giovedì 26 settembre 2013

Dipende da noi come i nostri figli verranno su?

Dipende da noi come i nostri figli verranno su?

   Negli incontri che si fanno all'apertura dell'anno catechistico per i bambini che si preparano alla Prima Comunione, di solito i genitori si sentono ricordare quanto è importante il loro impegno, se vogliono che vada tutto bene. Il loro esempio è importante, anzi essenziale, viene detto. E, insomma, certe volte sembra che debbano tornare anche loro nelle aule del catechismo.
 Ora, certamente dare ai figli un'educazione religiosa  è un dovere per fedeli e ce lo spiegano fin dalla liturgia del matrimonio. E l'esempio di vita conta. Ma, e parlo con l'esperienza di bambino che andò al catechismo e di genitore che vi portò le proprie figlie e sperimentò gli effetti dell'insegnamento ricevuto su sé medesimo, sui propri figli e sui figli degli altri, non direi che l'impegno dei genitori sia veramente decisivo. Più che altro può creare un contesto favorevole, eliminare qualche ostacolo.
 Un bambino sui dieci anni è ancora molto legato agli adulti di riferimento, in particolare a quelli che si sono assunti un ruolo materno. Poi le cose cambiano e anche piuttosto imprevedibilmente. Verso i dodici/tredici anni si comincia a perdere il controllo dei propri figli, che se ne vanno dove vogliono: rimane una dipendenza di tipo economico e una certa propensione affettiva. Resta una relazione, che però si fa sempre più di tipo dialettico, per cui si ha l'impressione di dover contrattare ogni cosa con i  ragazzi. Se i figli, da quell'età, cominciano allora a slegarsi anche dai vincoli religiosi, non mi sento di farne una colpa ai genitori. Io credo che, tra noi genitori, possiamo rassicurarci su questo, anche se poi, in religione, ci può talvolta venire qualche tirata d'orecchi.
 Un essere umano non è mai la copia dei suoi avi o di coloro che l'hanno cresciuto. Non è così? In certe situazioni questa diversità può sorprendere e addirittura inquietare. Capita allora di aver l'impressione di avere in casa un estraneo, ed era il nostro bambino, la nostra bambina.
 Qualcuno di noi spera che, non  riuscendoci più con le proprie forze, l'organizzazione religiosa lo aiuti a raddrizzare i figli. Sulla base della mia esperienza, non mi farei troppe illusioni.  La cosa può addirittura rivelarsi controproducente, se i ragazzi pensano che vi  sia come una alleanza tra gli adulti di riferimento e il prete e i suoi collaboratori per impedirgli di muoversi liberamente. Penso che sia importante spiegare in che senso, in religione, parliamo di Padre. Da ragazzo mi fu fatto notare che colui che chiamiamo Padre ci proponiamo di amarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, mentre il padre si proponiamo di onorarlo. Non è la stessa cosa. Chiarire ai bambini la differenza può venire utile per quando poi crescono e, fatalmente, cominciano ad entrare in dialettica con i genitori.
 La mia famiglia, e intendo non solo mia madre e mio padre, ma tutti gli altri miei parenti, era molto religiosa, ma la religione non mi fu mai imposta. Il mio padrino di Cresima fu un mio zio, sociologo, che all'epoca era una persona molto ascoltata, anche da preti e vescovi. Per tutta la sua vita, periodicamente mi convocò presso di sé per parlarmi delle cose della vita, del mondo e della religione. Da ragazzo a volte provai, come si fa da giovani, a spararne di grosse, durante questi incontri, ma lui, che aveva formato generazioni di studenti universitari, non faceva mostra di arrabbiarsi. Si mostrava dispiaciuto, questo sì. Questa sua sofferenza mi vinse sempre.
 C'è un'altra cosa che vorrei osservare: nel lavoro di formazione dei giovani non ci si deve aspettare risultati a breve scadenza. Se ci sono, non di rado sono effimeri. Si opera sul lungo e lunghissimo periodo. Il rapporto con i figli durerà finché noi e loro saremo contemporanei, ma anche dopo. Il bilancio di una vita si comincia a fare sui cinquant'anni. Non bisogna avere fretta e, soprattutto, arrivare a conclusioni precipitose.
 Molti anni fa, mia madre seguì un corso universitario in scienze dell'educazione presso quello che all'epoca era l'Ateneo Salesiano, non distante dalla nostra parrocchia. Ora si chiama Pontificia Università Salesiana. Un giorno mi riferì di una immagine che era stata usata in una lezione: noi genitori siamo l'arco e i nostri figli le frecce,  scocchiamo la freccia puntando a un bersaglio, ma non sappiamo se lo raggiungerà. I nostri figli non solo come certi missili radiocomandati che possono essere diretti fin sull'obiettivo.
 Tutti i nostri sforzi rischiano allora di essere vani, tutto sommato? Non lo dobbiamo credere. In religione si è infatti persuasi che il compimento di tutto non sia affidato alle nostre sole forze.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli