sabato 16 giugno 2012

Tempo di inventari - mie riflessioni e uno scritto di G. B. Montini

Tempo di  inventari – mie riflessioni e uno scritto di G.B. Montini

  A volte si va al supermercato  e lo si trova chiuso per inventario. Accade ogni anno, di solito a gennaio. Devono vedere quello che hanno in magazzino e fare un po’ di conti. Per farlo hanno necessità di dedicarsi solo a quello.
 Per le persone umane i tempi degli inventari arrivano più o meno allo scoccare degli “-anta”, sui quarant’anni. Tra i quaranta e i cinquanta spesso si è ancora in buona efficienza fisica e allora li si rimanda, anche se si comincia a pensarci. Poi vi ci si dedica con sempre maggiore frequenza e, da  più anziani, per come posso constatare, riflettere sul senso del passato occupa molta parte della vita quotidiana. Nei periodi di inventari aiuta aver maturato un onesto e franco senso religioso. Si beneficia di un lavoro fatto prima, di costruzione di sé medesimi sotto l’aspetto spirituale. Ad un certo punto infatti ci si accorge che è troppo tardi per cominciare.
 A volte, ripensando a ciò che si è stati e a ciò che si è fatto, si è insoddisfatti. Si cercano scuse a certi compromessi ai quali si è deciso di piegarsi. Si cercano giustificazioni ai risultati non esaltanti che ci si accorge di aver raggiunto. Si esaltano quelli che si considerano dei successi. Ma spesso si esita a proporre la propria filosofia di vita ai più giovani, ai figli e ai  nipoti, come orientamento per il futuro. In genere i vorrebbe che i propri discendenti facessero meglio. In generale i sentimenti che emotivamente prevalgono sono la nostalgia, il rimpianto, il rimorso. Una visione religiosa della vita porta ad elevarsi verso un'altra meta. Ma, a volte, si scopre che mancano le risorse e che esse non possono più essere veramente recuperate. Se ne parla con gli altri, anche con i sacerdoti in confessione, ma si avverte che la propria vita è divenuta molto meno interessante per gli altri e che, inoltre, soluzioni che provengano dall’esterno non ci sono.
 Circa dieci anni fa venne per me, molto da presso, il tempo di un inventario. Mi resi conto che, fatte le somme, avevo lavorato bene: potevo, seguendo semplicemente ciò che mi era stato insegnato fin da piccolo, giungere dignitosamente al traguardo. Ma, certamente, mi sarebbe piaciuto aver fatto di più e di meglio. Con una certa sorpresa, scoprii poi che mi si dava l’occasione di continuare e così feci, fino ad oggi.
 Nel lavoro di spiritualità mi sono fatto molto guidare da esempi di vita che mi colpivano. Da molti anni porto nel mio libro di preghiere una riflessione di Giovanni Battista Montini scritta in un suo tempo di inventario. Ne trascrivo di seguito alcuni passi. La trovai pubblicata in un numero di Famiglia Cristiana.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli
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di Giovanni Battista Montini:
[…]
“Ambulate dum lucis habetis (Jo. 12,35)”
[trad.: Camminate mentre avete la luce (Gv 12,35) – citazione dal Vangelo secondo Giovanni]
  Ecco, mi piacerebbe, terminando, di essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: vanitas vanitatum [trad.:vanità delle vanità. Citazione dal libro biblico del Qoelet, Qo 1]. Quanto a me vorrei finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito.
 Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua  fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in un gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità.
 E’ un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!
 Tuttavia almeno in extremis [trad.: all’ultimo], si deve riconoscere che quel mondo  qui per Ipsum factum est [trad.:che per mezzo di Lui fu fatto - citazione dal prologo del Vangelo secondo Giovanni, Gv 1,3], è stupendo. Ti saluto e ti celebro all’ultimo istante, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore), sta l’Amore. La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d’un Dio Creatore, che si  chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre!
 In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d’una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole, quem nemo vidit unquam: unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit [traduzione: che nessuno vide mai, l’unigenito Figlio, il quale è nel seno del Padre, è lui che ce lo ha rivelato - citazione dal prologo del Vangelo secondo Giovanni, Gv 1,18]. Così sia, Così sia.