Europa, pace, diritti umani. E noi? Abbiamo vinto il premio Nobel.
Non mi pare che finora abbia fatto molta impressione il premio Nobel per la pace dato all’Unione Europea, vale a dire anche a tutti noi italiani, cattolici compresi. La nuova Europa è infatti innanzi tutto una realtà di popolo, e di questo c’è veramente scarsa consapevolezza, perché è fondata, più che su un sistema di relazioni intergovernative per lasciare libero passo all’economia (questa fu sostanzialmente la caratteristica della Comunità Economica Europea), sulla proclamazione di un sistema di diritti umani fondamentali (è una delle caratteristiche fondamentali della nuova organizzazione creata dal Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore il 1 dicembre 2009). Essi non sono stati ideati dai vertici dell’organizzazione europea, ma, prima di essere formulati in un testo normativo, in quella Carta dei diritti fondamentale la quale con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è divenuta legge europea, hanno corrisposto a un’esigenza forte posta dai popoli ora federati nell’Unione Europea. Su di essa si è fondata la duratura pace continentale e il processo straordinario di inclusione di nazioni che per millenni si erano combattute che ha convinto la celebre istituzione svedese a riconoscerne il merito non a questa o a quella personalità, ma a tutti noi. “Bravi!”, ci hanno detto, “avete fatto una cosa grande”. E noi? Noi siamo rimasti perplessi, come è scritto che rimarranno i giusti, quando, alla fine dei tempi e presentatisi per il giudizio su ciò che sono stati e su ciò che hanno fatto, verrà loro indicata la porta del Regno beato. Che abbiamo fatto per meritarci questo apprezzamento? Abbiamo fatto, abbiamo fatto…
Ad esempio noi cattolici siamo divenuti più tolleranti verso le altre confessioni cristiane e verso le altre religioni che sono professate nell’Europa di oggi. Non si tratta di un impegno attuato solo dai capi delle nostre comunità, ma di una pratica molto diffusa tra le nostre genti, forse anche al di là di una chiara consapevolezza delle questioni implicate. In certi casi, come nei rapporti con l’ebraismo, a rapporti di aspra conflittualità è subentrata una franca amicizia. E’ uno sviluppo veramente importante, tenendo conto che la tremenda storia europea è stata duramente travagliata da guerre e altre stragi a fondamento religioso, in particolare nello scorso millennio. Abbiamo costruito in tal modo una civiltà fortemente inclusiva, in cui questo e quello possono trovare la loro patria indipendentemente dal loro rapporto con il soprannaturale, e infatti il moto fondamentale che riguarda l’Unione Europea è un afflusso di popoli dall’esterno verso l’interno, un moto centripeto, tanto che addirittura gli eredi di un nemico storico come l’Impero Ottomano turco bussano alle nostre porte nonostante tra loro prevalga di gran lunga la fede islamica; è qualcosa che richiama l’immagine del libro biblico di Isaia, nel brano in cui si profetizzano carovane di genti che da tutto il mondo vanno verso una Gerusalemme molto idealizzata, manifestazione dell’unione tra divino e umano, vale a dire di certi principi supremi e realtà di vita. Questa cosa non c’è mai stata nella storia dell’umanità: prendiamone coscienza. Dispiace che non sia una cosa cattolica? Oh, ma è anche una cosa cattolica.
Due giorni fa, con una fiaccolata, qui a Roma abbiamo celebrato il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano 2°. In quella occasione, avanzando in processione verso piazza San Pietro ci siamo manifestati come Chiesa che vuole essere luce delle genti, secondo l’insegnamento di uno dei documenti conciliari fondamentali, la costituzione dogmatica Lumen Gentium (trad. dal latino: luce delle genti). Ebbene, convinciamoci che negli anni passati lo siamo veramente stati, tutti noi. Il papa Giovanni Paolo 2° volle invitarci a rifletterci su durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000. Considerate come siamo cambiati in meglio, noi Chiesa, da quando su certe cose andavamo molto per le spicce, come si suole dire. Ho cinquantacinque anni e non sono un nativo conciliare, vale a dire che ho avuto modo di vivere la Chiesa di prima, anche se da molto piccolo. Chi è più grande ricorderà meglio. E comunque ci si può informare sui libri di storia. Ai nativi conciliari, a quelli che sono nati e vissuti interamente nella nuova era, coloro che si incaponiscono ancora a vivere come si era prima sembrano un po’ strani. Non è così? Ma ci sarà modo di approfondire di più in questo che è stato proclamato, innanzi tutto come obiettivo del nostro impegno, Anno della fede.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – acvivearomavalli@blogspot.com – 13 ottobre 2012