giovedì 19 aprile 2012

Perché i giovani non vengono più in parrocchia?

Perché i giovani non vengono più in parrocchia?

 Verso la fine della riunione di martedì scorso ci siamo chiesti perché i  giovani non vengono più in parrocchia. L’argomento è stato introdotto dal sacerdote assistente ed è stato sviluppato  un po’ frettolosamente, per il poco tempo che rimaneva a disposizione. Come spesso si usa in queste cose l’attenzione si è concentrata sul problema di chi fosse la colpa: di noi genitori che non abbiamo saputo educare i nostri figli e tenerli legati alla religione, dei giovani stessi che si sono disinteressati, del clero che li ha allontanati con discorsi inaccettabili per loro. Probabilmente è stato un po’ di tutto questo, ma affrontare la questione sotto questo profilo non conduce molto lontano; può invece portare a disperare in un cambiamento, perché l’allontanamento dei giovani dalla religione si produce solitamente a partire da un’età in cui l’autorità dei genitori, e in genere degli avi  viventi, si fa più debole, inoltre i giovani sono piuttosto conformisti e sono portati prevalentemente a seguire le costumanze dei loro coetanei e, infine, nel clero cattolico comandano i più anziani, i quali tendono ad essere piuttosto conservatori.
 Io comincerei il discorso prendendo atto che l’allontanamento, non però il completo distacco, dalla religione è un fenomeno sociale e culturale, intendendo per cultura l’insieme dei costumi e delle concezioni sulla vita e sul mondo diffusi in una collettività. Esso è una manifestazione di maggiore libertà personale e, in definitiva, di autonomia individuale. Non di rado, infatti, quando per diversi motivi ci si sente più deboli, ci si riavvicina alla religione. Questo accade anche quando, nelle fasi di passaggio della propria esistenza individuale, si sente il bisogno di un riconoscimento collettivo. Non dobbiamo aspettarci, almeno a breve, un mutamento di questo quadro generale, soprattutto in Europa Occidentale, perché, su scala ormai globale, una condizione di possibilità di maggiore autodeterminazione è associata all’idea di benessere, in particolare nel campo dei traffici economici.
  Approfondendo, constaterei che, come segnalato da chi si occupa professionalmente di questi fatti, l’allontanamento riguarda essenzialmente la religione costituita, strutturata, gerarchizzata, con la sua complessa e stringente ideologia. Si deve invece prendere atto che l’irrazionale, il paradossale, è ancora piuttosto diffuso tra la gente come manifestazione di credenze di tipo magico, tanto da assumere la forza di vera religione alternativa, e ciò anche tra i giovani. Infatti è proprio la grande complessità dell’ordine sociale contemporaneo a condurre le persone verso visioni semplificate basate, come nell’antichità precristiana, sull’idea che, sotto forma di destino o di potenze arcane, vi siano forze misteriose, e un po’ capricciose, che reggono il mondo e che possono essere portate a favorirci mediante certe pratiche, sostanzialmente venendo a patti con loro. Il cristianesimo si basa invece sul presupposto che il mondo sia governato da un disegno amorevole di benevolenza infinita da parte del Creatore, manifestatosi definitivamente e irrevocabilmente nel Cristo, nella sua incarnazione, morte e risurrezione, nella nuova Alleanza valida per sempre. Nelle società la cui ideologia collettiva si basava sul cristianesimo, tale concezione era manifestata simbolicamente con molta forza, nell’architettura civile e nei riti sociali, conducendo le popolazioni a considerarla come dotata di evidenza pratica, quindi come confermata da come andava il mondo. Oggi invece essa, cadute quelle rappresentazioni culturali di cui dicevo, appare come costantemente smentita dai fatti, dalla realtà così com’è. Caduto in rovina, metaforicamente, il Tempio del sacro, che manifestava l’evidenza delle cose religiose, è solo con un faticoso lavoro di introspezione, di riflessione sulla condizione umana e di familiarizzazione con  il senso profondo delle espressioni della religiosità ricevute dal passato che ci si può lasciare persuadere dalle concezioni tipiche e fondanti del cristianesimo. E’ quello che viene anche definito come un catecumenato permanente. Ma quando si è giovani sembra, paradossalmente, mancare il tempo per cose del genere. E’ essenzialmente un portato dalla condizione fisica della condizione giovanile, che, presentata in genere come trasgressiva, riflette invece l’istinto conservativo della specie, quello che, ad un certo punto, spinge con immane forza verso la scelta di un compagno o di una compagna, l’accoppiamento, la riproduzione e la lotta per conquistarsi un posto nella società in cui si vive, scalzando i più anziani dal potere. Un tempo la religione veniva parzialmente incontro anche a questi moventi, perché quei tipi di socializzazione venivano mediati da collettività religiose; oggi ciò accade  molto meno, mentre i divieti rituali in materia di sessualità vengono considerati un impedimento irragionevole e inaccettabile.
 Concluderei notando che, considerando gli sviluppi storici della religiosità collettiva, ci troviamo indubbiamente in un momento di passaggio. Non è cosa iniziata negli ultimi tempi, essa invece risale ad almeno due secoli fa. Nella nostra confessione possiamo considerare fondatamente le acquisizioni del Concilio Ecumenico Vaticano II come un tappa che ha aperto una fase nuova nel progredire dei tempi, in particolare consentendo di discutere liberamente su certi argomenti per meglio capire le situazioni e i problemi. Come in altri aspetti delle società contemporanee si è prodotta un’accelerazione del progredire delle cose, tanto da far apparire rapidamente come desueti alcuni modi di pensare. La soluzione non penso stia nella pertinace conservazione o, addirittura, in scelte reazionarie. Tornare al passato non si può e, in fondo, non si deve. Anche se indubbiamente nel cambiamento vi sono molti pericoli. Ad esempio quello di assecondare il favore collettivo verso gli aspetti magici delle religioni o di accettare compromessi con forze dominanti delle società in cui si vive, abbandonando il forte carattere paradossale e di contrasto etico del cristianesimo, caratteristica che può essere considerata come originaria e fondante in questa forma di religiosità. Ma, in un certo senso, quello del cambiamento è il nostro compito storico, la nostra fatica anche in senso religioso, quell’impegno nel concreto che deve accompagnare sempre, secondo i maestri della spiritualità, l’atteggiamento orante. Raggiunta una nuova sintesi è possibile forse che i giovani ritornino, non solo per connotare di sacro i momenti tristi o quelli di passaggio della loro vita, ma anche per condividere la storia feriale, quotidiana, della collettività religiosa, avvertendo nuovamente a due passi da loro la presenza reale del soprannaturale secondo la concezione cristiana, ad esempio in parrocchia.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli