venerdì 19 ottobre 2012

Unire le genti per una vita buona

Unire le genti per una vita buona

 La prima e fondamentale esperienza di una relazione con un’altra persona è quella che si fa da molto piccoli e qualcuno, di solito la madre, si prende cura di noi. E’ una cosa che ho letto, ma che corrisponde anche a quello che è successo a me. Da bambini piccoli non si potrebbe sopravvivere senza quelle cure di un altro. Quel rapporto tra un adulto e una persona molto piccola d’età rimane molto profondamente in noi. Spesso, anche da anziani, in certi momenti difficili, in particolare approssimandosi la fine, la si ricorda e, allora, viene alle labbra la parola mamma. L’ho sentita pronunciare da diversi morenti. In qualche modo quel legame tra persone è all’origine di molte idealità comunitarie. Ne sentiamo l’influsso in certe concezioni espresse nel culto mariano. O in alcune tematiche dell’arte religiosa, come quella della scultura di Michelangelo detta La Pietà, posta nella basilica di San Pietro, qui a Roma. Esso viene anche utilizzato per rendere l’idea dell’amore-agàpe, di origine divina, che pervade l’universo e noi stessi. Scrive Giuseppe Dossetti in Eucaristia e città, editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00, che si tratta di un amore viscerale, ma di viscere materne. Per questo ci viene incontro nonostante la nostra cattiveria e non cede mai all’ira: è misericordioso. Ci attraversa  e, riflettendosi in noi, torna all’origine. Genera quindi un atteggiamento di devozione filiale, che si ritiene esprimere bene l’atteggiamento religioso del fedele verso l’alto. Ma ne deriva anche un sentimento fraterno verso coloro che si trovano nella nostra stessa condizione di figli, insomma, secondo Dossetti, crea un’atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore-oblativo [=che offre per venire incontro alle esigenze degli altri] indipendente  da ogni condizione esterna mutevole e che “non avrà mai fine” ( 1 Cor 13,8) [pag.121-122]. Spesso, quando ci accostiamo a una comunità religiosa, ad esempio come una parrocchia, lo facciamo disposti alla devozione filiale, ma aspettandoci di essere oggetto poi di un amore viscerale di tipo materno, e il più delle volte rimaniamo delusi. Questo può accadere anche entrando in collettività che concepiscono sé stesse come (utilizzo un termine di Dossetti) micro modelli di comunità nuove e quindi si sentono particolarmente impegnate nel realizzare una comunità di vita amorevole. E’ un’esperienza piuttosto comune. Tanto è vero che i maestri dei novizi, che hanno il compito di istruire i nuovi arrivati alle costumanze di un ordine o di una congregazione di vita religiosa, si sentivano in dovere di disilludere subito in merito i giovani. Del resto nelle disposizioni date da alcuni fondatori di collettività di frati e monaci ci sono esplicite disposizioni che riguardavano questo aspetto. Non si entra in una vita come quella per ottenere soddisfazioni o appagamenti emotivi o sentimentali.
 Più le dimensioni di un agglomerato di persone che per varie ragioni devono vivere vicine crescono, più i problemi aumentano. Ad un certo punto si arriva addirittura a un limite biologico dell’essere umano. Noi, pur come individui sociali, siamo infatti capaci di poche decine di relazioni profonde.
 Considerate ad esempio la situazione che si crea quando in piazza S. Pietro il Papa si affaccia, all’Angelus della domenica, e si rivolge alle migliaia di persone convenute ad ascoltarlo, dabbasso. Per la folla che sta giù il Papa è oggetto di una relazione profonda. Ciascuno/a ha un posto per lui nel proprio cuore. Ma il Papa che cosa vede lì sotto? Un cervello elettronico che guidasse un automa come se ne stanno cominciando a costruire eseguirebbe probabilmente una scansione ad alta definizione di ogni singolo individuo nella piazza, archiviando per ognuno una piccola biblioteca di dati. Un essere umano non funziona così. Guarda in basso e vede una folla  indistinta. Il Papa per la folla è un fattore di unità. Ma il Papa, essere umano, non è in grado biologicamente di far entrare ciascuno di quelli che lo ascoltano nel proprio cuore. Naturalmente le folle hanno sviluppato delle tecniche per rendersi presenti alle loro figure di riferimento, e lo fanno appunto agendo come una sola persona, manifestando gli stessi pensieri, gridando in coro  le stesse parole, cantando in coro gli stessi canti. Una grande folla può effettivamente restare nel cuore di un Papa. Penso che questo sia accaduto al papa Giovanni Paolo 2° nel corso del suo  quinto viaggio apostolico, che nel 1979 fece in Irlanda. Ci fu uno straordinario incontro con una folla di giovani, di enorme impatto emotivo, per i canti, per l’atmosfera generale, per l’aspetto e l’entusiasmo delle persone, tanti giovani che accoglievano un giovane  Papa, e via dicendo, tanto che io, pur avendolo visto solo in televisione, me lo ricordo ancora  bene e mi ci commuovo.
 Ora, la Chiesa cattolica ha preso sempre molto sul serio l’impegno a radunare i figli di Dio dispersi, per estendere il suo popolo, mantenendolo però uno e unico, a tutto il mondo e a tutti i secoli, per farne una comunione di vita, di carità e di verità (Costituzione dogmatica Lumen Gentium, cap.2° n.9 e 13, del Concilio Vaticano 2° - passi riportati in estratto in un post dei giorni passati]. Quando però si passa da una comunità delle origini di poche decine di discepoli a una di diverse centinaia di milioni di persone (se ne stimano ottocento milioni, in crescita) occorre porre molta attenzione agli elementi unificanti. Per quasi due millenni il principale di essi, nella Chiesa cattolica, è stato costituito dai Papi, nei quali si concentrava dal punto di vista normativo (e si concentra tuttora, nonostante qualche importante temperamento) l’autorità nella Chiesa, non essendo mai stata  concepita altra autorità che, all’interno della Chiesa, potesse effettivamente sovrastare quella del Papa (altre questioni sono quelle dei problemi che sotto questo profilo i Papi ebbero con certi imperatori cristiani e dell’ampia autonomia che, nel primo millennio, ebbero alcuni patriarcati orientali). Il Papa inoltre, come persona fisica, a volte con l’aggiunta di una certa idealizzazione, che in alcuni casi confinò con una sorta di mitizzazione della sua persona (ne era espressione il fasto che in certe epoche la circondava),  poteva agevolmente conquistare i cuori dei fedeli.
 Fin dai primi secoli sono stati importanti, al fine di promuovere e mantenere l’unità (ma sono stati anche fonte di divisione) anche quelle definizioni sintetiche dei principali argomenti di fede che sono detti simboli, due dei quali sono il Credo di Nicea Costantinopoli e il Credo degli Apostoli che recitiamo insieme nella liturgia della Messa. Queste solenni e autorevoli definizioni sono state raccolte in un libro, il H.Denzinger – A. Schonmetzer, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum [Raccolta di simboli, delle definizioni e delle dichiarazioni in materia di fede e morale], molto utilizzato in teologia.
186. Fin dalle origini la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati del Battesimo.
 Il simbolo della fede non fu composto secondo le opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
187.Tali sintesi della fede vengono chiamate “professioni di fede”, perché riassumono tutta la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate “Credo” a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: “Io credo”. Sono anche dette “Simboli della fede”.
188.La parola greca “Sy’mbolon” indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come segno di riconoscimento. Le parti venivano ricomposte per verificare l’identità di chi le portava. Il “Simbolo della fede” è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. “Sy’mbolon” passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il “Simbolo della fede” è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.
[dal Catechismo della Chiesa Cattolica 1992-1997]
 I Simboli  della fede, alcuni dei quali per la loro origine o per successivi atti di volontà dell’autorità sono leggi della Chiesa, agevolano la comprensione legando affermazioni  che riguardano concezioni piuttosto complesse, riguardanti il soprannaturale, il legame dell’umanità con esso e il destino nostro e dell’universo intero, ad un gruppo di persone più limitato delle intere umane e celesti moltitudini: le persone della Trinità, Gesù Cristo, Maria Vergine, che una persona umana può facilmente tenere nel proprio cuore.
  Non va infine dimenticata l’importanza che storicamente ha avuto, come fattore unificante, la liturgia, anch’essa regolata spesso da leggi della Chiesa, quindi con autorità.
 Ora, per capire l’importanza che il Concilio Vaticano 2° ha avuto per la Chiesa cattolica, bisogna comprendere questo: esso ha in qualche modo inciso su tutti e tre quei tradizionali  fattori unificanti  e ciò anche se, da un punto di vista teologico, si è accuratamente cercato, nella formulazione dei documenti conciliari, di stabilire una continuità tra l’aggiornamento realizzato e la precedente Tradizione, per cui, sotto questo profilo, una cesura non c’è e non si avverte nemmeno. Questo non fu senza conseguenze. I capi della Chiesa ebbero l’impressione, nel dopo concilio  di un marcato sbandamento del corpo ecclesiale e se ne preoccuparono. La biografia dell’attuale Papa ce ne parla.
 Nel corso di quella grande assemblea mondiali dei capi della Chiesa di allora, riuniti intorno al Papa, ci fu però la riscoperta di un ulteriore fattore unificante che alle origini c’era senz’altro e di cui si aveva avuto sempre consapevolezza, ma sul quale nel corso della storia bimillenaria della Chiesa non si era fatto molto affidamento, anche perché, in effetti, non poche volte aveva deluso: l’essere Popolo di Dio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.