giovedì 19 settembre 2013


Che cosa dirsi incontrandosi tra persone di fede


Quando si progetta un incontro tra persone di fede si pensa anche a che cosa dirsi. Chi si è assunto il compito di organizzatore butta giù delle idee. Se non si fa così si rischia di concludere poco, perché si finisce per non stare veramente insieme e la gente si divide in piccoli gruppi di conversazione. E tuttavia se poi accade che ci sono due o tre che parlano e gli altri che si limitano ad ascoltare o al più a fare obiezioni, sembra di stare a una lezione di scuola. Ma in questo modo, se tutti abbiamo qualcosa da insegnare e tutti  abbiamo qualcosa da imparare si finisce per perdere qualche cosa. E in realtà, per come la vedo io, è proprio così: ognuno di noi è portatore di un'esperienza importante, con valore specificamente religioso, che merita di essere narrata e ascoltata.
 Ci si può pensare come piccola collettività immersa in un mondo ostile. Questo ordine di idee ha un qualche fondamento biblico. Fu, per intenderci, l'atteggiamento che storicamente tennero gli antichi israeliti venendo a contatto con certi costumi delle civiltà greca e romana. Cedere a quei costumi era considerato tradire la propria fede. E passare da quelle civiltà pagane a quella fede comportava un mutamento di vita molto forte, qualcosa di molto più importante di ciò che ai tempi nostri definiamo come conversione. Convertiti che si fosse, ritornare indietro era considerata condotta molto grave. Questa era anche la concezione delle prime comunità cristiane. E tuttavia dobbiamo tener conto che la diffusione universale della nostra fede è dipesa anche dall'essersi poi espressa utilizzando la lingua e i concetti di quelle antiche civiltà. I Vangeli sono stati scritti in greco e la lingua latina è quella "ufficiale" della nostra Chiesa. Duemila anni di storia non sono passati invano. Sotto questo aspetto sicuramente non ho nostalgia dei primi tempi e non ho voglia di replicarli.
 Benché vi siano molti posti nel mondo in cui i cristiani sono ancora perseguitati o, comunque, discriminati, questo non è il caso dell'Italia e dell'Europa di oggi. Gli ideali della nostra fede sono stati profondamente assimilati nelle nostre culture, si sono, come si suole dire, radicati. Noi non viviamo in una civiltà ostile al cristianesimo, ma in un ambiente sociale in cui ad esso è riconosciuta piena cittadinanza. Se credete, questo potrà essere uno dei temi sui quali confrontarci.
 Il fatto che alcune regole morali insegnate in religione siano più o meno ampiamente violate, come del resto è accaduto  sempre nei duemila anni della storia della nostra fede ed anche in posti ed ere che oggi (a torto) riteniamo essere stati più morigerati di noi, non significa che l'ordine di idee in cui noi ci muoviamo non sia ampiamente condiviso, tanto che esso costituisce ancora, addirittura, il fondamento di norme di legge  molto importanti. Quindi noi non abbiamo alcun vero motivo per ritenerci assediati dal mondo intorno e, in particolare, di guardare con sospetto coloro con i quali, per vari motivi, abbiamo avuto meno occasioni di familiarizzarci, per cui li vediamo come gente di fuori, gente che deve essere solo catechizzata, vale a dire messa a conoscenza dei rudimenti della nostra fede come si fa con i bambini piccoli. Molti dei problemi che si hanno talvolta nell'intendersi tra gente di fede dipendono da questo atteggiamento di quelli di Chiesa rispetto a quelli considerati  di fuori. E invece ci viene sempre insegnato che è molto importante tener conto delle radici cristiane dell'Europa, che significa che la nostra civiltà ancora reca un'impronta molto forte della presenza delle nostre comunità di fede. E questo anche se poi la resa liturgica di questa fede molto diffusa appare scarsa e le chiese rimangono vuote o quasi, come accade nell'Europa settentrionale (non è il caso del nostro quartiere romano).
 Talvolta le persone che decidono o comunque hanno occasione, ad esempio accompagnando i figli piccoli al catechismo, di accostarsi alle nostre comunità parrocchiali  interiormente pensano di essere in qualche modo in difetto rispetto a coloro  che hanno voluto, avendone anche l'opportunità (il lavoro e la famiglia spesso lasciano poco tempo), essere più presenti. Chissà che cosa mai si dovrà fare per essere un cristiano vero, si chiedono. E  invece già lo sono ed entrando nella loro parrocchia entrano semplicemente nella loro casa, nella loro città. Essere cristiani non è una fatica spaventosa, cosa da atleti dello spirito, da super religiosi. E' una cosa che viene naturale: è un giogo  leggero, sta scritto. Specialmente quando, come nella nostra Europa, il clima sociale  è assai favorevole. A volta si pensa di essere lontani, ma poi non è così, perché nella vera fede già noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli