sabato 21 aprile 2012

Male personale, male collettivo, male storico

Male personale, male collettivo, male storico

 Il problema del male è centrale nella vastissima letteratura sulla nostra fede e anche nelle pronunce dell’autorità religiosa. Lo è anche nella formazione del fedele. Anche se non si è studiosi di cose religiose bisogna prendere una posizione su di esso. E’ accaduto, ad esempio, nella riunione di martedì scorso del nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica. Il sacerdote assistente ha domandato: “Vi sentite responsabili della morte di Gesù?”. Si è sviluppata una vivace discussione, nel corso della quale sono emerse le posizioni personali di ciascuno in materia. E’ chiaro che esse devono poi confrontarsi con la fede della collettività religiosa. Su certe questioni, infatti, si pretende giustamente una certa uniformità di vedute. Vorrei ragionarci brevemente un po’ su, da ignorante colto che tuttavia aspira ad essere sinceramente fedele.
 La religiosità scaturisce, nella nostra fede, da un certa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo e dal sentirsene in qualche modo personalmente responsabili. L’aspetto etico è quindi molto importante, anche se negli ultimi anni nell’educazione religiosa vi si insiste meno, anche come reazione a certi eccessi che ci sono stati nel passato.
 La nostra tradizione religiosa ci attesta che il male che c’è nella società, come anche quello che scaturisce dalle forze della natura, non può essere superato con le nostre sole forze di umani. Questo corrisponde alla nostra esperienza pratica delle cose. Ma ci narra anche di eventi soprannaturali, e tuttavia storici, non mitologici, relativi all’esistenza del nostro primo maestro, che avrebbero impresso un diverso corso alla storia e all’intero universo. Ci troviamo però in una condizione di attesa, perché aspettiamo religiosamente la sua piena manifestazione o, come si dice, la sua “gloria”. Nel frattempo cerchiamo di rimanere uniti a colui che  ha promesso di tirarci fuori dalla condizione di generale impotenza verso il male in cui collettivamente e personalmente constatiamo di trovarci ancora. Pensiamo di riuscirci seguendo i suoi insegnamenti e il suo stesso esempio, come li abbiamo conosciuti mediante coloro dai quali abbiamo ricevuto la tradizione della fede, innanzi tutto dalle scritture bibliche e poi da un complesso molto esteso di riflessioni e insegnamenti che storicamente sono stati espressi con una certa costanza e che ne hanno poi generato altri, in una specie di  movimento di interpelli e risposte che si è manifestato nel corso di ciascuna epoca storica ed anche da un secolo all’altro, non senza, talvolta, sviluppi tragici. E certamente è molto antico, risalendo addirittura agli scritti biblici nella Nuova Alleanza, il pensiero che fare il male dopo essere stati come rigenerati nella nostra fede è molto grave e, data la stretta relazione che pensiamo di avere con il Nazareno, è come contribuire alla sua passione, come associarsi agli scherni e agli sputi che egli ricevette negli ultimi giorni della sua vita. Ma vi è di più. Ogni offesa che facciamo all’umanità degli altri, nella nostra contemporaneità, colpisce ciò che, nella nuova era in cui pensiamo religiosamente di trovarci, merita di avere un valore infinito essendo incorporato irrevocabilmente nel fondamento ultimo.
 Questa concezione che ho da ultimo esposto, molto rigorosa e impegnativa dal punto di vista etico, presenta indubbiamente dei rischi. Di essi si prese storicamente coscienza nella nostra collettività religiosa. In particolare di quello di colpire con un indelebile marchio d’infamia quelli che, per vari motivi, non avevano tenuto fede all’impegno di mantenere un alto profilo morale, non necessariamente in materia grave. Si rimediò individuando un’azione liturgica che consentì di amministrare il perdono religioso ai pentiti anche dopo la prima iniziazione, che si considerava e si considera anche ora non ripetibile. Poi c’era il pericolo di segnare con quel marchio anche coloro che dissentivano deliberatamente dalla nostra particolare idea religiosa, per essere increduli o credenti di altre fedi, colpendoli duramente, individualmente  e anche collettivamente, con l’accusa gravissima di deicidio. E, in questo, solo negli ultimi decenni si è provato a riparare.
 Certo, è vero che, all’interno del nostro ambiente religioso, si insiste anche sul fatto che saremmo dei salvati. Cioè, il senso di colpa viene evocato per poi affermare che il male e la morte sono stati vinti, anche per quanto ci riguarda personalmente, senza proporzione con il male commesso: insomma, il male, in questa prospettiva, ha idealmente una gravità infinita, addirittura soprannaturale, ma anche la misericordia che ci viene prospettata ha le stesse caratteristiche e sovrabbonda. Ma, nella mia spiritualità personale, ho ritenuto e ancora ritengo che sia bene mantenere la capacità di distinguere; ad esempio la gravità di una colpa o se si tratti di una colpa che dobbiamo condividere con altri, per rimediare alla quale è quindi necessaria un’azione sociale,  o di una della quale siamo interamente e direttamente responsabili e infine tra una colpa storicamente nostra e una che avvertiamo come nostra solo in base a sviluppi delle nostre alte idealità. Del resto simili distinzioni le troviamo certamente nella teologia morale corrente e anche in quella dei secoli passati, e pure nella pratica liturgica e in quella formativa delle coscienze. Fin da piccoli ci  è stato infatti  insegnato a distinguere tra ciò che è “veniale” e ciò che è “mortale”. Chi, da bambino, non ha avuto quella che si suole chiamare “malattia degli scrupoli”? Si correva dal prete a confessarsi per ogni piccolezza. Ci fu insegnato che era una cosa sbagliata. Non è così?
 Storicamente il confine tra “veniale” e “mortale” è variato molto. Ai tempi di mia madre per “fare la Comunione” bisognava non aver bevuto e mangiato per molte ore. Altrimenti si faceva peccato “mortale”. Adesso basta osservare il digiuno da alimenti e bevande almeno da un’ora prima, e si può bere l'acqua. Ma davvero possiamo ritenere che cose del genere possano causare la perdizione eterna? A un male tutto sommato “finito” e rituale conseguirebbe una retribuzione con un male infinito. In termini più elevati ha espresso qualche dubbio in merito, per come mi è parso di capire, il filosofo Emanuele Severino.
 A volte, certe cose, quando si scrive, come dire, sulla pietra,  non si possono esplicitare del tutto. Ecco che, ad esempio, nei catechismi correnti troviamo colpite come “mortali” condotte tutto sommato piuttosto abituali, frequenti addirittura fin dall’infanzia, che istintivamente percepiamo come “veniali”. Come la mettiamo? Davvero delle vite molto giovani, solo per essere sopravvissute un po’ più a lungo, diventando adulte, non hanno sperimentato, metaforicamente, certe fiamme fin da piccole? Eppure da bambino confessai come mortali le disubbidienze ai miei genitori, le quali, tra l’altro, corrispondevano effettivamente a una violazione, come dire, tabellata specificamente nelle leggi mosaiche. E’ una questione che mi pare ancora aperta, non risolta. Poi nella pratica certe asprezze vengono temperate molto. Non ho mai trovato un prete che non mi rimettesse in carreggiata per quel genere di  mancanze ed altre simili.
 Sappiamo, dagli scritti agiografici, che le vite di molti santi uomini furono travagliate da tentazioni a sfondo erotico. Ad esempio quelle di certi anacoreti. Per loro l’avversario soprannaturale assumeva spesso seducenti forme femminili. Allora essi si infliggevano penitenze durissime, ma le tentazioni si ripresentavano. Il problema esiste, certamente. Facciamo quello che non vorremmo, come è stato scritto. Ma lo facciamo. La cosa è molto seria, ma ci si può anche scherzare su, bonariamente.
 Quando ero negli scout cattolici, facevo le scuole medie, un giorno, andando in gita nell’ “alta squadriglia”, composta dai capi e dai vice-capi squadriglia, quindi dai  più grandicelli, tra noi si discusse un po’ di questi temi. Uno di noi narrò che alla scuola di piazza Sempione c’era un ragazzo che veramente eccedeva. Non aveva però un buon aspetto. L’eccesso in lui era, come dire, evidente. C’erano in quella scuola, ci fu detto, di quelli che cercavano di eguagliarlo o, addirittura, di superarlo. Non ci parvero esempi da imitare. Nessuno però pensava che ci si potesse astenere del tutto, anche da parte di un ragazzo cattolico, per di più scout. E, insomma, si convenne su una certa frequenza, che si ritenne moralmente accettabile. Era sicuramente una deliberazione obiettivamente molto lontana dai canoni etici religiosi che pure onoravamo idealmente. Ma, in definitiva, non ci parve che i preti si aspettassero da noi qualcosa di diverso. Non drammatizzavano e non ci insistevano troppo su. Si sapeva che certe condotte, in genere, vengono superate crescendo. Mi pare che fosse un orientamento saggio.
 E’ vero però che l’abbandono di certi ideali non è di solito istantaneo, ma viene preparato da infedeltà che all’inizio sembrano piccole, “veniali”, e che poi, accumulandosi e generando un generale farsi lecito anche in cose più serie, determinano  una condizione di indifferenza tra il bene e il male che è incompatibile con un atteggiamento religioso, raggiunta la quale è effettivamente come se si morisse spiritualmente. Lentamente si perde la capacità di percepire quello che è stato definito il “brusio degli angeli” intorno a sé. “Sapevo il Credo / ed ora l'ho scordato / pur non sapendo più l’Ave Maria,/  come farò a salvar l’anima mia?”, erano alcune strofe di una canzoncina che  sentivo spesso cantare da  mia madre,  quando ero bambino. E non è raro incontrare persone che da piccole sono andate al catechismo e che non ricordano le preghiere più care della pratica religiosa.
 Come rimedio, certe scuole di spiritualità consigliano un più intenso rapporto  personale in una collettività di fede.  Ma bisogna rendersi conto che questo è un metodo che può, alla lunga, deludere, per l’opacità e l’ambiguità che, in genere, caratterizzano la socialità umana, inevitabilmente sembra. Ricordo che una volta Joseph Ratzinger disse che certe comunità celebrano e mettono in scena solo sé stesse e non sempre  sono un bello spettacolo. Nell’iniziazione di certi ordini religiosi ci sono infatti pratiche specifiche per scoraggiare i novizi dal far troppo conto sulle collettività fratesche e monacali. Detto questo, penso che effettivamente il primo passo per recuperare il tempo perduto sia quello di accostarsi ad una comunità di prossimità, come fece Paolo di Tarso dopo essere stato come abbagliato dalla luce della fede, sulla via di Damasco. E’ lì che quel certo orrore che a volte si ha di sé stessi, di come si è diventati, per aver troppo a lungo trascurato certi aspetti della vita, si può trasformare in speranza religiosa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli