venerdì 15 giugno 2012

Vivere da persone di fede in Monte Sacro Valli nell’era della metropolitana

Vivere da persone di fede in Monte Sacro Valli nell’era della metropolitana

 Oggi ha iniziato il suo servizio la linea della metropolitana che da piazza Conca d’Oro va verso piazza Bologna congiungendosi al tratto principale che va verso l’EUR, da un lato, e verso Rebibbia, dall’altro. Sono molto lontani i tempi in cui il nostro quartiere era congiunto al centro della città solo dalla linea di autobus 137, che faceva capolinea in via 20 Settembre, davanti al Ministero delle Finanze. Molte altre cose sono cambiate e altre cambieranno, con il transito di gente nuova, attratta dal capolinea della metropolitana.
 Il nostro quartiere iniziò ad essere edificato negli anni ’50 a ridosso del quartiere Monte Sacro Città Giardino e di quello del Tufello, costruiti prima dell’ultima guerra mondiale. Questi due ultimi quartieri erano costituiti da villini, abitati dalla borghesia, e da case popolari, consistenti a Val Melaina e dintorni in grossi comprensori e in altre parti in edifici più piccoli  di tre o quattro piani,  in cui vennero trasferiti anche molti che avevano perso casa a causa delle distruzioni fatte in centro per realizzare via dell’Impero (ora via dei Fori Imperiali) e via della Conciliazione. Essi erano abitati prevalentemente da famiglie romane d’origine. ll nostro quartiere è fatto di palazzoni di sette od otto piani, mia nonna li chiamava “casermoni”,  case popolari e altri edifici che pervennero al Ministero del Tesoro,  nei quali agli inizi si trasferirono famiglie di impiegati pubblici e di  militari, in particolare della Marina militare, provenienti da varie parti d’Italia.  La scuola elementare, in viale Tirreno, intitolata a Giuseppe Parini, era sul confine tra  Monte Sacro Tufello e Monte Sacro Valli. Io la frequentai da bambino. Si avvertiva molto la diversità di origine dei bambini dei due quartieri adiacenti. Tale diversità connotò anche le due rispettive parrocchie, rispettivamente del Santissimo Redentore e di San Clemente Papa e si avverte un po’ ancora oggi.  L’edificazione del nostro quartiere venne ultimata negli anni ’70. Le strade che lo attraversavano si congiunsero con via dei Prati Fiscali, che fu molto ampliata. All’inizio degli anni ’60 ricordo che via Val di Lanzo era ancora non asfaltata e verso via dei Prati Fiscali finiva con una fattoria, dove mia madre andava a comprare il latte. A quei tempi il nostro quartiere era di quando in quando attraversato da greggi di pecore che i pastori portavano a pascolare nel “pratone” tra via Conca d’Oro e l’Aniene, provenienti dai prati della Bufalotta, zona che oggi è edificata molto intensamente.
 Storicamente il quartiere di Monte Sacro fu concepito durante l’epoca del fascismo come un quartiere satellite, piuttosto autosufficiente. Il suo centro era a Piazza Sempione, con la Chiesa parrocchiale degli Angeli Custodi, le scuole elementari e le medie. Fu all’origine caratterizzato da stabili borghesi accanto a edifici di edilizia popolare, secondo la concezione corporativa del fascismo. L’accesso verso il centro si aveva attraverso la via Nomentana e il ponte Tazio, costruito sul fiume Aniene, all’altezza dell’antico ponte Nomentano. La costruzione del ponte delle Valli, che ci congiunse al quartiere Africano (viale Libia) e l’allargamento di via Prati Fiscali verso via Salaria ci alleviò da quella condizione periferica, consentendo in particolare il passaggio di diverse altre linee di autobus e di un intenso traffico veicolare. Oggi ne usciamo definitivamente con l’entrata in servizio del nuovo tronco della metropolitana. In un certo senso siamo passati da una condizione di marginalità periferica ad un’altra di zona di passaggio, che collega l’estrema periferia, intensamente edificata fino ad oltre Grande Raccordo Anulare, al centro della città. Mentre in origine i flussi più intensi del traffico veicolare lambivano il nostro quartiere lungo via Prati Fiscali, viale Jonio, viale Tirreno e via Conca d’Oro, ora il nostro quartiere è attraversato da un intenso flusso veicolare lungo via Val di Lanzo. In questa situazione via Val Padana costituisce in qualche modo ancora l’anima e il cuore del nostro quartiere, preservata dal traffico più intenso e comoda per passeggiarvi, per i larghi marciapiede di cui è dotata e gli alti pini. Ad un capo di via Val Padana, su largo Val Santerno, furono fin dall’origine progettati gli edifici parrocchiali, quindi la casa del clero, i locali per le riunioni, il teatro, il campo da gioco e ora c’è la nuova Chiesa parrocchiale. Quest’ultima era in corso di costruzione quando, nel 1991, ritornai nel quartiere dopo tre e mezzo anni trascorsi in Abruzzo e nel quartiere San Saba. Prima le Messe venivano celebrate nell’ampio locale sotterraneo che originariamente si pensava di utilizzare come cinema parrocchiale. Io ricevetti lì sotto la Prima Comunione e la Cresima.
 Negli ultimi quindici anni ho notato che dal punto di vista sociale il Tufello e il nostro quartiere si sono fatti in qualche modo più omogenei, il primo ha perso un po’ della sua romanità e il secondo il suo essere in prevalenza composto di immigrati da altre parti d’Italia. E’ arrivata gente nuova e le situazioni sociali si sono rimescolate. Più recenti sono i flussi migratori dall’Asia, che hanno portato da noi cinesi,  pakistani e bengalesi, che sono anche commercianti (due ristoranti cinesi, tre tavole calde cinesi, due pizzerie/kebab, un alimentari gestito da bengalesi e un negozio di frutta gestito da pakistani). In via Val di Lanzo è stata aperta una piccola moschea frequentata da asiatici del lontano Oriente. Qualche volta mi è capitato di notare per strada persone con la veste bianca dei pellegrini alla Mecca.
 Il nostro quartiere ha mantenuto, delle origini, una impronta di meno marcata attitudine alla socialità, caratteristica che un tempo era propria degli impiegati pubblici di medio e alto livello, in particolare dei militari e degli altri impiegati dello Stato. Ha fama di essere politicamente  di destra, anche se, in realtà, per lunghi anni fu un "feudo" della sinistra democristiana. Questi tratti distintivi si notano anche in parrocchia. Il quartiere non si è mai  mostrato particolarmente aperto alle novità. La principale conquista sociale  è stata la difesa del grande spazio verde del pratone, che, per merito del movimento dei cittadini del quartiere, è stato preservato da ulteriore edilizia intensiva e ora è parco pubblico. Un altro movimento ha preservato i pini di via Val Padana, minacciati da un progetto municipale per la realizzazione di parcheggi sotterranei. Senza i pini, via Val Padana avrebbe perso la sua principale caratteristica di amenità.
 Ai tempi in cui vi arrivarono i miei genitori, da Bologna, nel 1958, il quartiere era prevalentemente abitato da giovani coppie con bambini piccoli. Ora quei genitori sono diventati molto anziani e quei bambini hanno la mia età, sono cinquantenni. Vi sono molti anziani soli, accuditi da badanti, spesso straniere. Negli ultimi anni, dopo che gli enti pubblici che erano proprietari di molti degli edifici del quartiere li hanno venduti agli inquilini a prezzi calmierati, molti appartamenti sono passati di mano e sono tornate coppie giovani con bambini. Ma le torme di bambini che impazzavano negli anni Sessanta in via Val Padana e nei giardinetti all’interno degli isolati non ci sono più. Da bambino di sette/otto anni me ne andavo da solo in giro per il quartiere, in particolare da casa fino alla parrocchia, per giocare ai biliardini e per le liturgie dedicate ai più piccoli; oggi è considerato imprudente lasciare fare la stessa cosa a un ragazzino di quella età. Il traffico è enormemente aumentato. E di quando in quando si possono anche fare brutti incontri.
 Che peso ha la religione nel nostro quartiere e, innanzi tutto, ha un peso?
 Mi pare che il quartiere abbia resistito agli sforzi dei nostri sacerdoti di promuovere una comunità di fede più coesa, prendendo a modello l’organizzazione del movimento neocatecumenale. La gente preferisce starsene un po’ sulle sue, come sempre. Non gradisce obblighi troppo intensi, né relazioni troppo strette. Come ho ricordato, questo è un costume del quartiere che risale alle origini. Alcuni si sentono urtati da certe nuove idee e prassi  in materia di dottrina e liturgia, che contrastano con parte degli insegnamenti ricevuti da piccoli, e altri dal conservatorismo politico che si respira in alcuni ambienti. In generale si sente abbastanza la mancanza di luoghi sociali come quelli dell’Azione Cattolica come fu fino alla fine degli anni ’70, in cui gli adulti tra i trenta e i cinquant’anni, l’età cruciale della riproduzione, possano vivere una fede laicale senza troppi vincoli di soggezione alla direzione altrui e con piena e autonoma responsabilità. Il nucleo storico dell’Azione Cattolica è rimasto, ma l’età media si è molto alzata. Nelle riunioni di quest’anno abbiamo iniziato a riflettere sulle cause di ciò che è successo. Se ne possono individuare diverse, tra le quali indubbiamente devono annoverarsi un non favorevole clima culturale, la progressiva secolarizzazione da una parte e l’affermarsi di una religiosità di tipo prevalentemente spirituale/liturgica e fondata su grandi eventi dall’altra. Il che è come dire che il modello laicale come lo si concepì negli anni Sessanta durante il Concilio Vaticano 2° stenta ad affermarsi. E, infine, c’è una certa massificazione delle idee e dei costumi sociali, di cui iniziò a parlare tanti anni fa Pier Paolo Pasolini.
 Anni fa, uscendo dalla Messa domenicale, chiesi alle mie figlie, che erano bambine, di contare le persone che, quando ci venivano incontro, avevano il viso sorridente o, almeno, non corrucciato. Non ne trovarono nessuna. Indubbiamente si vedono in giro molte espressioni dure. Ricordo che uno dei sacerdoti che anni fa furono coadiutori di don Carlo se nel lamentava spesso. Alla fine se ne andò. Eppure il nostro quartiere non presenta  complessivamente problemi marcati di povertà, anche se so che la parrocchia assiste molte famiglie in difficoltà per diversi motivi. Si dovrebbe fare un tentativo di recuperare una certa gioia di vivere insieme: in fondo la religione serve proprio a questo. L’architettura del quartiere è ancora favorevole, anche se manca un vero centro pubblico  di aggregazione, come può essere, in piccolo paese, la piazza principale, con panchine e botteghe. L’ovale di largo Val Santerno, davanti alla Chiesa parrocchiale, originariamente pensato come sagrato, è ormai destinato a parcheggio intensivo  e non penso che si cambierà, dato il bisogno di posti macchina indotto dalla nuova recente disciplina della sosta veicolare, che ha determinato la perdita di almeno un centinaio di posti macchina lungo le vie del quartiere. E il giardinetto di piazza Conca d’Oro è stato irrimediabilmente devastato dai nuovi impianti della stazione della metropolitana, con la loro brutta architettura funzionalistica sovrastante. Le stazioni, poi,  sono posti di passaggio, con gente che va gente che viene; la socialità ha invece bisogno di posti in cui fermarsi un po’ più a lungo. E la religiosità è una forma di socialità, non si esprime solo nell’individualità personale.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.