
che tutto vada bene. Ci saranno sicuramente dei problemi, perché, come ho
detto, essi si sono sempre manifestati, come in ogni collettività umana. Ciò
accade fin dagli inizi, che di solito si vivono da bambini al primo catechismo. Non bisogna farsene
scoraggiare e uno dei compiti degli adulti è quello di aiutare i più piccoli a
superarli. Non esiste un metodo universale. Le soluzioni variano a seconda
delle situazioni. Serve una saggezza pratica che si forma con l'esperienza di
vita: per questo nella nostra confessione hanno sempre avuto un ruolo
importante gli anziani (le parole prete e presbitero derivano da un termine del greco antico che significa più anziano). Ma, come ciascuno ha
sperimentato, non sempre, nel mondo di oggi in veloce trasformazione,
l'anzianità è una risorsa. Addirittura può talvolta essere d'impaccio, quando
l'attaccamento alle cose del passato ci rende troppo sicuri in noi stessi:
allora si è addirittura invitati a ritornare come bambini di fronte alle
prospettive di fede. E senz'altro le relazioni umane in certe cose sono più
facili da piccoli, tanto che talvolta alcune di quelle che costruiamo a
quell'età, ad esempio con un compagno o una compagna delle elementari, ci rimangono
impresse per tutta la vita. Eppure non si può rimanere bambini: quando si è
piccoli si ragiona da piccoli, quando si cresce si pensa da adulti. Quando ci
proponiamo di ritornare come bambini
nell'accogliere la fede che ci viene detta, non significa che possiamo
illuderci di vivere la fede in modo infantile. Una fede così, nella mia
esperienza, non regge ai problemi della vita da adulti.
Una delle tentazioni
della vita comune in religione è quella
di far troppo conto sui sacerdoti per risolvere i problemi. Allora se in una
comunità si vive male e se essa non ha successo se ne dà colpa ai preti. Li si
vede come professionisti dello spirito che non sanno fare bene il loro lavoro. Da
un lato, talvolta, la loro pretesa di autorità ci disturba, dall'altro, soprattutto
nelle controversie che ci oppongono ad altri, vorremmo tirarla dalla nostra
parte. Ma il prete è solo parte di una collettività, ne presiede le liturgie,
ma non la domina veramente, non ne ha la forza. Il risultato di una comunità,
se quindi essa vive bene o male, è un lavoro collettivo di cui ciascuno di noi
è partecipe e autore, nel senso che ciò che viene prodotto è anche opera sua, e
questo pure se sceglie un ruolo puramente passivo.
In Azione Cattolica
si vuole essere particolarmente consapevoli della responsabilità di ciascuno
nell'edificare la collettività di fede. Per questo non ci attendiamo di essere
passivamente trascinati dai preti o che essi ci risolvano tutti i problemi della
fede o della vita. Né ci aspettiamo questo dai nostri responsabili associativi.
Né ci proponiamo di farlo nei confronti di altri. Nel dialogo reciproco ci
proponiamo di migliorare la vita delle nostre collettività di fede, ragionando
e imparando in base alla tradizione, all'esperienza nostra, alle qualità
personali che ciascuno mette a disposizione degli altri. Ci ripetiamo gli uni gli
altri i discorsi della fede, cercando di approfondirli meglio e di
persuadercene.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli