Lavorare nel presente
con uno sguardo lanciato verso il futuro
Nel vivere la nostra
fede siamo saldamente ancorati al presente ma con uno sguardo lanciato verso il
futuro. Spesso invece si pensa che in religione si sia molto legati al passato.
In effetti si fa memoria di molti fatti di tempi andati e dai secoli trascorsi
abbiamo ricevuto un patrimonio culturale che ancora utilizziamo, ma anche
qualcosa di più ed è appunto lo slancio verso la fine dei tempi, che ci porta a
non considerare mai come definitivo ciò che oggi viviamo. Una parte importante
degli insegnamenti etici impartiti nella nostra collettività religiosa
ammonisce infatti a non rimanervi troppo legati. Queste convinzioni vengono molto utili in
epoche come quella che stiamo vivendo, caratterizzate da veloci cambiamenti
sociali. O in età della vita in cui si muta, come quella tra l'infanzia e la
prima età adulta o quella che inizia in prossimità del tempo della pensione. Si
è allora veramente, come insegnano i maestri di spiritualità, nella condizione
del viandante, o, se si è animati dalla fede, del pellegrino.
Ai tempi nostri si dà
molta importanza alla stabilità:
delle istituzioni, dell'economia, di certe consuetudini sociali. Ma, per come
l'ho intesa io, non è questo il valore più importante nella nostra fede. E
questo anche se storicamente l'organizzazione religiosa ha stretto patti con i
poteri politici di volta in volta dominanti, puntellandone la forza nella
società, quindi adoperandosi per la loro stabilità.
Ciclicamente questi accordi sono entrati in crisi. Ciò è avvenuto negli
scorsi anni '60 e a prodotto una potente metamorfosi in particolare nella
nostra Azione Cattolica.
Pensare e proporsi che
l'oggi continui per sempre, o per lo
meno per la durata della nostra vita che sotto certi aspetti è la stessa cosa,
può essere consolante per alcuni, ma deprimente per altri, per coloro che sono
consapevoli di ciò che non va nelle cose umane. La prospettiva della nostra
fede, per come credo di aver capito, è più vicina a questo secondo modo di
vedere, ma con una visione del futuro tutto sommato positiva, perché nello scorrere dei tempi si coglie
un'opportunità, vale a dire la possibilità del manifestarsi del meglio. Si
tratta tuttavia di una concezione di segno marcatamente realistico, nel senso
che si è consapevoli che occorre un nostro impegno personale, un nostro lavoro,
perché ciò accada, anche se si è anche convinti che non tutto dipenderà
dall'opera nostra. Non ci si limita ad attendere,
ma anche non si confida troppo nelle proprie forze. Anzi, nell'immaginarci il
compimento finale, la fine dei tempi, pensiamo che tutto ciò che sarà rimasto
ancora in piedi dopo la travagliata storia umana passerà, sarà sostituito
integralmente da un'iniziativa dall'alto. E' solo allora, ci dicono le nostre
scritture sacre, che ogni lacrima sarà asciugata.
L'appello che, nella
fede, ci viene nell'oggi è quello di ascoltare
la "sua" voce, per non indurire il cuore. Mi pare che in tutta la
mia vita sia stato questo l'obiettivo
che nei miei riguardi ha perseguito la collettività religiosa in cui sono stato
inserito fin da bambino. Quella voce viene dall'alto, sia con le parole che ci
sono giunte dall'antichità, ma anche con quelle che pensiamo ci raggiungano,
nel nostro oggi, nell'interiorità. Ci parla di una salvezza potente suscitata per
noi, di una bontà misericordiosa che
verrà a visitarci dall'alto come un sole che sorge, di tenebre rischiarate, di
una luce capace di dirigere i nostri passi sulla via della pace, di potenti
rovesciati, di superbi dispersi, di umili innalzati, di liberazione dai nemici,
di promesse valide di generazione in generazione per una bontà misericordiosa
che ci si è presentata come indefettibile, sicura ed eterna. Ho tratto queste espressioni da alcuni salmi
che ogni giorno vengono recitati
religiosamente in quella liturgia che accompagna i fedeli per tutto il giorno e che viene chiamata
pertanto Delle Ore.
Spesso consideriamo
come obiettivo principale dell'iniziazione religiosa quello, a somiglianza di
altri tipi di istruzione che si ricevono da bambini, di preparare i più piccoli
a vivere nel mondo dei grandi. Vorrei invitarvi a verificare se questo sia
vero. E a valutare se invece, in religione, si tenda a preparare i più giovani
a superare il mondo dei grandi così
com'è e addirittura il mondo che da
grandi essi costruiranno. Naturalmente si potrebbe pensare che l'essere in
qualche modo alternativi al mondo che
c'è debba spingere a chiudersi in riserve
protette, come si fa con certe culture primitive che tuttavia non si ha
cuore di distruggere definitivamente, magari dopo averle a lungo perseguitate.
Ma questo contrasta con la dinamica fortemente universalistica della nostra
fede, per la quale riteniamo che le nostre convinzioni religiose non
possano rimanere solo al livello della spiritualità, interiore, e di piccole collettività omogenee, ma
debbano manifestarsi nell'azione, nel fare per e con gli altri, e ciò oltre limite che divide tra loro gli esseri
umani, fin a raggiungere l'intero genere umano. E' insomma stabilito un
forte nesso tra la fede e quella particolare benevolenza attiva che, con espressione
religiosa, denominiamo carità (che ci viene dal greco antico), della quale
oggi non è sempre facile rendere l'idea, per l'ambiguità del termine amore con la quale in genere viene
tradotta. Per farlo si potrebbe cominciare dicendo che pensiamo di partecipare,
sentendoci amici, ad un lavoro comune che dovrebbe portare tutti, ma veramente tutti, a partecipare gioiosamente a un bel
pranzo insieme in un ambiente confortevole, in cui ce ne sia per tutti e nessuno sia escluso e si possa incontrare faccia a faccia colui che ci parla dall'alto attraverso tutta la
storia umana. E' una situazione che nella Messa, il centro di tutte le nostre
liturgie, prefiguriamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli