Costruire e rinnovare il mondo in cui si vive
Che cosa pensiamo di trovare avvicinando una
collettività religiosa? Da bambini ci si è inseriti d'autorità, ma crescendo
bisogna trovare delle motivazioni per rimanervi. Molto tempo fa il problema, in
Europa, non si poneva se non per le classi di persone che avevano ricevuto
un'istruzione superiore e che inoltre avevano una posizione nella società che
consentiva loro di assumere atteggiamenti anticonformistici. Per tutti gli
altri manifestare una certa religiosità era come seguire la corrente: si veniva
considerati degli eccentrici a fare diversamente. Ma anche se in genere non si
poneva l'alternativa di uscire, rimaneva
il fatto che si poteva rimanere dentro secondo vari livelli di adesione, alcuni più
superficiali e altri meno. Così, anche se le ideologie correnti tendevano a presentare
la nostra collettività religiosa essenzialmente come un'istituzione ben
ordinata e anche ben integrata con i poteri civili, e questi ad essa, riservando
certi aspetti drammatici, come gli sconvolgimenti che secondo le scritture
sacre avrebbero preceduto la fine dei tempi, ad un futuro piuttosto lontano, in
realtà la vita religiosa ha sempre avuto, ed è ormai esperienza bimillenaria,
carattere di magma ribollente. Anche l'organizzazione di una potente polizia
ideologica, ben integrata con la giustizia civile, che ha operato per quasi
mille anni anche con poteri di vita e di morte non ha cambiato questa
situazione, che ai tempi nostri viene accettata più serenamente, ma non sempre.
Sulla base di un nucleo di convinzioni molto forti ricevute dal lontano passato
e che ancora oggi mantengono una loro validità e una loro integrità, abbiamo
costruito un mondo, il quale però, come tutte le cose degli esseri umani, nel
tempo invecchia, si deteriora e va rinnovato. Su questa idea del rinnovamento si celebrò, agli inizi
degli anni '60 a Roma, un solenne congresso di tutti i nostri capi religiosi di
allora che portò alla definizione di regole che consentissero un aggiornamento lì dove fosse necessario.
Al centro di questo moto di rinnovamento fu la riflessione sul ruolo dei laici, vale a dire dei fedeli che non sono
né diaconi, né preti, né vescovi (vale a dire membri dell’ordine sacro) e che non appartengono a un ordine religioso o a una
congregazione religiosa (che non sono, ad esempio, frati o suore; monaci o
monache). Fu loro riconosciuto un ruolo nel cambiare
il mondo secondo i principi religiosi, ma questo comportò anche, in fondo,
riconoscere loro un ruolo anche nell'incessante e necessaria opera di
rinnovamento della nostra stessa collettività religiosa, anche se questo
aspetto fu sviluppato nei decenni seguenti. Questo nuovo ruolo dei fedeli laici
richiedeva un'adesione alla fede più profonda, più motivata, più consapevole.
Essi infatti non potevano più limitarsi a farsi trascinare dal clero. Da qui
il forte accento posto in quella sede sulla necessità di una sorta di
formazione permanente, nella quale la
nostra Azione Cattolica si impegnò
subito con tutte le proprie forze, anche modificando il proprio statuto per farlo
al meglio. Fino a quel momento essa era stata fondamentalmente l'organizzazione
di massa che sosteneva nella società le ragioni e le esigenze del clero e i
principi dell'insegnamento sociale che venivano dalla gerarchia del clero, la dottrina sociale come ancora oggi è definita. Il che è come dire,
sostanzialmente, che essa era al servizio delle direttive di carattere politico dei vertici della nostra
collettività religiosa e questo anche se sempre era stata presente l'attività
di formazione religiosa. Dalla fine degli anni '60 in poi cercò di formare e di
impersonare, sempre in collaborazione con l'organizzazione del clero, la figura
di laico che era stata ritenuta indispensabile per costruire una società
secondo i principi religiosi, una persona che fosse capace di autonoma
elaborazione e di una maggiore capacità critica, per capire la società del suo tempo, le sue dinamiche,
le concrete possibilità di incidere su di essa, e, innanzi tutto, di quell'esercizio
del dialogo con persone di diverso
orientamento in cui si fa consistere, ai tempi nostri, il cuore della democrazia, che è appunto il lavoro di
incessante costruzione e rinnovamento delle società umane fondate sulle masse.
Tutto questo non può
essere spiegato, credo, nell'iniziazione religiosa dei bambini. Essi infatti
non hanno le basi culturali minime per intenderlo. Però se ne possono edificare
le basi. Il punto centrale, per come la vedo io, è comunicare che essi dovranno
crescere in umanità, fede e sapienza, proprio come è scritto del Nazareno, e
che entrano a far parte di una collettività che ha un ruolo importante nel
rinnovare il mondo e non ha come compito principale la polizia interiore al
servizio dell'autorità dei genitori. Ciò che imparano in dottrina per ricevere
i sacramenti dell'iniziazione non sarà sufficiente per il lavoro che sono
chiamati a svolgere nella società, anche se costituirà la base di tutto il
resto.
Più avanti negli anni i giovani potranno capire il senso
di ciò che sta accadendo nel mondo e nella nostra collettività religiosa. Questo
però richiederà impegno e fatica. Ma si tratta di un lavoro collettivo, non si
sarà mai soli. La nostra fede religiosa
è fortemente vissuta nell'interiorità, ma non solo in essa. Nessuna
persona basta a se stessa. C'è un lavoro importante che ci è assegnato che si può fare solo tutti insieme.
L'importanza del
cercare di capire risalta maggiormente
nelle epoche storiche i cui le società cominciano a scorrere velocemente, come
è quella in cui viviamo. Non facendo questo sforzo si può rimanere sconcertati
davanti a fatti che manifestano una profonda crisi, come gli eventi che, nella
nostra collettività religiosa, abbiamo vissuto qualche mese fa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli