Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato
Marco Ivaldo, in un breve saggio dal titolo Lazzati, il Movimento laureati e il MEIC inserito nell’omonimo fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, Editrice A.V.E., 1998, € 6,00 (attualmente disponibile in commercio), scrive, riferendosi a un discorso tenuto da Giuseppe Lazzati il 7 dicembre 1968 nell’Auditorio di palazzo Pio in Roma e pubblicato sul mensile Coscienza del Movimento laureati di A.C. lo steso anno:
Traspaiono da questo testo il travaglio di quegli anni, ardui ma fecondi, le trasformazioni del costume, la crisi del quadro politico degli anni Sessanta, la complessa ricezione del Concilio nelle comunità ecclesiali, la ricerca di nuove forme dell’apostolato dei laici, l’itinerario di ridefinizione dell’Azione Cattolica Italiana con il nuovo statuto. Lazzati non sfugge a questa problematica. Un’ampia parte del suo discorso è volta a riprendere esauriente e concreta memoria dei “valori del passato”. Ma poi egli osserva: “Non possiamo nasconderci le difficoltà innanzi alle quali l’Azione Cattolica si è trovata e si trova in questa situazione; talora è sembrato che fosse sopraffatta da altri tipi di azione, forse più appariscenti o passibili di più definite misure; la tentazione dell’efficienza immediata l’attira; un certo senso di vera e propria crisi ha pervaso strati più o meno ampi dei suoi aderenti e l’ha condotta a quel ripensamento di se stessa, dei propri metodi di formazione e di azione, dal quale dovrebbe uscire sofferto ma vivo, semplice e dinamico il suo nuovo statuto [che fu approvato nel 1969 – nota mia]. L’ispirazione idonea, l’atteggiamento giusto per affrontare la situazione che allora si delineava Lazzati invita a trovarli in una celebre espressione di un sermone di Ambrogio, il “De paradiso” [latino. Trad. “Sul paradiso – nota mia], dove il padre e dottore della Chiesa sostiene che il compito del cristiano è “nova sempre quaerere et parta custodire” [latino. Traduzione libera mia: “Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato]. Bisogna “aprirsi al nuovo senza timori e rimpianti” e insieme occorre mantenere “fedeltà ai valori che hanno costituito la trama” della storia dell’Azione Cattolica e hanno “data la misura della sua validità”. Non è lecita la “pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato”, ma la “smania del nuovo” non deve “prendere il sopravvento sull’amore del vero e la ricerca di ciò che vale”.
Cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica in San Clemente papa e cari altri amici che avete occasione di leggere queste parole, oggi vi voglio parlare di questioni associative, che però sono legate ad argomenti più vasti.
Quando, verso la fine degli anni ’70, entrai nel gruppo FUCI di Roma che si riuniva a piazza S.Apollinare, eravamo una ventina di universitari, ma ci sentivamo pronti a conquistare in mondo. Quando il cardinal vicario Poletti ci disse che eravamo i suoi occhi e le sue orecchie nel mondo universitario, non fummo colpiti dalla sproporzione di forze, dall’essere noi una percentuale minima degli oltre centomila studenti romani. Nel nostro gruppo siamo di più dei miei fucini di allora, ma ci sentiamo un po’ in crisi. Non è così? Passando una volta per i corridoi della parrocchia, ci ho sentiti definire gruppo anziani. E’ chiaro che può parlare così solo chi non ci conosce bene. Però è vero che esteriormente possiamo talvolta sembrare effettivamente un gruppo anziani. Persone più giovani ci sono, ma sono in minoranza. A volte non vengono alle riunioni del martedì perché impegnate sul lavoro o negli studi. Io stesso non di rado faccio fatica ad essere in parrocchia alle cinque del pomeriggio, dopo il lavoro in ufficio, e a volte non ci sono riuscito. Questa carenza di persone più giovani incide abbastanza anche sul lavoro che ci proponiamo di fare in Azione Cattolica, anche qui a Monte Sacro – Valli. Mancano infatti molti stimoli al rinnovamento, che come sosteneva Lazzati sulla linea di S. Ambrogio, è uno dei compiti propri di noi laici. Ma non è forse vero che anche l’altro compito, quello di custodire, ci appassiona di meno? Si va un po’ a memoria, ma la memoria degli anziani comincia a fare difetto e non si ha tanta voglia di rinfrescarla. Perché è quando si è chiamati a comunicare qualche cosa alle persone più giovani che si ripensa più validamente al passato: questo è un fatto naturale e noi siamo esseri naturali. Ma gli esseri umani sono capaci anche di uno sguardo soprannaturale. E’ ad esso che ho chiamato le mie figlie universitarie quando ho proposto loro di aderire al nostro gruppo di A.C. . Non dobbiamo fidarci delle apparenze: dobbiamo essere capaci di intuire l’anima negli altri. Questo è un esercizio fondamentale dell’esperienza religiosa: andare oltre ciò che appare. E le vostre anime, cari amici del gruppo, sono belle e parlano dei ragazzi e delle ragazze che eravate e che interiormente ancora siete. Che soddisfazione sentire i più anziani parlare delle loro esperienze di A.C. in un mondo di molti anni fa, tanto diverso, e per molti versi più difficile, del nostro di oggi! Un’A.C. indomita quella loro di un tempo, il cui ardore e il cui attivismo traspare ancora in certe prese di posizione nei discorsi che si fanno nelle nostre riunioni. Cose che certamente non ci si aspetta in un gruppo anziani. Ma direi di più: cose che oggi non ci si aspetta neppure dai giovani. Come mi riferiscono le mie figlie, oggi gli universitari sono spesso dei conservatori per sfiducia nel cambiamento, non si aspettano nulla di buono dal futuro. Del resto non è quello che nei giornali e in televisione si dice sempre loro? Paradossalmente, allora, è proprio dalla memoria del passato che possono venire stimoli per il rinnovamento, quello personale e quello della società in cui viviamo.
Pensare religiosamente la storia ha questo di confortante: non è legato a tempi precisi, a scadenze inesorabili. Possiamo, religiosamente, curare certi dettagli, così come certe preghiere vengono recitate molto lentamente, con il ritmo della vita che scorre in noi, con il ritmo del respiro come insegnavano alcuni maestri di spiritualità monacale. E non si è nemmeno legati molto all’attualità, ai titoli di testa dei giornali e dei telegiornali. Possiamo dedicare molto tempo a fatti minimi, così come i monaci a volte dedicano molto del tempo non impegnato nelle liturgie alla cura paziente e minuziosa di una pianta o ad altre faccende minime o che richiedono grande applicazione per un risultato che verrà magari oltre la loro vita personale. Facciamolo, però! E’ esperienza comune dei più anziani che i giorni corrano via più velocemente e che quindi giunga sempre, presto, la sera. Si finisce allora per sdormicchiare molto, lo ha scritto Carlo Maria Martini in uno dei suoi ultimi libri di spiritualità, Qualcosa così personale, Mondadori, 2009, € 17,50. In questo Anno della Fede ci viene un appello forte a scuoterci, a rinnovarci, ripensando, e innanzi tutto motivando meglio, i nostri ideali religiosi. Poi ci viene chiesto un impegno pubblico che può cominciare, ad esempio, da questo (del resto siamo persone religiose): pregare perché persone più giovani partecipino di quegli ideali e ci aiutino, nel nostro gruppo, stando insieme a noi, a rinnovarci custodendo ciò che del passato merita di essere conservato. E poi pregare perché, attingendo ai tesori del passato, anche agli aspetti preziosi delle nostre vite, si abbia qualcosa da comunicare ai più giovani. Non si costruisce dal nulla: i più anziani, in quanto religiosi custodi del passato migliore e fedeli memori di quello peggiore, hanno anche, in un certo senso, il segreto per costruire un futuro all’altezza dei nostri grandi ideali.
Non è lecita la pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato, riteneva Lazzati ed è sorprendente che questa sua convinzione sia rimasta fortissima anche tra i membri più anziani del nostro gruppo. E questo è ancora più sorprendente tenendo conto dell’orientamento generalmente un po’ più nostalgico del passato degli anziani del quartiere.
Trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio: questo il compito di cui religiosamente dobbiamo prendere consapevolezza. Si tratta di un impegno veramente smisurato, come tutto ciò che riguarda Dio. E’ chiaro che sarebbe anche sproporzionato alle nostre forze se non confidassimo anche in un sostegno soprannaturale, innanzi tutto per la rigenerazione del nostro gruppo. La dobbiamo desiderare con molta determinazione e pregare molto perché essa si compia.
L’efficacia storica della nostra azione dipende dai contatti che riusciamo a stabilire con la società del nostro tempo e quindi dalla nostra capacità di influire su di essa. Serve gente. Ora, nel nostro lavoro natura e sopranatura sono strettamente commiste, dunque non si fa affidamento solo sull’elemento naturale, quindi sulle nostre sole forze umane, ma esse comunque contano e devono esserci, è legge di natura questa, il mondo è stato creato così: i nostri grandi ideali, che servono ancora al mondo di oggi, sono incarnati in noi e hanno bisogno di nuova umanità per continuare a pervadere la società, perché noi, ad un certo momento, finiremo.
La caratteristica del nostro atteggiamento verso i più giovani deve avere, a mio parere, questa caratteristica, conformemente al metodo praticato in Azione Cattolica: non cerchiamo nuove forze per indottrinarle o per cambiare le loro vite. Noi non abbiamo infatti la ricetta della felicità per i più giovani. Essi la devono inventare da se stessi. Noi abbiamo una ispirazione ideale e siamo custodi di una tradizione di fede che ci spinge avanti, in un incessante rinnovamento. Insieme ai più giovani vorremmo quindi ideare e attuare il nuovo che necessita al mondo di oggi, secondo quell’ispirazione.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.