venerdì 25 ottobre 2013

L'apertura universale della nostra esperienza di collettività religiosa


L'apertura universale della nostra esperienza di collettività religiosa

 
 Guardando le immagini delle più grandi metropoli dell'Occidente, o trovandosi a girare di persona in quelle grandi città, si può provare una sorta di vertigine se si confrontano le dimensioni della propria personale esperienza di vita, limitata come cerchia di affetti e di amicizie e anche come luoghi più familiari, con la grandiosità delle moltitudini e delle costruzioni civili di quei notevoli conglomerati di umanità. Ma l'intera umanità è una realtà ancora più grande ed è difficile figurarsela, anche solo come approssimazione. Allora si fa rientro, spiritualmente o di persona, nei propri borghi, vale a dire nei luoghi e tra le persone che costituiscono un po' una estensione dello spazio domestico, e ci si sente confortati nel riprendere consuetudini, un modo di vivere, una lingua con un certo accento particolare, un modo di mangiare e di svagarsi, il solito lavoro, di cui forse, in certi momenti neri come ce ne sono nella vita delle persone, ci si era detti stanchi e annoiati. Del borgo, nel senso di cui ho detto, può far parte anche la chiesa parrocchiale, con i suoi preti e le altre persone che negli anni ci sono diventate familiari. Una sensazione analoga, di spaesamento, provo, a volte, anche quando mi capita di visitare da solo la grande basilica romana, considerata il centro mondiale della nostra confessione religiosa, che non è distante dal mio ufficio, tanto che vi posso arrivare a piedi in una ventina di minuti. Quando ci sono andato per qualche liturgia, con migliaia di altre persone animate dallo stesso spirito, è stato diverso: allora mi ci sono sentito come a casa mia. Invece, aggirandomi da solo in quello smisurato chiesone  devo fare uno sforzo per recuperare l'aspetto spirituale, religioso, della mia visita, mentre tutto ciò che mi circonda, benché effettivamente costruito nell'intento di glorificare la nostra fede, urla l'orgoglio tronfio di antichi principi romani. I turisti che in massa frequentano il monumento costituiscono un'umanità estranea e, per certi versi, anche fastidiosa. Accalcandosi mi impediscono la meditazione sull'unica opera artistica alla quale, in quel grande fulgore architettonico, sono veramente affezionato: la statua della Pietà che è, ormai sigillata sotto vetro blindato, nella prima cappella laterale di destra.  I custodi, a volte, a stento riescono a contenere e disciplinare l'accesso della folla rumorosa e quindi può accadere che manifestino un certo nervosismo in momenti critici, il che accresce l'impressione generale di estraneità. Solo concentrandosi nella partecipazione ad una delle Messe che vengono continuamente celebrate nelle cappelle laterali si può recuperare il senso religioso della presenza in quel luogo.  E' tutto diverso entrando nelle varie chiese che per me costituiscono realtà vive, il cuore dei borghi  della mia vita, e tra esse la nostra chiesa parrocchiale, come anche il santuario francescano a due passi dalla mia prima casa bolognese, Il santuario della Madonna di San Luca sempre a Bologna, la chiesa degli Angeli Custodi a piazza Sempione e la chiesa di San Saba all'Aventino, qui a Roma, e alcune altre.
  Certamente spesso la fede di una persona scaturisce da un ambiente di famiglia e di quartiere e rimane ad esso abbastanza legata sul piano emotivo. Quindi, ad esempio, tornando nel proprio borgo si ha la sensazione di essere effettivamente tornati  a casa. Essa è particolarmente intensa rientrando in un piccolo paese, ma in qualche modo si ha anche raggiungendo il proprio quartiere cittadino. Qualche problema può allora sorgere quando, negli spazi che consideriamo più familiari, comincia ad arrivare gente nuova, come sta accadendo nella nostra parrocchia, dove da tempo si stanno insediando famiglie provenienti dall'Asia, dall'Africa e dall'Europa orientale, in particolare dalla Cina, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall'Egitto  e dalla Romania. Forse non avevamo ancora fatto a tempo a creare relazioni meno superficiali con le persone che da più tempo incontravamo in giro che si deve ricominciare con gente che appartiene a civiltà un po' più distanti dalla nostra. Del resto il mondo lontano è chiaramente espresso dai sacerdoti della nostra parrocchia, i quali in maggioranza provengono da altre nazioni.
 Bisogna considerare tuttavia che la nostra fede ha una particolare caratteristica, che è in essa considerata come centrale, per la quale non siamo autorizzati a legarla, nel senso di restringerla, a situazioni locali, benché si ritenga che in esse sia manifestato pienamente tutto ciò di cui in religione siamo persuasi.  Questa caratteristica è la sua universalità, per cui, come collettività religiosa, riteniamo di essere stati lanciati  verso il mondo, oltre qualsiasi dimensione nazionale, etnica, di civiltà, per raggiungere ogni essere umano che vive sulla Terra, quindi l'intero genere umano. Questa convinzione risalta fortemente nelle nostre liturgie, se vi prestiamo attenzione e non ci lasciamo prendere da quella distrazione che deriva dall'abitudine. In questa prospettiva non esiste più gente straniera  e ci sentiamo spinti ad interagire con tutte le genti del mondo, senza alcun problema di lingua, di cultura, di particolari concezioni, di stirpe, di abitudini etniche. Si tratta di un'idea che risale alle origini della nostra esperienza di collettività religiosa e che rientra in quello che viene definito il deposito di fede, la ricchezza che ci siamo impegnati a trasmettere di generazione in generazione.
 La cosa straordinaria è che in questa dinamica universalistica non  è coinvolto solo personale specializzato, particolarmente motivato, come ad esempio i missionari che sono mandati in posti lontani per cercare di diffondere la vita  secondo la nostra fede e la fede stessa. Essa riguarda anche, ad esempio,  i bambini del catechismo e le persone molto anziane, come anche i malati che hanno difficoltà a spostarsi in giro e le persone con una giornata molto piena di tante altre occupazioni. Tutti infatti ci consideriamo parte di un solo popolo che  deve estendersi, restando unito nella benevolenza reciproca, a tutto il mondo per portare a tutte le genti la luce dalla quale siamo stati rischiarati.
  A volte ho partecipato a certe Messe in cui c'erano in prevalenza signore molto anziane e dall'equilibrio malfermo, le quali tuttavia intonavano senza alcun problema  o timore le grandi preghiere dell'apertura universale  della nostra fede, ad esempio il salmo che fa "radunò da tutti i paesi, dall'oriente all'occidente, dal settentrione e dal mezzogiorno"  o quello che fa "in mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i sui prodigi". Nelle nostre liturgie quasi sempre proclamiamo senza forse farci più tanto caso, per abitudine, cose grandiose, fateci caso. Questo è molto più del conforto che si prova talvolta nel far rientro nel borgo: è l'entusiasmo di essere spinti oltre ogni proprio personale limite  e non, come in tante epoche della nostra storia, per volontà predatoria, ma per realizzare, impersonandola,  quella giustizia alla quale aneliamo e che, insieme, ci attira a sé, la quale non consiste  solo nel dare a ciascuno il suo, ma innanzi tutto nel riconoscere in ogni persona umana, senza eccezioni né discriminazioni, quella  particolare dignità che le deriva dal suo Creatore e  della quale nella fede religiosa siamo persuasi, e nel cercare di  comportarci di conseguenza con gli altri.
 Nella mia esperienza, il rinchiudersi nel borgo viene naturale, è semplice da attuare, anche se prima o poi la chiusura  finisce per annoiare, per non soddisfare, mentre l'apertura, il prendere il largo  verso le genti in quel senso di cui ho parlato, richiede un sforzo particolare e un cambio di mentalità piuttosto marcato. E' il paradosso della nostra fede: la sicurezza che dà non è mai quella che in genere ci si attende entrando a far parte di una grande e storica collettività che manifesta molte convinzioni piuttosto salde.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli