Il regno dei cieli: effettivamente un nuovo ordine?
Il regno dei cieli è finalmente aperto. Cristo, da solo, per primo, vi entra glorioso, s’inaugura una nuova forma di vita, un nuovo ordine, sovrumano, soprannaturale, che si pone come termine della vita presente, come l’oceano verso cui essa scorre, se risolve a suo vantaggio la tremenda alternativa finale, fatalmente, felicemente.
Da un discorso pronunciato il 15-5-58 dal mons. Giovanni Battista Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, nel Duomo di Milano
Le ambizioni di uno spirito religioso sono smisurate. Esse sono costantemente contraddette dalla realtà così com’è, anche in civiltà che non sono ostili alla fede o che addirittura pretendono di fregiarsene. Eppure non sono mai sopite e quando rimangono confinate nell’animo dell’individuo, senza poter trovare le parole e i gesti che le possano esprimere agli altri e con altri, a volte si sente che manca qualcosa di importante. Questo vale soprattutto per le persone che sono rimaste immerse nella religione in momenti importanti della loro vita.
Nelle cose della fede svolge un ruolo importante l’immaginazione. Alcuni maestri di spiritualità invitano a liberarsene, ad un certo punto. Essa infatti presenta dei rischi. In religione si insegna appunto a controllarla, seguendo quegli insegnamenti, derivati da esperienze passate, ai quali ci riferiamo quando parliamo della tradizione. Ma, a certi vertici della mistica si contempla, proprio nella sua oscurità, ciò che non appare e che si rinuncia anche solo a immaginare.
Nella fede possiamo pensare di essere impegnati in un’opera di salvazione che ha la sua meta nella realizzazione di un mondo totalmente nuovo. Questo travalica di molto la realtà come in genere la sperimentiamo. In essa, salvare anche una sola persona richiede una dedizione infinita, spesso superiore alle forze individuali e anche a quelle organizzate. E si tratta in genere di una salvazione precaria, che vale per un certo tempo. Infatti, ad esempio, per quanto ci sforziamo con molto impegno, a volte non riusciamo a trattenere in vita nemmeno coloro che amiamo, e per cui ci spendiamo con tutte le forze; figuriamoci gli altri, prossimi, meno prossimi e lontani. E’ chiara, quindi, la ragione per cui quella di salvezza universale è idea che collochiamo in genere nel soprannaturale. La tradizione religiosa, che esprime la sapienza del passato, ci conferma in questa opinione. E ci tramanda i modi per esprimere questa visione di fede, proponendoci immagini per la nostra elevazione verso di essa.
Storicamente le religioni hanno popolato, in modo immaginifico, il soprannaturale di esseri personali, agganciandovi le loro cosmogonie. Accade anche nella nostra fede. Nella nostra religione, però, il centro di tutto è individuato in una persona che realmente è stata tra noi, in un vivente che riteniamo essere stato uomo tra gli uomini e che, sulla base di una tradizione, riconosciamo come l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Pensiamo che, quindi, in lui la salvezza universale sia effettivamente già iniziata: egli, per noi, è infatti il salvatore, per antonomasia. Ci salva traendo tutto a sé, come lasciò detto. In religione, un’idea di questo tipo può riempire la vita. Nella nostra liturgia ogni anno però si celebra, in un giorno, il Venerdì santo, l’esperienza di un mondo in cui tale immensa speranza di salvezza va delusa. Si tratta, in fondo, del modo in cui solitamente vanno le cose. Non c’è difficoltà a credere che il fondatore di un movimento in forte contrapposizione con le culture umane del tempo in cui vive finisca male. Il fondamento della nostra fede non sta però in questo, ma nella fiducia nella sua risurrezione.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.