Di padre in figlio
Quand'è che si decide di fare un figlio? Una parte dei discorsi sulla vita che ho fatto negli anni passati alle mie
figlie trattava di questo. Non sono cose che si imparano per sentito dire o per
averle lette sui libri, ma si può fare un certo affidamento sui racconti di chi
genitore lo è. E questo anche se i
propri genitori spesso tendono a
imprimere alle loro narrazione la coerenza delle fiabe, specialmente parlando
con i più piccoli. Per certi versi questa tendenza continua anche quando i
ragazzi crescono, perché si cerca di presentare in positivo la storia delle
loro origini, secondo l'affetto che si prova per loro,
Indubbiamente c'è un
età della vita in cui si desidera un figlio. Ne parlo con l'esperienza di padre
e avverto che essa non è uguale a quella di una madre. Ci può essere
indubbiamente una pressione sociale che influisce su questa decisione. In
religione l'avere figli è presentato addirittura come un dovere morale
coniugale. Ma, in definitiva, c'è che ad un certo punto ciò che chiamiamo natura fa il suo lavoro in noi e ci
determina. Questo è ciò che ho sperimentato. Ed è un'esperienza piacevole e
altamente gratificante, come tutte quelle in cui si seconda la natura che è in
noi. Insomma, fare i genitori è bello e, quando ad una certa età
della vita si cominciano a fare i bilanci, di solito si passa in secondo piano
tutto ciò che di molto faticoso, di difficile, e anche di doloroso l'essere
genitori ha comportato, così come le madri, almeno in quei bilanci, mi pare che
diano meno importanza all'esperienza del parto, che può essere assai traumatizzante,
almeno per le primipare (è frequente che escano dalla prima sala parto
pronunciando dei gran mai più).
Crescendo, i figli vogliono sapere. E' nella loro natura. Un
genitore si sente così un po' sempre
sotto esame. All'inizio appariamo ai bimbi quasi come esseri dotati di poteri
soprannaturali. Poi imparano a conoscere chi siamo veramente. Dall'adolescenza
cominciano a capire il posto che abbiamo nella società del nostro tempo e
intendono che il loro futuro non è solo nelle loro mani, ma dipende anche dal loro
punto di partenza, che è stato determinato da noi. E allora a un genitore tocca
anche giustificarsi. Così si cominciano a fare i primi bilanci
della propria vita, e talvolta tutto ciò che è venuto prima è ricordato come
una corsa veloce, un tempo passato presto, spesso troppo presto, nel ricordo
nostalgico.
Ad un certo momento
della vita, di quella nostra e di quella dei nostri figli, viene il tempo in
cui noi genitori raccontiamo le storie
della vita sulla base di quei bilanci. La fede religiosa fa parte di esse, almeno
quando ancora conserva una qualche importanza per noi genitori. Anche in questo
bisogno di narrare penso che sia la
natura che fa il suo corso. In questi racconti gli elementi culturali, che
riflettono ciò che si assorbe nella vita nelle collettività umane, acquistano,
man mano che i figli crescono, una importanza sempre più rilevante.
Perché si nasce e si
muore? Come bisogna considerare la società in cui si vive, buona o cattiva?
Come bisogna trattare gli altri per sopravvivere? Quali sono le cose che
contano nella vita? Come si fa ad ottenere la felicità?
Una parte di ciò che
raccontiamo ai nostri figli fa parte di una memoria condivisa e, per così dire,
preconfezionata dalla cultura della società in cui siamo inseriti. Questo vale
anche per le cose della religione. Ci si aspetta che tutti possano venirne a
conoscenza e spetta innanzi tutto ai genitori di agire. Ma c'è anche
dell'altro. Infatti la società non è un blocco coerente, ma è composta di molte
componenti, ciascuna con una propria particolare storia e spesso tra loro in
conflitto. Nelle storie della vita
che si raccontano ai figli man mano che crescono e secondo la loro capacità di
comprensione, che si fa sempre maggiore, ci sono anche le nostre esperienze
personali e di gruppo, ci quindi sono storie
particolari, e, soprattutto, c'è il nostro bilancio su ciò che è accaduto, su
ciò che abbiamo sperimentato, la lezione
che, come individui e come parte di gruppi, abbiamo imparato dalla vita.
Uno dei compiti più
difficili per un genitore è parlare ai figli del dolore che c'è nel mondo in cui vivono, per prepararli ad
affrontarlo, e tuttavia parlarne in modo
da non uccidere in loro la speranza e
quindi la voglia di vivere. E anche questo è, in fondo, un imperativo di
natura, perché il nostro compito di viventi è di far proseguire la vita di generazione in generazione. Come
individui sappiamo bene che avremo una fine, che i nostri giorni sono contati,
ma siamo, per natura, proiettati verso una discendenza, come tutti gli altri
viventi nostri contemporanei. E' una cosa che mi risultò molto chiara da
ragazzo, passando i mesi estivi in campagna, osservando la natura intorno a me.
L'esperienza che si
vive come genitori fa capire che non si è fatti per vivere solo per sé stessi,
anche se, secondo una certa logica, sembrerebbe questa la via migliore, perché "finito me, finito tutto". Di
modo che, ad un certo momento si è coinvolti nel lavoro del tramandare, non solo quindi di diffondere intorno a noi, ma di passare
una memoria e certe convinzioni ed esperienze a una generazione più giovane che
ci sopravvivrà. Certe cose che si fanno insieme agli altri le si vorrebbe
iniziare a fare anche con i figli, perché poi loro continuino quel lavoro
collettivo, appunto di generazione in generazione, come tante volte si legge nelle
scritture sacre. Ma non si tratta più di raccontare favole, come quando i figli
erano bambini.
In religione il
compito si fa più difficile. Infatti ancora dobbiamo ancora ben impratichirci,
noi popolo di fede, in quel lavoro di purificazione
della memoria a cui fummo
autorevolmente chiamati, nel novembre 1998, da papa Giovanni Paolo II:
Innanzitutto il segno della purificazione della memoria: esso chiede
a tutti un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da
quanti hanno portato e portano il nome di cristiani. L'Anno Santo è per sua
natura un momento di chiamata alla conversione. E' questa la prima parola della
predicazione di Gesù, che significativamente si coniuga con la disponibilità a
credere: « Convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 15). L'imperativo
che Cristo pone è conseguenza della presa di coscienza del fatto che « il tempo
è compiuto » (Mc 1, 15). Il compiersi del tempo di Dio si traduce in
appello alla conversione. Questa, peraltro, è in primo luogo frutto della
grazia. E' lo Spirito che spinge ognuno a « rientrare in se stesso » e a
percepire il bisogno di ritornare alla casa del Padre (cfr Lc 15,
17-20). L'esame di coscienza, quindi, è uno dei momenti più qualificanti
dell'esistenza personale. Con esso, infatti, ogni uomo è posto dinanzi alla
verità della propria vita. Egli scopre, così, la distanza che separa le sue
azioni dall'ideale che si è prefisso.
La storia della Chiesa è una storia di santità. Il Nuovo Testamento afferma
con forza questa caratteristica dei battezzati: essi sono « santi » nella
misura in cui, separati dal mondo in quanto soggetto al Maligno, si consacrano
a rendere il culto all'unico e vero Dio. Di fatto, questa santità si manifesta
nelle vicende di tanti Santi e Beati, riconosciuti dalla Chiesa, come anche in
quelle di un'immensa moltitudine di uomini e donne sconosciuti il cui numero è
impossibile calcolare (cfr Ap 7, 9). La loro vita attesta la verità del
Vangelo e offre al mondo il segno visibile della possibilità della perfezione.
E' doveroso riconoscere, tuttavia, che la storia registra anche non poche
vicende che costituiscono una contro-testimonianza nei confronti del
cristianesimo. Per quel legame che, nel Corpo mistico, ci unisce gli uni agli
altri, tutti noi, pur non avendone responsabilità personale e senza sostituirci
al giudizio di Dio che solo conosce i cuori, portiamo il peso degli errori e
delle colpe di chi ci ha preceduto. Ma anche noi, figli della Chiesa, abbiamo
peccato e alla Sposa di Cristo è stato impedito di risplendere in tutta la
bellezza del suo volto. Il nostro peccato ha ostacolato l'azione dello Spirito
nel cuore di tante persone. La nostra poca fede ha fatto cadere
nell'indifferenza e allontanato molti da un autentico incontro con Cristo.
Come Successore di Pietro, chiedo che in questo anno di misericordia la
Chiesa, forte della santità che riceve dal suo Signore, si inginocchi dinanzi a
Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli. Tutti
hanno peccato e nessuno può dirsi giusto dinanzi a Dio (cfr 1 Re 8, 46).
Si ripeta senza timore: « Abbiamo peccato » (Ger 3, 25), ma sia
mantenuta viva la certezza che « laddove ha abbondato il peccato ha
sovrabbondato la grazia » (Rm 5, 20).
[ da Incarnationis
Mysterium - 29-11-98 - Bolla di indizione del Grande Giubileo dell'Anno
2000]
E' stato
osservato (Alberto Melloni - Tutto e niente - I cristiani d'Italia alla
prova della storia, Laterza, 2013) che da noi sulle asperità della storia talvolta si è passata la cartavetrata di una memoria condivisa, che nel controluce cattolico
sembrava una indulgenza plenaria secolarizzata. Che significa? E' che,
talvolta, nel cercare di appianare i passati elementi di contrasto, si è
cercato di raccontare una storia secondo la quale tra noi persone di fede, e
tra noi e il mondo intorno, tutto è filato tutto sommato tranquillo, in
particolare nei due ultimi secoli, salve le malvagità perpetrate dai
persecutori della nostra fede. E alla fine,
a volte, ci siamo perdonati e, in
definitiva, abbiamo concluso che tutto si è risolto per il meglio, che ciò in fin dei conti era prevedibile
dall'inizio e che se male è stato fatto dalla nostra gente fu solo come
reazione e difesa al male altrui. Ma non è andata così. In verità dobbiamo
riconoscere che non è andata così. Ne dobbiamo parlare ai nostri figli, a
rischio di disamorarli alla fede? Io l'ho fatto. Innanzi tutto perché la
verità rende liberi, è scritto. E poi perché molti cattolici italiani proprio
nell'esame di coscienza collettivo davanti alla storia alla ricerca della
verità per la conversione collettiva, iniziato molto prima che ad esso si fosse
chiamati da un Papa profetico che l'anno prossimo sarà proclamato santo, hanno
dato, a mio parere, il meglio di loro stessi. Noi, in Italia, non abbiamo
cominciato da zero nel lavoro di purificazione della memoria alla fine degli
anni '90. C'erano stati molti precursori, tutto un popolo di precursori. Una
bella storia di fede e vita che merita di essere raccontata e proseguita, anche
se è stata e sarà anche dolorosa e faticosa. Per quanto mi riguarda
personalmente è stata una storia che ha coinvolto profondamente la famiglia di
mio padre e di cui pertanto ho memorie vive, non solo libresche.
Il compito di
raccontare quella storia a cui mi sono riferito spetta innanzi tutto ai laici
italiani. In primo luogo perché è un storia che ha visto i laici protagonisti e
poi perché è una storia italiana. Spesso nelle nostre parrocchie la cura
d'anime è affidata a sacerdoti che vengono da altre parti del mondo. Del resto
Roma è, dal punto di vista religioso, il centro di un mondo, della cattolicità,
e verso di essa converge clero da tutta la Terra. Questa è una grande ricchezza
e la si può apprezzare meglio se si visita in un giorno di lezione una delle
numerose università pontificie della nostra città. E' lì che si manifesta in maniera più eclatante
l'universalità delle nostre concezioni religiose. Ma qualche volta chi viene da
fuori non conosce a fondo la nostra storia e, comunque, la conosce solo per
averne letto sui libri e non è la storia della sua nazione di riferimento. E'
un po' come quando noi leggiamo della Guerra di secessione nord-americana e ci
appassioniamo ad essa, ma quella storia rimane sempre storia di altri.
Per comprendere ciò a
cui mi riferisco, indico alcuni problemi della storia d'Italia che ebbero
un'influenza enorme sullo sviluppo della nostra collettività religiosa
nazionale: l'Unità d'Italia si fece contro
la volontà dei Papi; a lungo, dopo la conquista militare di Roma da parte del
Regno d'Italia, ai cattolici fu vietato, sotto pena di sanzioni canoniche che
potevano arrivare fino alla scomunica, di partecipare alla vita democratica del
Regno e molti sacerdoti vennero considerati dalla polizia del Regno dei
sovversivi, in quanto sostenevano le rivendicazioni territoriali del Papa;
all'inizio del Novecento in un'enciclica fu condannato qualsiasi accostamento
tra democrazia politica e valori cristiani, tanto che poi il fondatore del
movimento della democrazia cristiana
fu addirittura scomunicato; nella prima metà del Novecento vennero duramente
combattute, anche a colpi di scomunica, alcune tesi che ai tempi nostri non
vengono più considerate eretiche; durante il regime fascista la Santa Sede
stipulò un Trattato e un Concordato con il dittatore all'epoca egemone,
ottenendo vari privilegi e un simulacro di stato territoriale, in un quartiere
romano. Questi problemi non vennero superati a partire dai vertici della nostra
confessione religiosa, ma a partire dalla base, in particolare dai laici
italiani, che pazientemente, senza mai
scoraggiarsi e avvilirsi nonostante le cicliche incomprensioni, costruirono il
contesto culturale sul quale poi si innestò il cambiamento, che dopo fu deliberato dai vertici del clero.
Esemplare in questo impegno fu il beato Giuseppe Toniolo. E' un lavoro che ebbe
una manifestazione entusiasmante nella
prima metà degli anni '60, epoca da cui parte l'opera nuova, tutt'oggi in
corso, di un'Azione Cattolica che, per realizzarla al meglio, decise una
propria profonda metamorfosi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli