Insieme per agire da gente di fede
Qualche anno fa partecipai a una riunione del mio gruppo del MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale, alla Cappella universitaria dell’Università La Sapienza, qui Roma, in cui un teologo ci parlò dei vari modi di pensare una dimensione comunitaria della vita di fede e di interventi nella storia dell’umanità motivati religiosamente e osservò che spesso si erano scelte delle vie che poi avevano costretto a dire molti “si, però…”, vale a dire a cercare di giustificare in qualche modo quelle che, con il senno del poi, venivano individuate come insufficienze in base all’etica religiosa proclamata. Ad esempio, la cristianità medievale, in cui indubbiamente affondano alcune di quelle che possiamo considerare come radici delle società europee di oggi e che talvolta viene considerata un modello ancora attuale per la sua forte integrazione culturale del cristianesimo, produsse anche l’Inquisizione e le Crociate, modi di vivere la fede dai quali oggi abbiamo preso le distanze dichiarando di impegnarci a non replicarli; ma, ciò detto, siamo portati ad aggiungere si però … l’idea di una società civile fortemente ispirata alla religione in fondo ci piace e cose simili. Non ci si poteva pensare un po’ meglio, prima, per non dover poi essere costretti a pentirsi? E’ un problema che riguarda anche noi, che vogliamo ancora influire nella società in cui viviamo per cercare, nella dinamiche democratiche, di determinare collettivamente scelte ispirate a certi valori che per noi hanno fondamento religioso. O forse sarebbe meglio non agire affatto e limitarsi solo ad attendere con pazienza che le cose cambino perché trascinate dal disegno provvidenziale, mentre noi ci incoraggiamo e aiutiamo a vicenda edificandoci nelle nostre comunità religiose con salmi, inni e canti spirituali, secondo le espressioni di San Paolo (Lettera ai Colossesi 3, 16. 1 Lettera ai Tessalonicesi 5,11)? Tenuto conto di quante sono le cose di cui abbiamo sentito il bisogno di chiedere collettivamente perdono, da quando ci siamo consentiti un simile esercizio, ci si potrebbe pensare seriamente.
Riprendo a questo punto a seguire, in queste riflessioni, il libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, Editrice A.V.E., collana Le Tessere e il Mosaico, 2011, euro 8,00, pagine 131, con prefazione di Giorgio Campanini.
Il mondo nuovo che religiosamente attendiamo non uscirà dalle nostre mani. Non ne abbiamo quindi la responsabilità. I nostri progetti non possono e non devono estendersi fino ad esso. Né possiamo immaginare di poterlo effettivamente realizzare in una società da noi edificata. Trascrivo di nuovo, di seguito, le parole di Dossetti (pag.45-46):
Il Regno, giunge a noi, senza di noi.
[…]
,,,il Regno verrà, per un decreto del Pare in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1, 6-7).
E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, in ictu oculi [trad.:in un batter d’occhio – greco: en ripè oftalmù] ” (1 Lettera ai Corinzi 15,52).
Quest’ordine di idee è un bel sollievo. Secondo le parole di Dossetti non saremo quindi giudicati colpevoli di non aver saputo realizzare, nelle nostre faticose e lunghe approssimazioni, il Regno, la società perfetta che non ha bisogno di lampade o di sole, “perché il Signore Dio li illuminerà”, secondo l’emozionante profezia che troviamo in Apocalisse, 22,3, e anche di non aver asciugato ogni lacrima dagli occhi dei sofferenti, e di non aver sconfitto la morte, e di aver cancellato del tutto e definitivamente tra noi il lutto, il pianto e il dolore. Fatemi sapere se condividete questo discorso.
Ciò posto, se guardiamo all’Unione Europea di oggi, per la quale inaspettatamente l’altro giorno ci siamo presi il Nobel, e la Chiesa del dopo Concilio Vaticano 2°, nella quale abbiamo voluto essere ed effettivamente siamo stati Luce delle genti, ce ne compiacciamo, pur pentendoci del male che in esse non siamo riusciti ad evitare e sentendoci pur sempre impegnati a migliorarci, perché non solo ad esse apparteniamo, ma anche esse ci appartengono, nel senso che sono un nostro modo di essere e quindi riflettono coralmente nel bene e nel male le nostre vite, e noi, lo sappiamo, non possiamo dirci perfetti, anche se in qualche modo desideriamo, e a volte anche cerchiamo e addirittura ci sforziamo, di corrispondere al disegno che religiosamente pensiamo che si abbia su di noi, dall’alto. E, in definitiva, quei risultati, quella nuova Europa, quella Chiesa rinnova, non sono tati accidentali, ma voluti, quindi desiderati e attuati. Ecco quindi che lo volevamo fare e l’abbiamo fatto. Sono effettivamente opera nostra, collettiva, e infatti, al nostro sesto giorno (Genesi 1,31), le guardiamo e vediamo in esse cose buone ma anche cose da cambiare per migliorare, in quella, come dire?, commistione di grano e zizzania, di Città secondo Dio e di Città secondo l’avversario di Dio che non è in fondo in nostro potere sciogliere del tutto.
Ha un significato, per la nostra fede, l’aver agito e costruito? Dossetti ritiene di poter concludere di sì. Per amore infatti abbiamo agito. Scrive (pag.103-104):
Tutto nella via del cristiano agito dallo Spirito Santo è azione […] non è il caso di insistere banalmente sulla contrapposizione fra “contemplazione” e “azione” […] “contemplazione” per il senso originario [che aveva nell’antica filosofica greca, in particolare in Plotino (3° sec.) – nota mia] ,,, non [è] propriamente un concetto cristiano e [continua] a trascinare e a veicolare più di un equivoco nella storia della spiritualità cristiana.
In senso propriamente cristiano tutto è azione, e con diversi gradi di efficacia, peculiarmente là dove il concetto abituale di azione ne saprebbe vedere di meno.
Azione è l’Eucaristia: prima di tutto azione di Cristo, poi azione della Chiesa, azione della comunità che la celebra, del cristiano che vi partecipa.
Ogni preghiera, se fatta come deve essere fatta in Cristo, nello Spirito, è azione.
La lettura, e ancor più la “ruminatio” della Parola di Dio , allo stesso modo, è azione.
La malattia che riduce immobile in un letto, accettata nella fede, è azione […].
La concentrazione dell’anima nel suo oggetto più proprio […] è azione”.
Per Dossetti, si agisce come risposta d’amore all’amore trinitario, che ci viene dall’alto. C’è una carità verticale, appunto dall’alto, che è “generante e condizionante rispetto ad ogni altro amore, sia pure il più santo e benefico” (pag.117).
“L’amore rivolto ai fratelli ne sarà un segno necessario e precipuo: ma derivato…”.
Dossetti segnala l’esistenza di un paradosso della carità eucaristica, dell’agire insieme, nel nostro mondo, su fondamento religioso:
“L’altissima risposta d’amore trinitario sarà tanto più utile agli altri e al mondo intero, quanto meno si preoccuperà e saprà di esserlo: cioè quanto più si ignorerà, si perderà, quanto più sarà silenziosa e radicale follia, dimessa e impotente: allora raggiungerà quel grado di sottigliezza, di agilità penetrante, di tersa inoffensività che può pervadere gli spiriti degli uomini (Libro della Sapienza 7,22-24) senza che se ne accorgano, riempirà la città stessa “con un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente” [Libro della Sapienza 7,25].
Insomma: si agisce, si agisce insieme e si agisce per amore, ma amore di una specie particolare, che è risposta ad un amore che viene dall’alto. Quando si agisce così, non si fa conto del risultato, che poi si è convinti che verrà in un battito di ciglia a tempo debito e non per opera nostra: lo scopo dell’azione è infatti solo quello di diffondere nella società un “effluvio puro della gloria dell’Onnipotente” (Sapienza 7, 25, trad.Edizioni San Paolo 1997). Questo equivale, detto in termini profani, a infondere nella società intorno a noi dei valori. Tutto ciò definisce bene il compito di elezione dell’Azione Cattolica, per il quale in essa ci si prepara, si ragiona, si fa pratica e, infine, ci si organizza e si va in prima linea, dove per quei valori si lotta, e addirittura a volte molto oltre quella prima linea, in territorio avversario, nel senso che in esso sono avversati quei valori. Ma non necessariamente si combatte sotto bandiere crociate. Ci si può ritrovare, ad esempio, a lavorare con genti di altre fedi, culture, etnie e nazionalità sotto la bandiera azzurra della pace, con le dodici stelle d’oro in circolo, dell’Unione Europea, nella quale uno spirito religioso può intravvedere due simboli specificamente mariani, segno dell’anelito a valori anche specificamente nostri, di quelle radici cristiane di cui spesso parlano i nostri vescovi, in particolare il richiamo alla corona di dodici stelle della donna vestita di sole dell’Apocalisse (12,1). Ed effettivamente, a pensarci bene, l’Unione Europea di oggi ci appare veramente un segno grandioso, anche in senso specificamente religioso.
Ho parlato di amore e questo termine, con il quale traduciamo tutti i termini del greco neotestamentario con i quali specificamente si descrivono le relazioni tra i fedeli e tra essi e il mondo, ma anche e innanzi tutto quelle tra gli esseri umani e il fondamento soprannaturale, suona equivoco, e anche un po’ stucchevole nell’italiano moderno. Nel greco del Nuovo Testamento (per quello che ho letto – ma la mia in merito è solo erudizione di liceale, neanche tanto studioso; non sono uno specialista) si avevano agàpe, filìa e coinonìa. Il primo richiama l’idea di quando si sta insieme per fare un bel pranzo; il secondo si riferisce all’amicizia, a un rapporto di reciproca simpatia e di preferenza, il terzo richiama l’idea di quando si partecipa ad un’opera comune. Nel mio Vocabolario del greco del Nuovo Testamento non viene riportato il termine èros, che pure rientra nei significati della nostra parola italiana amore, e definisce la passione sessuale, quella che trascina emotivamente dalle viscere e acceca. Penso quindi che questa metafora non sia stata utilizzata nel Nuovo Testamento, anche se è presente nell’Antico, mentre anche nel Nuovo viene utilizzata quella basata sull’amore coniugale, che però è qualcosa di molto più complesso, perché è insieme èros (come base emotiva della predilezione per una persona fisica), agàpe, filìa e coinonìa, oltre a patto ed alleanza.
Poiché la qualità e la direzione del nostro agire dipende molto dalle ragioni e del modo del nostro stare insieme, è interessante ragionarci un po’ su. Mi piacerebbe sapere a quali conclusioni siete giunti, cari lettori; come vi regolate nelle vostre vite.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.