lunedì 28 maggio 2012

Perché i nostri figli non vengono a Messa?

Perché i nostri figli non vengono a Messa?

 Domenica scorsa durante l’omelia il sacerdote ci ha fatto notare che in chiesa, a Messa, non c’erano i nostri figli e i nostri nipoti. Perché? Non abbiamo dato una buona testimonianza, ci ha spiegato. Le mie due figlie erano accanto a me e a mia moglie, ma tra i banchi effettivamente c’erano pochi altri giovani: mi sono sentito quindi, in qualche modo, gratificato, ma insieme anche avvilito. Pur essendo riuscito, nella mia famiglia,  dove altri sono rimasti un po’ delusi, mi sento responsabile della generale apparente inefficacia della nostra azione di comunità.
 Naturalmente si poteva osservare che noi i nostri figli li avevamo portati in parrocchia, ma poi qualcosa lì probabilmente non ha funzionato. O anche, eravamo a Pentecoste, che forse è mancato qualcosa dall’alto, e non sappiamo capirne la ragione, come accade in molte altre questioni della fede.
 Certamente dobbiamo fare uno sforzo per migliorarci, per rendere una testimonianza più valida. Ma dobbiamo anche capire che recuperare sarà lungo e difficile e non dipenderà solo dalla nostra buona volontà o da quella dei sacerdoti: quello che viviamo può infatti essere considerato come l’esito di moti collettivi che vengono da lontano nel tempo. Bisogna anche tener in conto che il tipo di cristiano che oggi i nostri vescovi e sacerdoti considerano ideale non c’è mai  veramente stato prima nella storia. Non si tratta, quindi, di recuperare il passato, ma di costruire un nuovo futuro. Un compito appassionante.
 Se ben ricordo quello che ho letto, nel regno pontificio chi non andava a Messa la domenica poteva essere punito con una multa. In Indonesia, come abbiamo scoperto nei giorni scorsi, definirsi pubblicamente ateo è considerato un crimine. E’ chiaro che vi sono stati e vi sono ancora luoghi in cui la religione ha una considerazione diversa da quella che ha nell’Italia di oggi. Tuttavia penso che gli italiani del nostro tempo non accetterebbero che fossero punite con sanzioni penali le inosservanze di obblighi religiosi.  Qualcosa è pertanto molto cambiato e non si può tornare indietro, non illudiamoci. Ma non è solo questo: la pressione sociale per spingere alla religiosità si è fatta molto meno forte. Del resto è proprio l’attuale dottrina religiosa contemporanea a richiedere un consenso molto più motivato di quello fondato sul conformismo esteriore.
  Cerco di rendermi presenti le nozioni storiche che mi sono ancora rimaste in mente e, naturalmente approssimando molto, mi pare di poter concludere che il cristianesimo cattolico di popolo, quello che coinvolgeva tutti, uomini, donne e bambini, per pressione istituzionale e sociale e convinzione profonda, sia finito con il Settecento. Davanti all’emergere delle ideologie liberali i capi della nostra comunità si schierarono con i sovrani del vecchio regime. I moti rivoluzionari di impronta borghese che travagliarono l’Europa tra il Settecento e l’Ottocento ebbero quindi una marcata impronta antireligiosa. Essa si conservò nelle classi dirigenti del nuovo ordine, anche dopo la restaurazione.
 Nel corso dell’Ottocento i capi della cattolicità si schierarono anche contro i moti per l’elevazione dei ceti popolari, assumendo una marcata posizione contro il socialismo. Questo determinò la seconda profonda frattura.
 In Italia, poi, il nazionalismo di stampo cavouriano e mazziniano fu fortemente avversato dai papi, non per ragioni religiose ma per questioni di potere temporale, e questo comportò la terza frattura che travagliò il popolo italiano per molti decenni, fino al disastroso compromesso con il Mussolini.
 Quando parlo di “fratture” mi riferisco a cose che, in Europa, coinvolgevano essenzialmente la parte maschile delle popolazioni. Infatti le donne, non avendo alcun peso politico, non erano generalmente coinvolte nei moti che quelle divisioni avevano provocato. Le donne quindi rimasero più osservanti, nella pratica religiosa. Questo produsse, tra l’Ottocento e il Novecento, una marcata femminilizzazione del cattolicesimo, espressa in particolare nel culto mariano. Nella considerazione popolare la religione fu quindi progressivamente considerata un fatto da donne, in qualche modo disonorevole per un uomo vero. Sappiamo naturalmente che una componente maschile rimase sempre fedele, come dimostra in particolare l’esperienza dell’Azione Cattolica. Tuttavia questa componente avvertì più duramente l’emarginazione che i cattolici italiani subirono a causa delle fratture di cui dicevo, in particolare di quella prodottasi nel Risorgimento e perpetuatasi a seguito dell’intransigentismo papale sulla questione della sovranità temporale. Oggi certe cose appaiono immeritevoli di tanta cura. Ma bisogna riportarsi al clima dell’epoca in cui esse furono al centro delle diatribe tra i papi e i capi del regno d’Italia. Basti pensare, per capire il loro rilievo centrale, che la “conciliazione” avvenne istituendo, nel 1929, un piccolo quartiere-stato, la Città del Vaticano, dove i papi potessero ancora regnare.
 Accadeva quindi che le donne fossero in genere “praticanti”, mentre molti degli uomini “praticassero” solamente nelle feste maggiori, Natale, Pasqua e via dicendo, e nelle celebrazioni riguardanti gli eventi fondamentali della vita famigliare e gli stati di vita: nascita, iniziazione religiosa, matrimonio, conferimento dell’Ordini sacro, ammissione in una famiglia religiosa, morte. I sacerdoti più anziani dei paesi rurali ricordano ancora che la domenica gli uomini attendevano in piazza  l’uscita delle donne dalla Messa o, se entravano, se ne stavano in piedi in fondo alla chiesa.
 Se poi consideriamo la frequenza al sacramento della penitenza, ho letto che anche nei secoli della cattolicità di popolo non ci si confessava con la frequenza oggi consigliata dai nostri sacerdoti, ma una o due volte l’anno, salvo che si avesse coscienza di essere in peccato mortale, secondo i vari criteri predicati di tempo in tempo dai preti. Naturalmente dopo le fratture di cui ho scritto, la confessione rimase un sacramento “praticato” prevalentemente dalla donne e dai bambini.
 Bisogna tuttavia riconoscere che fino agli anni ’70 del secolo scorso la frequenza dei giovani e degli uomini alla Messa era molto più elevata di oggi. Questo, a mio avviso, dipendeva da due fattori fondamentali: la pressione sociale e l’aspetto magico di certe convinzioni religiose di allora. Essere irreligiosi appariva ancora come strano. E si confidava di poter rimediare a certe difficoltà con l’appoggio soprannaturale. E’ stato osservato che la riforma attuata dopo il Concilio Vaticano II li ha depotenziati, richiedendo un tipo di adesione religiosa molto più profonda, motivata, consapevole e, come tale, impegnativa e difficile. Durante il pontificato di Giovanni Paolo II si è cercato in quale modo di recuperarli, da un lato proponendo un coinvolgimento collettivo basato sul potente carisma del papa e dall’altro semplificando, con catechismi e compendi, certe questioni piuttosto controverse e rilanciando, con la spiritualità basata sui santuari e i grandi eventi, l’affidamento nel soprannaturale. Il successo di questo orientamento si è rivelato però piuttosto effimero a livello locale, parrocchiale. La gente infatti frequenta in massa gli eventi papali e i santuari, ma non la parrocchia.
 Oggi, al punto in cui siamo, temiamo che la fede si spenga del tutto nel popolo e che anche la Chiesa finisca per decadere e scomparire. Ed effettivamente, considerando le cose da un punto di vista razionale, qualche ragione di apprensione l’abbiamo. Ma si è religiosi anche perché ci si aspetta di essere sorpresi dal futuro: nulla  è impossibile dall’alto, ci ripetiamo. Quindi consiglierei di non recriminare tra noi nel cercare colpevoli. Certe cose ci sovrastano e noi possiamo al più confidare di apportare un contributo infinitesimale per fare in modo che cambino, sperando in un decisivo ausilio soprannaturale. Eppure, goccia a goccia viene scavata la roccia più dura, ci insegna l’esperienza. Quindi ciò che facciamo, la nostra piccola goccia, non  è mai inutile. Occorre perseverare ed essere pronti, secondo il motto evangelico.
 Per quanto poi specificamente riguarda i giovani, è piuttosto evidente che la nostra religione non sembra fatta per loro. Tutto coopera per respingerli. Le conseguenze delle fratture di cui dicevo, il fatto che tra noi comanda gente piuttosto anziana e infine le questioni relative al contenimento dell’istinto sessuale, che è fortissimo, per motivi di natura, fisiologici, nell’età più giovane. Un cinquantenne come me, piuttosto sbattuto dalle pesanti terapie che ha subito e con il naturale calo ormonale dell’età, può tutto sommato guardare a certe cose più serenamente. Ma bisogna sempre far memoria, onestamente,  di ciò che si è vissuto nelle stagioni precedenti. Per un giovane è realmente sostenibile la morale che in quelle questioni gli proponiamo?
 Poi, sempre per i giovani, c’è la pressione sociale che induce al conformismo su atteggiamenti consumistici, funzionali al tipo di economia in cui viviamo. Difficile resistere: lo è anche per noi più grandicelli che abbiamo, o almeno si suppone che abbiamo,  una formazione più completa, avendo avuto più tempo a disposizione per rimediare a tutti gli errori e le cattiverie che abbiamo fatto.
 E tuttavia l’aspetto che mi pare cruciale è quello della capacità di indurre speranza, di confidare che il mondo com’è non sia l’ultima parola su di noi. Per quello che mi è parso di capire parlando con le mie figlie è questo il problema più serio dei più giovani sulla via della religiosità. Quando ero più giovane mi piaceva pensare al mondo come ad un vulcano in procinto di eruttare e quindi che tutto sarebbe di lì a poco cambiato. Nella mia fede ho trovato conferma di questa mia convinzione. E’ infatti, la mia, un tipo di religiosità basata sulla ribellione alle cose così come vanno, innanzi tutto alla morte fisica, alla quale, tuttavia, come cantò Francesco d’Assisi, nessun uomo può scampare. Se uno non si convince a sperare, non riesce nemmeno ad essere religioso. L’ideale di speranza… Sapevano quanto fosse importante anche i vecchi socialisti. Nella versione italiana dell’Internazionale si legge che non si è più “plebe all’opra china senza ideale in cui sperar”; è sull’ideale di speranza, di cambiamento, che si basa l’internazionale futura umanità. Direi che è da qui che possiamo pensare di poter ricominciare. E’ cosa che noi laici abbiamo la possibilità di fare in concreto, non solo a chiacchiere, nel mondo del lavoro e, in genere, nella società che è il nostro campo privilegiato d’azione. E’ qui che, penso, possiamo molto migliorare.
 Io credo e quindi spero, e poi cerco di agire di conseguenza. Non mi disilludono gli apparenti insuccessi. Ho iniziato da qualche mese a collaborare a questo blog pensando di poter ottenere qualche risultato, ma ancora, pur avendo avuto la gioia di nuove adesioni, non siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo proposti, innanzi tutto quello di raccogliere nel nostro gruppo una componente più giovane in grado di costituire un centro di attrazione per i coetanei. Vedo però le cose da un  punto di vista religioso e concludo con le parole della sequenza di Pentecoste: vieni, padre dei poveri, datore dei doni, luce dei cuori, vieni!

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.