L'apertura universale
della nostra esperienza di collettività religiosa
Guardando le immagini
delle più grandi metropoli dell'Occidente, o trovandosi a girare di persona in
quelle grandi città, si può provare una sorta di vertigine se si confrontano le
dimensioni della propria personale esperienza di vita, limitata come cerchia di
affetti e di amicizie e anche come luoghi più familiari, con la grandiosità
delle moltitudini e delle costruzioni civili di quei notevoli conglomerati di
umanità. Ma l'intera umanità è una realtà ancora più grande ed è difficile
figurarsela, anche solo come approssimazione. Allora si fa rientro,
spiritualmente o di persona, nei propri borghi,
vale a dire nei luoghi e tra le persone che costituiscono un po' una estensione
dello spazio domestico, e ci si sente confortati nel riprendere consuetudini,
un modo di vivere, una lingua con un certo accento particolare, un modo di
mangiare e di svagarsi, il solito lavoro, di cui forse, in certi momenti neri
come ce ne sono nella vita delle persone, ci si era detti stanchi e annoiati.
Del borgo, nel senso di cui ho detto,
può far parte anche la chiesa parrocchiale, con i suoi preti e le altre persone
che negli anni ci sono diventate familiari. Una sensazione analoga, di spaesamento, provo, a
volte, anche quando mi capita di visitare da solo la grande basilica romana,
considerata il centro mondiale della nostra confessione religiosa, che non è
distante dal mio ufficio, tanto che vi posso arrivare a piedi in una ventina di
minuti. Quando ci sono andato per qualche liturgia, con migliaia di altre
persone animate dallo stesso spirito, è stato diverso: allora mi ci sono
sentito come a casa mia. Invece, aggirandomi da solo in quello smisurato chiesone devo fare uno sforzo per recuperare l'aspetto spirituale, religioso,
della mia visita, mentre tutto ciò che mi circonda, benché effettivamente
costruito nell'intento di glorificare la nostra fede, urla l'orgoglio tronfio
di antichi principi romani. I turisti che in massa frequentano il monumento
costituiscono un'umanità estranea e, per certi versi, anche fastidiosa.
Accalcandosi mi impediscono la meditazione sull'unica opera artistica alla
quale, in quel grande fulgore architettonico, sono veramente affezionato: la
statua della Pietà che è, ormai sigillata
sotto vetro blindato, nella prima cappella laterale di destra. I custodi, a volte, a stento riescono a
contenere e disciplinare l'accesso della folla rumorosa e quindi può accadere
che manifestino un certo nervosismo in momenti critici, il che accresce
l'impressione generale di estraneità. Solo concentrandosi nella partecipazione
ad una delle Messe che vengono continuamente celebrate nelle cappelle laterali
si può recuperare il senso religioso della presenza in quel luogo. E' tutto diverso entrando nelle varie chiese
che per me costituiscono realtà vive, il cuore dei borghi della mia vita, e tra
esse la nostra chiesa parrocchiale, come anche il santuario francescano a due
passi dalla mia prima casa bolognese, Il santuario della Madonna di San Luca
sempre a Bologna, la chiesa degli Angeli Custodi a piazza Sempione e la chiesa
di San Saba all'Aventino, qui a Roma, e alcune altre.
Certamente spesso la fede di una persona
scaturisce da un ambiente di famiglia e di quartiere e rimane ad esso
abbastanza legata sul piano emotivo. Quindi, ad esempio, tornando nel proprio borgo si ha la sensazione di essere
effettivamente tornati a casa. Essa è particolarmente intensa
rientrando in un piccolo paese, ma in qualche modo si ha anche raggiungendo il
proprio quartiere cittadino. Qualche problema può allora sorgere quando, negli
spazi che consideriamo più familiari, comincia ad arrivare gente nuova, come
sta accadendo nella nostra parrocchia, dove da tempo si stanno insediando famiglie
provenienti dall'Asia, dall'Africa e dall'Europa orientale, in particolare
dalla Cina, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall'Egitto e dalla Romania. Forse non avevamo ancora
fatto a tempo a creare relazioni meno superficiali con le persone che da più
tempo incontravamo in giro che si deve ricominciare con gente che appartiene a
civiltà un po' più distanti dalla nostra. Del resto il mondo lontano è
chiaramente espresso dai sacerdoti della nostra parrocchia, i quali in
maggioranza provengono da altre nazioni.
Bisogna considerare
tuttavia che la nostra fede ha una particolare caratteristica, che è in essa
considerata come centrale, per la quale non siamo autorizzati a legarla, nel senso di restringerla, a situazioni locali,
benché si ritenga che in esse sia manifestato pienamente tutto ciò di cui in
religione siamo persuasi. Questa
caratteristica è la sua universalità,
per cui, come collettività religiosa, riteniamo di essere stati lanciati verso il mondo, oltre qualsiasi dimensione
nazionale, etnica, di civiltà, per raggiungere ogni essere umano che vive sulla
Terra, quindi l'intero genere umano.
Questa convinzione risalta fortemente nelle nostre liturgie, se vi prestiamo
attenzione e non ci lasciamo prendere da quella distrazione che deriva
dall'abitudine. In questa prospettiva non
esiste più gente straniera e ci
sentiamo spinti ad interagire con tutte le genti del mondo, senza alcun
problema di lingua, di cultura, di particolari concezioni, di stirpe, di
abitudini etniche. Si tratta di un'idea che risale alle origini della nostra
esperienza di collettività religiosa e che rientra in quello che viene definito
il deposito di fede, la ricchezza che
ci siamo impegnati a trasmettere di
generazione in generazione.
La cosa straordinaria è che in questa
dinamica universalistica non è coinvolto
solo personale specializzato, particolarmente motivato, come ad esempio i
missionari che sono mandati in posti lontani per cercare di diffondere la
vita secondo la nostra fede e la fede
stessa. Essa riguarda anche, ad esempio,
i bambini del catechismo e le persone molto anziane, come anche i malati
che hanno difficoltà a spostarsi in giro e le persone con una giornata molto
piena di tante altre occupazioni. Tutti infatti ci consideriamo parte di un solo popolo che deve estendersi, restando
unito nella benevolenza reciproca, a tutto
il mondo per portare a tutte le genti la luce dalla quale siamo stati rischiarati.
A volte ho
partecipato a certe Messe in cui c'erano in prevalenza signore molto anziane e
dall'equilibrio malfermo, le quali tuttavia intonavano senza alcun problema o timore le grandi preghiere dell'apertura universale della nostra fede, ad esempio il salmo che fa
"radunò da tutti i paesi,
dall'oriente all'occidente, dal settentrione e dal mezzogiorno" o quello che fa "in mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, a tutte le nazioni
dite i sui prodigi". Nelle nostre liturgie quasi sempre proclamiamo
senza forse farci più tanto caso, per abitudine, cose grandiose, fateci caso. Questo
è molto più del conforto che si prova
talvolta nel far rientro nel borgo: è
l'entusiasmo di essere spinti oltre ogni proprio personale limite e non, come in tante epoche della nostra
storia, per volontà predatoria, ma per realizzare,
impersonandola, quella giustizia
alla quale aneliamo e che, insieme, ci attira a sé, la quale non consiste solo nel dare
a ciascuno il suo, ma innanzi tutto nel riconoscere in ogni persona umana,
senza eccezioni né discriminazioni, quella
particolare dignità che le deriva dal suo Creatore e della quale nella fede religiosa siamo
persuasi, e nel cercare di comportarci
di conseguenza con gli altri.
Nella mia esperienza,
il rinchiudersi nel borgo viene
naturale, è semplice da attuare, anche se prima o poi la chiusura finisce per
annoiare, per non soddisfare, mentre l'apertura,
il prendere il largo verso le genti in quel senso di cui ho parlato,
richiede un sforzo particolare e un cambio di mentalità piuttosto marcato. E'
il paradosso della nostra fede: la sicurezza
che dà non è mai quella che in genere ci si attende entrando a far parte di
una grande e storica collettività che manifesta molte convinzioni piuttosto
salde.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli