La fede fa scandalo?
In molti casi l’ostacolo alla fede è costituito da una situazione di scandalo, o voluta falsamente, ad esempio falsità diffuse contro la Chiesa e i cristiani; o per fatti reali. Non crediamo di aiutare i lontani nascondendo o negando la verità. Se si tratta di errori storici ristabilire la verità; ma se c’è un autentico scandalo bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di far capire che la fede non consiste nel negare lo scandalo; ma far comprendere che lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio che supera l’ostacolo rappresentato dalle deficienze e dagli scandali degli uomini, siano essi laici o uomini di Chiesa o anche Papi
da Per la catechesi ai lontani, articolo di Giuseppe Lazzati, pubblicato nel 1967 su mensile del Movimento laureati e ora nel fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, “Lazzati, il Movimento Laureati e il Meic, Editrice A.V.E, 1998, € 6,00]
Verso la fine degli scorsi anni ’60, quando Lazzati scrisse le frasi che ho citato, costituiva un ostacolo alla vita di fede pensare che nella Chiesa c’erano stati tanti cattivi esempi, anche da parte di capi religiosi, e che i cristiani si erano resi responsabili collettivamente di fatti efferati, come guerre, persecuzioni, schiavismo, predazione delle terre e dei beni di altri popoli e delle loro stesse vite e altro. Ai tempi nostri mi pare che nel nostro popolo la religione sia meno apprezzata più che altro perché sembra che sia inutile nelle faccende della propria vita. Le cose sembrano sempre andare come devono, come ci si aspetta che vadano secondo natura, e non cambia nulla se uno è religioso o non lo è. I forti vincono e i deboli perdono, così è sempre stato, si pensa. Forse però, si argomenta, non è la religione, in generale, a non andare, ma è la religione cristiana e, in particolare, la sua versione cattolica, così ragionevole, così poco aperta al prodigio nella vita di tutti i giorni (quanto ci mette, si osserva, a riconoscere un miracolo o un’apparizione soprannaturale!). In definitiva, si pensa, la dottrina cattolica sembra volerci convincere di doverci rassegnare a ciò che accade: quindi per ora si deve cedere al male prevalente e lasciarsi schiacciare, poi, in un’altra dimensione però, avremo il premio. C’è chi allora si affida ad altre versioni religiose o varianti della fede cristiana, che danno più soddisfazioni sotto quei profili. Ma c’è anche chi decide di fare a meno del tutto della religione e si costruisce allora un’etica individuale e collettiva che si basa sul tipo di società in cui si sente meglio inserito, ottenendone poi un riconoscimento appagante, come persona buona, onesta.
L’atteggiamento di chi si lascia alle spalle la religione, che spesso è quella appresa in famiglia e nelle comunità di riferimento, come può essere un paese, con le sue feste e le sue costumanze, anche alimentari, può dispiacere, ma noi, nel lavoro che abbiamo in mente per recuperare coloro che sono diventati i lontani, siamo piuttosto vincolati dai nostri principi di fede, da quella che crediamo essere la verità sul mondo intorno a noi e sul soprannaturale. Non possiamo quindi approfittare di quella sorta di disposizione della gente a credere nell’azione soprannaturale, nel miracolo, che confina abbastanza con la credulità e inventarci delle storie consolanti ma ingannevoli. Non possiamo dare alla gente quello che in fondo essa ci chiede: la religione che mette a posto le cose della vita, che risana tutte le malattie, che allontana la morte, che salva il rapporto con il coniuge e i figli, che fa trovare o mantiene il lavoro, che ci fa tornare sani e salvi a casa la sera dopo aver circolato per la città, e cose simili. Né possiamo promettere che essendo buoni, partecipando diligentemente alle liturgie e pregando molto le cose cambieranno, che tutti i problemi si risolveranno. Non è questo che ci è stato insegnato in religione. Ricordate?: ora e nell’ora della nostra morte… Quando mai ci hanno detto che alle persone religiose sarebbe andato tutto bene in questa vita? E io francamente non mi sento nemmeno di proporre, ai sofferenti, l’idea che il male che capita loro è in realtà il loro bene, anche se essi, proprio perché non abbastanza religiosi, non riescono a capirlo. Il male rimane male: poi si può riuscire a dargli un senso religioso e allora, come è accaduto in certe vite di santi, si può addirittura ad avere una confidenza con esso che libera dalla paura o giungere a desiderarlo perché si pensa che attraverso di esso si partecipi alla redenzione dell’umanità intera, a una grande opera di salvazione. Ed è questo lo stesso atteggiamento di chi in guerra compie un’azione eroica, altruistica, a costo della propria vita. Ma si tratta, è chiaro, di una cosa molto diversa da chi semplicemente tenta di voltare la frittata e dice sbrigativamente che il male sofferto (da un altro) è bene per il sofferente, e chi non lo capisce non ha fede (aggiungendo così sofferenza a sofferenza, alla sofferenza della vita quella del rimprovero religioso), ottenendo da parte di chi soffre un sentimento interiore di rivolta che è umanamente del tutto comprensibile.
Come fare allora? Direi che potremmo farne argomento di dibattito tra noi. Che cosa rispondere all’argomento Dio è inutile? E’ qualcosa di più forte della considerazione Dio non c’è, che noi risolviamo obiettando che in realtà Dio non si vede, ma opera: e quest’ultima è una considerazione pacifica nel pensiero biblico, mi pare di aver capito.
Lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio, scrisse Lazzati nel 1967. Per me è proprio così. Mi pare così assurda e inaccettabile un’esistenza senza Dio, dominata dalla cieca violenza delle cose e degli esseri viventi, senza amore-agape, quello che raccoglie pacificamente intorno alla tavola comune per un bel pasto che nutre e dà gioia, che contro l’idea di una vita così sento di dovermi rivoltare e proprio da questa rivolta nasce la mia religiosità. Ma penso che negli altri vi siano tanti altri motivi per i quali la fede religiosa è diventata l’aspetto fondamentale della loro vita. In questo Anno della Fede siamo chiamati ad approfondire questi argomenti, a riscoprire le ragioni del nostro atto di fede. Chissà che questo possa anche servire ad aiutare coloro che sentiamo lontani in certe loro difficoltà religiose, quelle che riguardano l’inutilità di Dio, le quali, in fondo, possono anche scaturire da un certo pessimismo sulla storia umana e quindi non riguardare tanto il soprannaturale ma il mondo quaggiù. Poiché la storia umana è lo specifico campo d’azione di noi laici cattolici, direi che è proprio un lavoro per noi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.