Il seminario indetto dall’Istituto Bachelet sul tema “Ripartire dai giovani: per una nuova dignità della politica”, tenutosi il 15-6-12 a Roma presso la Domus Mariae – di Giulio Stolfi
Venerdì 15 giugno si è tenuto alla Domus Mariae il consueto seminario dell’Istituto Bachelet. Quest’anno il tema prescelto è stato “ripartire dai giovani: per una nuova dignità della politica”. Giovani e politica, dunque: siamo al cuore di un nodo complicato dei nostri anni, vicino alle preoccupazioni di quanti, osservando il presente, si sforzano di pensare per orizzonti più lunghi. E proprio questo impegno per così dire “fondativo”, nel ripensare le coordinate di un rapporto per troppo tempo incrinato e distorto, alla luce di un orientamento fondamentale al bene comune, è stato il cuore del dibattito articolatosi nel pomeriggio di venerdì scorso.
Si è trattato di un’occasione di riflessione particolarmente intensa, in ideale continuità con una più generale attenzione associativa per la tematica. Immediata, in particolare, è parsa la connessione rispetto ad una iniziativa di formazione all’agire politico curata (lungo tutto il triennio appena trascorso) dai p. Gesuiti de “La Civiltà Cattolica” (in special modo, animatore del progetto è stato il P. Francesco Occhetta), e culminata il 9 giugno scorso con un incontro-dibattito tra giovani rappresentanti dell’associazionismo cattolico e protagonisti del mondo della politica, sul problema delle riforme istituzionali. Non è mancato, in quella sede, un qualificato intervento di esponenti del Settore Giovani di AC, che hanno altresì partecipato alla redazione di un documento finale, consegnato poi agli ospiti, gli On. Alfano e Letta ed il Sen. Rutelli.
Dopo un confronto serrato su alcuni punti che immediatamente attengono all’attualità del dibattito odierno, anche parlamentare (il tema delle riforme, appunto), il seminario Bachelet ha rappresentato, più che una pausa di riflessione maggiormente approfondita, un “cambio d’inquadratura” sul medesimo sfondo: il discorso si è spostato verso un angolo più arioso, andando alle radici della questione della partecipazione giovanile nei luoghi e nelle sedi delle scelte sulla cosa comune.
Ha coordinato l’incontro il prof. Lorenzo Caselli, vicepresidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Bachelet, che nell’ indirizzo d’apertura ha ricordato la complessità dei problemi da affrontare, inquadrandoli in un contesto caratterizzato dalla distruttiva tensione fra l’efficientismo delle scelte “tecniche”, postulate dal quadro di urgenza interna ed internazionale, e l’opposta spinta della c.d. “antipolitica” (termine impreciso per designare un fenomeno la cui natura è, all’opposto, indiscutibilmente politica), che sembra ricercare soluzioni radicali di riforma di sistema attraverso facili rigurgiti demagogici.
Nel suo saluto il Presidente nazionale di AC, Franco Miano, dopo aver rammentato la centralità della tematica trattata nella prospettiva associativa, ha testimoniato della vitalità dell’interesse dei giovani per la politica, andando al di là delle oleografie, spesso superficiali, che invece vogliono le nuove generazioni lontane e distratte. Al contempo, il Presidente ha messo in luce come l’esistenza di questo interessamento non debba fermarsi alla pura, appagante constatazione di esso, ma ponga al contrario l’esigenza di “formarlo”, trasformandolo in reale impegno di servizio.
Ha quindi preso la parola Mons. Nicolò Anselmi, responsabile del servizio nazionale di Pastorale giovanile, che per prima cosa ha operato un personale capovolgimento del titolo dell’incontro, affermando come “se la politica vuol fare qualcosa di dignitoso, debba rivolgersi ai giovani”. Infatti, come si può affermare richiamando anche il magistero del Papa, Benedetto XVI, i giovani sono portatori di una speciale ricchezza, quella della gratuità del loro impegno; ma, oggi, “gratuità” diventa non solo e non tanto condizione di una partecipazione, ma in primo luogo lotta verso un obiettivo che per la generazione dei venti-trentenni – la generazione del precariato e della tormentosa difficoltà nella ricerca di una stabilità di vita- non è affatto scontato. Mons. Anselmi ha preso spunto proprio da quest’esperienza generazionale di difficoltà economica e di conseguente disequilibrio esistenziale per affermare come i giovani, oggi, siano i portatori di una rinnovata esigenza di serenità, o meglio di “normalità felice”, rappresentando la probabile risposta all’antropologia dominante dei decenni appena trascorsi, basata sull’ipercompetizione e sulla necessità del successo ad ogni costo. E’ per questo motivo che il mondo giovanile si può porre come presidio della ri-costruzione di una società solidale, trovando le vie per affermare la propria risposta al quesito su quale sia la società nella quale vogliamo vivere: solidale o concorrenziale all’eccesso; egoista o altruista.
L’intervento dell’autorevole esponente della CEI si è chiuso con un affettuoso omaggio all’Azione Cattolica, “presidio di profondità spirituale e serena pacatezza pastorale”, cui è affidato un ruolo chiave per il futuro.
Gli spunti offerti da Mons. Anselmi sono stati immediatamente approfonditi nella parte successiva dei lavori, che ha visto tre interventi introduttivi affidati ad altrettanti giovani. Dapprima Luca Alici (Comitato esecutivo Ist. Bachelet) e Monica Del Vecchio (Settore Giovani AC) hanno sviluppato un confronto a due voci, particolarmente fecondo e ricco di stimoli, occupandosi rispettivamente del “tempo” e dello “spazio” dell’impegno giovanile in politica. Nell’abbondanza di suggestioni, chi scrive si soffermerà solo su alcune intuizioni singolarmente degne di nota.
Per quel che concerne il “tempo”, il punto di partenza è stata la presa d’atto della nostra situazione storica, che ci vede incastrati in modelli di vita per i quali “si corre molto senza andare molto lontani”, spaesati in un quadro sociale nel quale, accanto ad un impressionante invecchiamento della popolazione, è contraddittoriamente esaltato il mito di una fallace (e talora grottesca) eterna giovinezza: chimera perseguita proprio da parte degli “anziani”, termine che qui va letto non tanto in senso anagrafico, quanto come indicativo della classe di coloro i quali, raggiunte posizioni di potere e ricchezza, si aggrappano ad esse chiudendo ogni spazio al ricambio. Insomma, per Alici i giovani vivono un “tempo senza tempo”, che si traduce in un vero e proprio deficit di futuro. Anche l’impegno politico, ovviamente, ne soffre, perché nelle secche della contemporaneità diventa alternativamente un lusso od un interesse. Lusso per quanti, giustamente, si imbarcano innanzitutto nella difficilissima avventura di dare senso alla vocazione personale della propria esistenza: cercando stabilità lavorativa e affettiva. Interesse per chi sceglie la scorciatoia del carrierismo politico proprio per trovare la stabilità che è così difficile conseguire altrove: la politica come lavoro, dove il “bel volto giovane” non di rado trova un posto falso ed ingannevole, consegnandosi irretrattabilmente alla strumentalizzazione da parte dei “vecchi” quadri di potere.
Si delineano così i tratti di una vera e propria “mela avvelenata” offerta alla generazione dei trentenni: la sfida di conciliare la lotta per la “sistemazione” con la richiesta di “nuovi volti” che viene pressantemente da una politica in crisi perenne di ricambio; sfida che, troppo spesso, si risolve con deludenti e pericolose ibridazioni nelle quali il primo sconfitto è il servizio autentico dei giovani al bene comune.
Più ottimistiche le considerazioni di Monica Del Vecchio intorno allo “spazio”, che quasi diventa una coordinata cartesiana “d’apertura” dopo l’apparente “chiusura” che si registra sull’altro asse, quello temporale. Si parte dall’attuale degenerazione dello spazio politico in spazio privato, chiuso ed inaccessibile, per provare ad immaginare un recupero della sua vera dimensione – pubblica, appunto, e cioè aperta, condivisa. In questo recupero, sono i giovani ad avere gli strumenti più innovativi ed efficaci, con la loro capacità di creazione di reti (ad esempio, quelle informatiche e quelle transnazionali), che può declinarsi come esperienza di creazione di spazi comuni e soluzioni condivise, capaci di far ripartire dal basso un’esperienza democratica che si rinnovi radicalmente, risolvendo le proprie attuali anomalie.
Terzo ed ultimo intervento, quello di Mirko Di Bernardo, che porta la propria esperienza di presidente del consiglio comunale dei giovani del comune di Grottaferrata. Il suo racconto muove dalle difficoltà incontrate in un’esperienza esposta a quella che ben si potrebbe definire la “trappola consultativa”, ossia una situazione nella quale un organo privo di reali poteri d’incidenza politica viene usato come bacino privilegiato di strumentalizzazione da parte dei detentori del potere reale. I giovani rappresentanti di Grottaferrata hanno in prima persona fatto esperienza di questo vischioso attacco d’influenze: trattati come collettore di consenso o come vivaio per arricchire la “vetrina giovanile” di questo o quel partito, essi hanno tuttavia saputo reagire, sfruttando le possibilità offerte dal profilo dell’istituzione da loro animata (ed ecco il problema dell’affinamento delle competenze, essenziale per un buon servizio alla comunità). Attraverso iniziative che hanno spiazzato la politica dei partiti, coinvolgendo invece esperti terzi (scienziati, accademici) ed associazionismo civile, il Consiglio comunale dei giovani ha trovato una propria dimensione, divenendo occasione formativa per i suoi partecipanti, ed educandoli al servizio che, pur nella diversità delle opinioni e delle visioni del mondo, ben si presta ad essere interpretato – come ha fatto Di Bernardo - nella luce ideale del personalismo comunitario.
Fase centrale dei lavori del seminario è stata rappresentata dalla tavola rotonda, con protagonisti due accademici: il prof. Pizzolato (Università Milano Bicocca) ed il prof. Notarstefano (Università di Palermo). Quest’ultimo ha raccolto e condiviso una serie di stimoli accomunati da un saldo ancoraggio nell’esperienza vissuta in prima persona, e tutti leggibili nell’ottica della promozione di uno sforzo educativo, quale quello che l’oratore per primo ha condotto e conduce nel centro gesuitico palermitano dedicato alla figura del p. Arrupe.
Il prof. Pizzolato ha invece affrontato un discorso di taglio più squisitamente politologico, mettendo sul tappeto una serie considerevole di problemi. Per limitarsi qui a due aspetti del ragionamento, viene in rilievo innanzitutto la proposta sul come ridare dignità alla politica: da un lato, attraverso una ricostruzione dello Stato sociale che ricominci dalla promozione dei principi di fraternità; dall’altro, attraverso una ricostruzione dello spazio politico, che si biforca in un rinnovamento dello strumento dei partiti (attraverso una loro riforma, che non può prescindere dalla piena ed integrale attuazione dell’art. 49 Cost.) ed in un pieno “sfruttamento” del principio di sussidiarietà. Ma, nota Pizzolato, la sussidiarietà ha i suoi limiti: in primo luogo, quello dato dal fatto che i protagonisti dell’associazionismo non sempre sono consapevoli dell’immediato rilievo politico del loro impegno sociale; in secondo luogo, quello dato dalla mancanza o dalla frammentarietà del lavoro, che rischia di ridurre il principio di sussidiarietà al principio di chi ha tempo libero.
In secondo luogo, appare molto significativo il soffermarsi di Pizzolato sulla tensione che s’innesca fra meccanismi di democrazia partecipativa e deliberativa: bisogna, in particolar modo, essere avveduti dei rischi della partecipazione, che in quanto spontanea non è mai totalmente inclusiva, e rischia di prestarsi a protagonismi e personalizzazioni eccessive da parte di chi la viva come un meccanismo di promozione, anziché del bene comune, di sé stesso o del proprio gruppo. Occorre invece, secondo il relatore, rivalutare i meccanismi della deliberazione, ossia, fuor di metafora, i canali istituzionali (e costituzionali) dell’agire politico, ricordando la definizione dossettiana di Stato come “strumento di reformatio sociale”.
L’intensa serata di lavori è stata chiusa da un intervento del prof. De Martin, presidente del Comitato Scientifico dell’Istituto Bachelet, che ha fatto eco alle sollecitazioni provenienti da un ampio e vivace dibattito, nel quale è emerso il coinvolgimento del pubblico dei partecipanti.
Fra i problemi della partecipazione giovanile alla politica, pare di poter dire, in ultima analisi, come uno snodo fondamentale sia quello rappresentato dalla apparente contraddizione tra una partecipazione “dal basso”, vivace ma spesso non abbastanza incisiva, ed un circuito istituzionale in crisi, incapace di offrire risposte convincenti, eppure (ancora) principale detentore delle leve della decisione pubblica. Sembra che la vera sfida per le generazioni giovanili di questo difficile torno di tempi sia proprio quella di riuscire a trasformare la “partecipazione” in “rappresentanza”, facendosi protagonisti di un’azione di profondo rinnovamento attraverso il servizio disinteressato ed appassionato al buono ed al giusto.
Giulio Stolfi