martedì 29 ottobre 2013

Costruire e rinnovare il mondo in cui si vive


Costruire e rinnovare il mondo in cui si vive

   Che cosa pensiamo di trovare avvicinando una collettività religiosa? Da bambini ci si è inseriti d'autorità, ma crescendo bisogna trovare delle motivazioni per rimanervi. Molto tempo fa il problema, in Europa, non si poneva se non per le classi di persone che avevano ricevuto un'istruzione superiore e che inoltre avevano una posizione nella società che consentiva loro di assumere atteggiamenti anticonformistici. Per tutti gli altri manifestare una certa religiosità era come seguire la corrente: si veniva considerati degli eccentrici a fare diversamente. Ma anche se in genere non si poneva l'alternativa di uscire, rimaneva il fatto che si poteva rimanere dentro  secondo vari livelli di adesione, alcuni più superficiali e altri meno. Così, anche se le ideologie correnti tendevano a presentare la nostra collettività religiosa essenzialmente come un'istituzione ben ordinata e anche ben integrata con i poteri civili, e questi ad essa, riservando certi aspetti drammatici, come gli sconvolgimenti che secondo le scritture sacre avrebbero preceduto la fine dei tempi, ad un futuro piuttosto lontano, in realtà la vita religiosa ha sempre avuto, ed è ormai esperienza bimillenaria, carattere di magma ribollente. Anche l'organizzazione di una potente polizia ideologica, ben integrata con la giustizia civile, che ha operato per quasi mille anni anche con poteri di vita e di morte non ha cambiato questa situazione, che ai tempi nostri viene accettata più serenamente, ma non sempre. Sulla base di un nucleo di convinzioni molto forti ricevute dal lontano passato e che ancora oggi mantengono una loro validità e una loro integrità, abbiamo costruito un mondo, il quale però, come tutte le cose degli esseri umani, nel tempo invecchia, si deteriora e va rinnovato. Su questa idea del rinnovamento si celebrò, agli inizi degli anni '60 a Roma, un solenne congresso di tutti i nostri capi religiosi di allora che portò alla definizione di regole che consentissero un aggiornamento lì dove fosse necessario. Al centro di questo moto di rinnovamento fu la riflessione sul ruolo dei laici, vale a dire dei fedeli che non sono né diaconi, né preti, né vescovi (vale a dire membri dell’ordine sacro) e che non appartengono a un ordine religioso o a una congregazione religiosa (che non sono, ad esempio, frati o suore; monaci o monache). Fu loro riconosciuto un ruolo nel cambiare il mondo secondo i principi religiosi, ma questo comportò anche, in fondo, riconoscere loro un ruolo anche nell'incessante e necessaria opera di rinnovamento della nostra stessa collettività religiosa, anche se questo aspetto fu sviluppato nei decenni seguenti. Questo nuovo ruolo dei fedeli laici richiedeva un'adesione alla fede più profonda, più motivata, più consapevole. Essi infatti non potevano più limitarsi a farsi trascinare  dal clero. Da qui il forte accento posto in quella sede sulla necessità di una sorta di formazione  permanente, nella quale la nostra Azione Cattolica si impegnò subito con tutte le proprie forze, anche modificando il proprio statuto per farlo al meglio. Fino a quel momento essa era stata fondamentalmente l'organizzazione di massa che sosteneva nella società le ragioni e le esigenze del clero e i principi dell'insegnamento sociale che venivano dalla gerarchia del clero, la dottrina sociale come ancora oggi  è definita. Il che è come dire, sostanzialmente, che essa era al servizio delle direttive di carattere politico dei vertici della nostra collettività religiosa e questo anche se sempre era stata presente l'attività di formazione religiosa. Dalla fine degli anni '60 in poi cercò di formare e di impersonare, sempre in collaborazione con l'organizzazione del clero, la figura di laico che era stata ritenuta indispensabile per costruire una società secondo i principi religiosi, una persona che fosse capace di autonoma elaborazione e di una maggiore capacità critica, per capire la società del suo tempo,  le sue dinamiche, le concrete possibilità di incidere  su di essa, e, innanzi tutto, di quell'esercizio del dialogo con persone di diverso orientamento in cui si fa consistere, ai tempi nostri, il cuore della democrazia, che è appunto il lavoro di incessante costruzione e rinnovamento delle società umane fondate sulle masse.
 Tutto questo non può essere spiegato, credo, nell'iniziazione religiosa dei bambini. Essi infatti non hanno le basi culturali minime per intenderlo. Però se ne possono edificare le basi. Il punto centrale, per come la vedo io, è comunicare che essi dovranno crescere in umanità, fede e sapienza, proprio come è scritto del Nazareno, e che entrano a far parte di una collettività che ha un ruolo importante nel rinnovare il mondo e non ha come compito principale la polizia interiore al servizio dell'autorità dei genitori. Ciò che imparano in dottrina per ricevere i sacramenti dell'iniziazione non sarà sufficiente per il lavoro che sono chiamati a svolgere nella società, anche se costituirà la base di tutto il resto.
 Più avanti  negli anni i giovani potranno capire il senso di ciò che sta accadendo nel mondo e nella nostra collettività religiosa. Questo però richiederà impegno e fatica. Ma si tratta di un lavoro collettivo, non si sarà mai soli. La nostra fede religiosa  è fortemente vissuta nell'interiorità, ma non solo in essa. Nessuna persona basta a se stessa. C'è un lavoro importante che ci  è assegnato che si  può fare solo tutti insieme.
 L'importanza del cercare di capire risalta maggiormente nelle epoche storiche i cui le società cominciano a scorrere velocemente, come è quella in cui viviamo. Non facendo questo sforzo si può rimanere sconcertati davanti a fatti che manifestano una profonda crisi, come gli eventi che, nella nostra collettività religiosa, abbiamo vissuto qualche mese fa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli