Essere popolo unito da una fede religiosa
Uno dei temi sui quali il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) ha riscoperto nella dottrina della tradizione potenzialità meno sviluppate nella storia bimillenaria della Chiesa è quello dell’essere tutti i cristiani un popolo messianico, vale a dire genti unificate da una fede e da una missione. E, in questo parlare di popolo, hanno influito non poco concezioni moderne della politica, intesa come organizzazione della convivenza civile, così come quando in passato si parlava dello stesso tema si faceva riferimento ad altre concezioni in merito. Non dobbiamo meravigliarcene, perché la Chiesa è anche una organizzazione umana e in quanto tale è anche opera nostra e risente delle nostre visioni sul mondo e la storia. Questo che ho scritto da ultimo è sempre stato ben presente nell’idea che, riflettendosi sistematicamente sopra, si aveva della Chiesa, ma non lo era più tanto, e da secoli, quando iniziò il Concilio Vaticano 2°, nella ideologia ecclesiale, vale a dire in quella visione semplificata delle dinamiche sociali che serve a tenere unita la gente in una collettività organizzata. In quest’ottica, poiché si confidava molto negli effetti che alla Chiesa derivavano dall’essere insieme realtà umana e soprannaturale e corpo sociale sottomesso ai Pastori (il Papa – padre universale e vicario di Cristo, capo invisibile: viene dal greco pàpas che significa papà- e i vescovi –dalla parola greca epìscopos, che significa sorvegliante), si pensava che essa potesse sicuramente essere ordinata in modo diverso nel tempo e nei vari luoghi in cui viveva, ma che di volta in volta essa fosse il meglio che c’era in un certo momento e in un determinato luogo, vale a dire che nella storia fosse stata e fosse sempre una società perfetta. Ma vi è di più. Una conseguenza che si traeva da quest’ordine di idee era che la Chiesa, attraverso i propri Pastori, potesse, non solo insegnare con autorità, ma anche avere l’ultima parola in merito a tutte le altre organizzazioni sociali umane, che è come dire sulla politica delle società in cui viveva. Fin da quando, nel quarto secolo della nostra era, la Chiesa uscì, come dire, dalla clandestinità e cominciò ad influire con le proprie idee sulle società politiche in cui era immersa, quest’ultima pretesa fu materia di contrasto con i capi civili, i quali, al contrario, volevano spesso dire con autorità alla Chiesa come essa doveva essere. L’idea di una certa divisione di ruoli, di compiti e di materie da trattare tra le organizzazioni politiche civile e l’organizzazione della Chiesa, ciò che oggi chiamiamo laicità dello stato, è moderna: risale alla fine del Settecento. La troviamo attuata per la prima volta nella storia dell’umanità dopo la rivoluzione nordamericana, nell’ordinamento costituzionale degli Stati Uniti d’America (“nessuna professione di fede religiosa sarà mai imposta come necessaria per ricoprire un ufficio o una carica pubblica degli Stati Uniti”, art.6°, 3° comma, della Costituzione federale), benché i rivoluzionari avessero espresso nella Dichiarazione di indipendenza forti idealità religiose cristiane.
Nella storia dell’umanità dalla fine del Settecento ad oggi abbiamo assistito ad un mutamento delle organizzazioni politiche da modelli monarchici, in cui il potere supremo era attribuito a una persona fisica o ad essa e a suoi stretti parenti, a modelli più partecipati da altri strati della società civile. Questo moto è all’origine delle democrazie di popolo contemporanee, basate sull’uguaglianza – intesa come pari dignità sociale – dei cittadini. In qualche modo esso si è espresso anche nella concezione di Chiesa che è stata proclamata con autorità durante il Concilio Vaticano 2°, anche se esso non ha avuto esiti propriamente rivoluzionari, né nelle intenzioni, né nella volontà espressa, né soprattutto nella pratica ecclesiale postconciliare. Bisogna però osservare che ciò è dipeso anche dal fatto che la Chiesa ha rinunciato ad una sovranità politica su società civili, come quello che storicamente era stato attuato nello Stato pontificio, nell’Italia centrale, con capitale Roma. Sotto questo profilo ebbero effetti propriamente rivoluzionari la Repubblica romana napoleonica (1798), quella di Mazzini (1949) e la conquista e soppressione dello Stato pontificio (1870), nel senso che l’ordinamento politico instaurato dai Papi nell’Italia centrale venne in quelle occasioni sovvertito, nel primo caso il Papa regnante fu preso prigioniero, nel secondo caso dovette fuggire da Roma e nel terzo dichiarò di considerarsi prigioniero in Vaticano.
Possiamo misurare la rapida evoluzione di certe concezioni dal confronto tra queste due pronunce autorevoli, datate 1882 la prima e 1965 la seconda:
“[…]Presso i popoli italiani, che in ogni tempo si tennero fedeli e costanti nella religione ereditata dagli avi, ristretta ora ovunque la libertà della Chiesa, di giorno in giorno si tenta il più possibile di cancellare da tutte le pubbliche istituzioni quella impronta e quel carattere cristiano in forza dei quali fu sempre grande il popolo italiano. Soppressi gli Ordini religiosi; confiscati i beni della Chiesa; considerati validi come matrimoni le unioni contratte fuori del rito cattolico; esclusa l’autorità ecclesiastica dall’insegnamento della gioventù: non ha fine, né tregua la crudele e luttuosa guerra mossa contro la Sede Apostolica. Pertanto la Chiesa si trova oppressa oltre ogni dire, e il Romano Pontefice è stretto da gravissime difficoltà. Infatti, spogliato della sovranità temporale, cadde necessariamente nel potere di altri.
E Roma, la più augusta città del mondo cristiano, è divenuta campo aperto a tutti i nemici della Chiesa, e si vede profanata da riprovevoli novità, con scuole e templi al servizio dell’eresia. Anzi, pare che addirittura in questo stesso anno sia destinata ad accogliere i rappresentanti e i capi della setta più ostile alla religione cattolica, i quali vanno appunto pensando di radunarsi qui in congresso. È abbastanza palese il motivo che li ha spinti a scegliere questo luogo: vogliono con un’ingiuria sfrontata sfogare l’odio che portano alla Chiesa, e lanciare da vicino funesti segnali di guerra al Papato, sfidandolo nella sua stessa sede. Non è certamente da dubitare che la Chiesa esca alla fine vittoriosa dagli empi assalti degli uomini: è tuttavia certo e manifesto che essi con siffatte arti intendono colpire, insieme con il Capo, l’intero corpo della Chiesa, e distruggere, se fosse possibile, la religione.[…]
[Dall’enciclica Etsi nos, del papa Leone 13°, del 1882.]
È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.
La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana.
La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo. L'uomo infatti non è limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna.
Quanto alla Chiesa, fondata nell'amore del Redentore, essa contribuisce ad estendere il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di ciascuna nazione e tra le nazioni. Predicando la verità evangelica e illuminando tutti i settori dell'attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza resa dai cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini.
Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre.
Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni. “
[Dalla costituzione pastorale Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – Concilio Vaticano 2°- 1965]
In sostanza il fattore unificante della Chiesa intesa come popolo di Dio è stato visto, nella concezione dell’ultimo concilio ecumenico, più nella fede e nella missione comune, vale a dire di tutti, che nell’essere soggetti alla sovranità del Vicario di Cristo e, per quest’ultima, che ancora sussiste come legge della Chiesa, è stato posto l’accento sulla sua finalità di servizio della vocazione personale e sociale delle persone umane.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.