sabato 26 ottobre 2013

Lavorare nel presente con uno sguardo lanciato verso il futuro


Lavorare nel presente con uno sguardo lanciato verso il futuro

 
 Nel vivere la nostra fede siamo saldamente ancorati al presente ma con uno sguardo lanciato verso il futuro. Spesso invece si pensa che in religione si sia molto legati al passato. In effetti si fa memoria di molti fatti di tempi andati e dai secoli trascorsi abbiamo ricevuto un patrimonio culturale che ancora utilizziamo, ma anche qualcosa di più ed è appunto lo slancio verso la fine dei tempi, che ci porta a non considerare mai come definitivo ciò che oggi viviamo. Una parte importante degli insegnamenti etici impartiti nella nostra collettività religiosa ammonisce infatti a non rimanervi troppo legati.  Queste convinzioni vengono molto utili in epoche come quella che stiamo vivendo, caratterizzate da veloci cambiamenti sociali. O in età della vita in cui si muta, come quella tra l'infanzia e la prima età adulta o quella che inizia in prossimità del tempo della pensione. Si è allora veramente, come insegnano i maestri di spiritualità, nella condizione del viandante, o, se si è animati dalla fede, del pellegrino.
 Ai tempi nostri si dà molta importanza alla stabilità: delle istituzioni, dell'economia, di certe consuetudini sociali. Ma, per come l'ho intesa io, non è questo il valore più importante nella nostra fede. E questo anche se storicamente l'organizzazione religiosa ha stretto patti con i poteri politici di volta in volta dominanti, puntellandone la forza nella società, quindi adoperandosi per la loro stabilità. Ciclicamente questi accordi  sono entrati in crisi. Ciò è avvenuto negli scorsi anni '60 e a prodotto una potente metamorfosi in particolare nella nostra Azione Cattolica.
 Pensare e proporsi che l'oggi continui per sempre, o per lo meno per la durata della nostra vita che sotto certi aspetti è la stessa cosa, può essere consolante per alcuni, ma deprimente per altri, per coloro che sono consapevoli di ciò che non va nelle cose umane. La prospettiva della nostra fede, per come credo di aver capito, è più vicina a questo secondo modo di vedere, ma con una visione del futuro tutto sommato positiva, perché  nello scorrere dei tempi si coglie un'opportunità, vale a dire la possibilità del manifestarsi del meglio. Si tratta tuttavia di una concezione di segno marcatamente realistico, nel senso che si è consapevoli che occorre un nostro impegno personale, un nostro lavoro, perché ciò accada, anche se si è anche convinti che non tutto dipenderà dall'opera nostra. Non ci si limita ad attendere, ma anche non si confida troppo nelle proprie forze. Anzi, nell'immaginarci il compimento finale, la fine dei tempi, pensiamo che tutto ciò che sarà rimasto ancora in piedi dopo la travagliata storia umana passerà, sarà sostituito integralmente da un'iniziativa dall'alto. E' solo allora, ci dicono le nostre scritture sacre, che ogni lacrima sarà asciugata.
 L'appello che, nella fede, ci viene nell'oggi è quello di ascoltare la "sua" voce, per non indurire il cuore. Mi pare che in tutta la mia vita sia stato questo  l'obiettivo che nei miei riguardi ha perseguito la collettività religiosa in cui sono stato inserito fin da bambino. Quella voce viene dall'alto, sia con le parole che ci sono giunte dall'antichità, ma anche con quelle che pensiamo ci raggiungano, nel nostro oggi, nell'interiorità. Ci parla di una salvezza potente suscitata  per noi, di una bontà misericordiosa che verrà a visitarci dall'alto come un sole che sorge, di tenebre rischiarate, di una luce capace di dirigere i nostri passi sulla via della pace, di potenti rovesciati, di superbi dispersi, di umili innalzati, di liberazione dai nemici, di promesse valide di generazione in generazione per una bontà misericordiosa che ci si è presentata come indefettibile, sicura ed eterna.  Ho tratto queste espressioni da alcuni salmi che ogni giorno vengono recitati religiosamente in quella liturgia che accompagna i fedeli per tutto il giorno e che viene chiamata pertanto Delle Ore.
 Spesso consideriamo come obiettivo principale dell'iniziazione religiosa quello, a somiglianza di altri tipi di istruzione che si ricevono da bambini, di preparare i più piccoli a vivere nel mondo dei grandi. Vorrei invitarvi a verificare se questo sia vero. E a valutare se invece, in religione, si tenda a preparare i più giovani a superare il mondo dei grandi così com'è e addirittura il mondo che da grandi essi costruiranno. Naturalmente si potrebbe pensare che l'essere in qualche modo alternativi al mondo che c'è debba spingere a chiudersi  in riserve protette, come si fa con certe culture primitive che tuttavia non si ha cuore di distruggere definitivamente, magari dopo averle a lungo perseguitate. Ma questo contrasta con la dinamica fortemente universalistica della nostra  fede, per la quale riteniamo che le nostre convinzioni religiose non possano rimanere solo al livello della spiritualità, interiore, e di piccole collettività omogenee, ma debbano manifestarsi nell'azione,  nel fare per e con gli altri, e ciò oltre limite che divide tra loro gli esseri umani, fin a raggiungere l'intero genere umano. E' insomma stabilito un forte nesso tra la fede e quella particolare benevolenza attiva che, con espressione religiosa, denominiamo carità  (che ci viene dal greco antico), della quale oggi non è sempre facile rendere l'idea, per l'ambiguità del termine amore con la quale in genere viene tradotta. Per farlo si potrebbe cominciare dicendo che pensiamo di partecipare, sentendoci amici, ad un lavoro comune che dovrebbe portare tutti, ma veramente tutti, a partecipare gioiosamente a un bel pranzo insieme in un ambiente confortevole, in cui ce ne sia per tutti e nessuno sia escluso  e si possa incontrare faccia a faccia colui che ci parla dall'alto attraverso tutta la storia umana. E' una situazione che nella Messa, il centro di tutte le nostre liturgie, prefiguriamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli