Che cosa dirsi incontrandosi tra
persone di fede
Quando si progetta un incontro tra persone di fede si pensa
anche a che cosa dirsi. Chi si è assunto il compito di organizzatore butta giù
delle idee. Se non si fa così si rischia di concludere poco, perché si finisce
per non stare veramente insieme e la gente si divide in piccoli gruppi di
conversazione. E tuttavia se poi accade che ci sono due o tre che parlano e gli
altri che si limitano ad ascoltare o al più a fare obiezioni, sembra di stare a
una lezione di scuola. Ma in questo modo, se tutti abbiamo qualcosa da insegnare e tutti abbiamo qualcosa da
imparare si finisce per perdere qualche cosa. E in realtà, per come la vedo io,
è proprio così: ognuno di noi è portatore di un'esperienza importante, con
valore specificamente religioso, che merita di essere narrata e ascoltata.
Ci si può pensare
come piccola collettività immersa in un mondo ostile. Questo ordine di idee ha
un qualche fondamento biblico. Fu, per intenderci, l'atteggiamento che
storicamente tennero gli antichi israeliti venendo a contatto con certi costumi
delle civiltà greca e romana. Cedere a quei costumi era considerato tradire la
propria fede. E passare da quelle civiltà pagane
a quella fede comportava un mutamento di vita molto forte, qualcosa di molto
più importante di ciò che ai tempi nostri definiamo come conversione. Convertiti che si fosse, ritornare indietro era
considerata condotta molto grave. Questa era anche la concezione delle prime
comunità cristiane. E tuttavia dobbiamo tener conto che la diffusione
universale della nostra fede è dipesa anche dall'essersi poi espressa
utilizzando la lingua e i concetti di quelle antiche civiltà. I Vangeli sono
stati scritti in greco e la lingua latina è quella "ufficiale" della
nostra Chiesa. Duemila anni di storia non sono passati invano. Sotto questo
aspetto sicuramente non ho nostalgia dei primi tempi e non ho voglia di
replicarli.
Benché vi siano molti
posti nel mondo in cui i cristiani sono ancora perseguitati o, comunque,
discriminati, questo non è il caso dell'Italia e dell'Europa di oggi. Gli
ideali della nostra fede sono stati profondamente assimilati nelle nostre
culture, si sono, come si suole dire, radicati.
Noi non viviamo in una civiltà ostile
al cristianesimo, ma in un ambiente sociale in cui ad esso è riconosciuta piena
cittadinanza. Se credete, questo potrà essere uno dei temi sui quali
confrontarci.
Il fatto che alcune
regole morali insegnate in religione siano più o meno ampiamente violate, come
del resto è accaduto sempre nei duemila
anni della storia della nostra fede ed anche in posti ed ere che oggi (a torto)
riteniamo essere stati più morigerati di noi, non significa che l'ordine di
idee in cui noi ci muoviamo non sia ampiamente condiviso, tanto che esso costituisce ancora,
addirittura, il fondamento di norme di legge
molto importanti. Quindi noi non abbiamo alcun vero motivo per ritenerci
assediati dal mondo intorno e, in
particolare, di guardare con sospetto coloro con i quali, per vari motivi,
abbiamo avuto meno occasioni di familiarizzarci, per cui li vediamo come gente di fuori, gente che deve essere
solo catechizzata, vale a dire messa
a conoscenza dei rudimenti della nostra fede come si fa con i bambini piccoli.
Molti dei problemi che si hanno talvolta nell'intendersi tra gente di fede
dipendono da questo atteggiamento di quelli
di Chiesa rispetto a quelli considerati di fuori. E invece ci viene sempre
insegnato che è molto importante tener conto delle radici cristiane dell'Europa, che significa che la nostra civiltà
ancora reca un'impronta molto forte della presenza delle nostre comunità di
fede. E questo anche se poi la resa liturgica di questa fede molto diffusa
appare scarsa e le chiese rimangono vuote o quasi, come accade nell'Europa
settentrionale (non è il caso del nostro quartiere romano).
Talvolta le persone che
decidono o comunque hanno occasione, ad esempio accompagnando i figli piccoli
al catechismo, di accostarsi alle nostre comunità parrocchiali interiormente pensano di essere in qualche
modo in difetto rispetto a coloro che
hanno voluto, avendone anche l'opportunità (il lavoro e la famiglia spesso
lasciano poco tempo), essere più presenti. Chissà che cosa mai si dovrà fare
per essere un cristiano vero, si
chiedono. E invece già lo sono ed
entrando nella loro parrocchia entrano semplicemente nella loro casa, nella
loro città. Essere cristiani non è una fatica spaventosa, cosa da atleti dello
spirito, da super religiosi. E' una cosa che viene naturale: è un giogo leggero, sta scritto. Specialmente quando,
come nella nostra Europa, il clima sociale
è assai favorevole. A volta si pensa di essere lontani, ma poi non è così, perché nella vera fede già noi viviamo,
ci muoviamo ed esistiamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli