Dipende da noi come i nostri figli verranno su?
Negli incontri che si fanno all'apertura
dell'anno catechistico per i bambini che si preparano alla Prima Comunione, di
solito i genitori si sentono ricordare quanto è importante il loro impegno, se
vogliono che vada tutto bene. Il loro esempio è importante, anzi essenziale,
viene detto. E, insomma, certe volte sembra che debbano tornare anche loro
nelle aule del catechismo.
Ora, certamente dare
ai figli un'educazione religiosa è un
dovere per fedeli e ce lo spiegano fin dalla liturgia del matrimonio. E
l'esempio di vita conta. Ma, e parlo con l'esperienza di bambino che andò al
catechismo e di genitore che vi portò le proprie figlie e sperimentò gli
effetti dell'insegnamento ricevuto su sé medesimo, sui propri figli e sui figli
degli altri, non direi che l'impegno dei genitori sia veramente decisivo. Più
che altro può creare un contesto favorevole, eliminare qualche ostacolo.
Un bambino sui dieci
anni è ancora molto legato agli adulti di riferimento, in particolare a quelli
che si sono assunti un ruolo materno. Poi le cose cambiano e anche piuttosto
imprevedibilmente. Verso i dodici/tredici anni si comincia a perdere il
controllo dei propri figli, che se ne vanno dove vogliono: rimane una
dipendenza di tipo economico e una certa propensione affettiva. Resta una
relazione, che però si fa sempre più di tipo dialettico, per cui si ha
l'impressione di dover contrattare ogni cosa con i ragazzi. Se i figli, da quell'età, cominciano
allora a slegarsi anche dai vincoli religiosi, non mi sento di farne una colpa ai
genitori. Io credo che, tra noi genitori, possiamo rassicurarci su questo,
anche se poi, in religione, ci può talvolta venire qualche tirata d'orecchi.
Un essere umano non è
mai la copia dei suoi avi o di coloro che l'hanno cresciuto. Non è così? In
certe situazioni questa diversità può sorprendere e addirittura inquietare.
Capita allora di aver l'impressione di avere in casa un estraneo, ed era il
nostro bambino, la nostra bambina.
Qualcuno di noi spera
che, non riuscendoci più con le proprie
forze, l'organizzazione religiosa lo aiuti a raddrizzare i figli. Sulla base della mia esperienza, non mi farei
troppe illusioni. La cosa può
addirittura rivelarsi controproducente, se i ragazzi pensano che vi sia come una alleanza tra gli adulti di
riferimento e il prete e i suoi collaboratori per impedirgli di muoversi
liberamente. Penso che sia importante spiegare in che senso, in religione,
parliamo di Padre. Da ragazzo mi fu
fatto notare che colui che chiamiamo Padre
ci proponiamo di amarlo con tutto il
cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, mentre il padre si proponiamo di onorarlo. Non è la stessa cosa. Chiarire
ai bambini la differenza può venire utile per quando poi crescono e,
fatalmente, cominciano ad entrare in dialettica con i genitori.
La mia famiglia, e
intendo non solo mia madre e mio padre, ma tutti gli altri miei parenti, era molto
religiosa, ma la religione non mi fu mai imposta. Il mio padrino di Cresima fu
un mio zio, sociologo, che all'epoca era una persona molto ascoltata, anche da
preti e vescovi. Per tutta la sua vita, periodicamente mi convocò presso di sé
per parlarmi delle cose della vita, del mondo e della religione. Da ragazzo a
volte provai, come si fa da giovani, a spararne di grosse, durante questi
incontri, ma lui, che aveva formato generazioni di studenti universitari, non
faceva mostra di arrabbiarsi. Si mostrava dispiaciuto, questo sì. Questa sua
sofferenza mi vinse sempre.
C'è un'altra cosa che
vorrei osservare: nel lavoro di formazione dei giovani non ci si deve aspettare
risultati a breve scadenza. Se ci sono, non di rado sono effimeri. Si opera sul
lungo e lunghissimo periodo. Il rapporto con i figli durerà finché noi e loro
saremo contemporanei, ma anche dopo. Il bilancio di una vita si comincia a fare
sui cinquant'anni. Non bisogna avere fretta e, soprattutto, arrivare a conclusioni
precipitose.
Molti anni fa, mia
madre seguì un corso universitario in scienze dell'educazione presso quello che
all'epoca era l'Ateneo Salesiano, non distante dalla nostra parrocchia. Ora si
chiama Pontificia Università Salesiana.
Un giorno mi riferì di una immagine che era stata usata in una lezione: noi genitori
siamo l'arco e i nostri figli le frecce,
scocchiamo la freccia puntando a un bersaglio, ma non sappiamo se lo
raggiungerà. I nostri figli non solo come certi missili radiocomandati che
possono essere diretti fin sull'obiettivo.
Tutti i nostri sforzi
rischiano allora di essere vani, tutto sommato? Non lo dobbiamo credere. In
religione si è infatti persuasi che il compimento di tutto non sia affidato
alle nostre sole forze.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli