sabato 10 marzo 2012

Vivere religiosamente nel quartiere – mie riflessioni

Vivere religiosamente nel quartiere – mie riflessioni

 Quando si pensa alla religione, ci si interroga con qualche apprensione su che cosa si debba fare per essere considerati persone di fede. E’ una domanda che troviamo anche negli scritti sacri dei cristiani.
 In realtà in molti casi già viviamo in una prospettiva religiosa, ad esempio facendo le madri e i padri di famiglia e, in genere, tutte le volte che ci si prende cura degli altri disinteressatamente, non per dovere contrattuale od obbligo imposto dalla collettività. Non mi figuro che tutti vivano così, perché nel mondo c’è anche chi si comporta diversamente ed è insensibile a questi discorsi. Spesso accade che nella propria vita si passi,  in varie età, dall’una all’altra condizione. Si può osservare che le persone cambiano, nulla è veramente irreversibile in loro, finché vivono.
 Bisogna considerare che c’è religione e religione. Quelle più antiche di solito erano basate su prospettive magiche, pensavano quindi di ottenere con varie modalità la protezione di un dio nelle proprie faccende, venendo a patti con lui, offrendo sacrifici e via dicendo. I primi dei dell’umanità furono, credo, le forze della natura, in un mondo in cui gli esseri umani erano in quasi tutto loro preda. Innanzi tutto gli astri, ma anche i corsi d’acqua, le montagne, il fulmine, il tuono, il fuoco, certi animali che eccitavano l’immaginazione, ad esempio il leone, ma anche l’elefante. Il cristianesimo non è una religione di questo tipo, anche se, in certe sue manifestazioni etniche, probabilmente ha assimilato costumanze di diversi altri culti, sovrapponendosi a loro ma mantenendone certi aspetti. E’ stato anzi osservato che a confronto con molte altre religioni dell’antichità il cristianesimo può apparire addirittura ateo. In realtà, naturalmente, non lo è.
 Centrale nel cristianesimo è il prendersi cura degli altri. Non è una fede solo intellettuale, anche se l’intelletto viene implicato. E’ una religione perché non si  fa conto solo sulle proprie forze. Si pensa che le cose così come appaiono non siano l’ultima parola sull’umanità. Chi ce lo dice? Su che cosa si basa questa convinzione? E’ un’idea che ci viene dagli antichi, ma su cui ogni epoca da circa duemila anni  ha lavorato molto, ha detto la sua. Si ha la convinzione di aver ricevuto qualcosa di molto prezioso che deve essere fedelmente tramandato. Di più non vale dire. Bisogna farne esperienza.
 La fede dei cristiani spinge quindi verso gli altri. Questo si osserva fin dai suoi esordi. Essa, creando nuove relazioni tra le persone, suscita un modo di vivere comunitario. E’ uno degli aspetti di quella che viene detta la conversione. Il moto interiore che la determina di solito è una specie di compassione, ma le esperienze personali variano molto. Si va verso gli altri e in questo modo si inizia anche a cambiare il mondo intorno a sé. Bisogna dire che questo moto non sempre ha migliorato le cose, storicamente parlando.  La via da prendere non è segnata chiaramente. La si individua sotto la propria responsabilità. Nell’anno 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò in  quel tempo, ci si dichiarò pentiti di molte delle cose fatte in passato dalla cristianità, proponendosi di non ripeterle. Quando si passa dall’interiorità ai fatti e si agisce collettivamente, spesso si fanno dei danni. Per questo i cristiani sono sempre in stato di penitenza, quaresimale, che significa essere pronti a mutare strada per meglio corrispondere ai principi proclamati. Eppure, tutto sommato, bisogna alla fine riconoscere che vivere con un punto di vista religioso può essere bello.  Questo spiega perché le religioni ci sono ancora oggi. Si sente ancora in giro quello che, in un titolo di un libro di sociologia di diversi anni fa, venne chiamato “il brusio degli angeli”.
 La fede dei cristiani si fonda su una spiritualità e su una conoscenza collettiva. Si riflette su una lunga storia, bisogna fare i conti con una tradizione, bisogna saper vedere nei fatti qualcosa di più di ciò che appare, seguendo esempi e insegnamenti. Le stesse loro scritture sacre sono piuttosto complesse. Eppure ciò che conta veramente è stato sempre posto a disposizione di tutti i cristiani, anche dei più semplici. Questo spiega perché, nel Duecento, in un’epoca in cui ancora non c’era la stampa e i libri non avevano la diffusione di oggi, un laico piuttosto ignorante di scritture sacre e di teologia come Francesco d’Assisi poté diventare nella cristianità uno dei più grandi riformatori religiosi. Si tratta del risultato di un lavoro collettivo, non di questo o quel capo religioso e di questo o quello studioso. Chi poi vuole approfondire può farlo, e in questo può essere anche utile agli altri, però scoprendo sempre che ciò che si vorrebbe sapere supera di gran lunga le possibilità del singolo, di una sola vita umana, dell’intelletto di una persona. Ma non si potrebbe vivere la fede solo nella propria interiorità, proponendosi pochi e semplici principi etici per orientarsi nella propria vita personale? Si può. Certamente, nella mia esperienza, la religione esprime anche un’etica personale, ma non si riduce a questo. Anzi, riducendosi a questo solo, muore. Questo perché, almeno per ciò che mi è dato constatare, la religiosità non parte in genere dalla considerazione di un’insufficienza morale personale, ma da un’insoddisfazione per come vanno in genere le cose nel mondo, di cui ci si sente responsabili. Le condizioni della società in cui si vive è al centro delle motivazioni che di solito determinano una conversione. Questo, nel cristianesimo, risale ai primi tempi.
 Preciso che sto parlando di ciò che mi è stato dato di vedere e sperimentare: un’esperienza parziale. Sono consapevole che le vie per la fede sono molte e che ce ne sono molte per esprimerla. Rimango sempre stupito e affascinato nel constatare la loro molteplicità. Infatti si parte sempre da una propria condizione personale, e ce ne sono tante quanti sono gli individui sulla Terra. Per quanto la conversione venga descritta spesso come un nuovo inizio, gran parte di ciò che c’era prima in una persona viene conservato. Lo si vede nelle biografie dei santi, posti ad esempio per le comunità cristiana. Si consideri ad esempio la storia personale di Agostino d’Ippona.  Si ripudia quello che viene considerato  un male per il bene degli altri, di una collettività. Ogni spirito religioso presenta quindi una propria irriducibile originalità e non si è cristiani in Roma, Monte Sacro, via Val Padana nello stesso modo in cui lo si è in una strada di Lagos, Nigeria. La santità di un Agostino d’Ippona si è espressa in un modo diverso da quella di un Francesco d’Assisi, eppure entrambe sono state considerate esemplari.
 Nella nostra società, nell’Italia di oggi, i principi etici cristiani sono ancora considerati, insieme ad altri, validi indicatori di una vita onesta. Ma, dal punto di vista della legge civile, non se ne pretende l’integrale applicazione in una vita personale e nella società. E soprattutto non si indaga sulla interiore adesione di una persona a quei principi. Ai tempi nostri si prende sul serio quello che viene chiamato il principio di laicità, che significa rispettare la libertà di coscienza degli altri e non imporre loro ciò che deve essere il risultato di una loro scelta. Bisogna però dire che alcuni principi fondamentali enunciati in norme giuridiche, come quello di eguaglianza, sono proclamati con spirito religioso. Infatti l’eguaglianza tra gli individui non è in natura.
 Una persona può quindi accettare, per la propria integrazione sociale, di prendere come riferimento l’etica dei cristiani, almeno nella versione che nella comunità civile è condivisa nell’epoca in cui vive. Ma se vuole andare più in profondità questo tipo di adesione non basta. Non è detto che se ne senta l’esigenza. Ma se la si sente, è a una comunità religiosa che ci si deve rivolgere. Nella mia esperienza, non si riesce a crescere nella fede da soli. Certo, si può leggere molto di ciò che si è scritto in merito. Ma l’esercizio intellettuale serve a poco per quell’obiettivo. Conoscere ciò che i cristiani credono non significa ancora avere fede e, a volte, nemmeno aiuta ad averla.
  Può accadere di fare esperienze molto coinvolgenti, a contenuto religioso o di altro genere, fuori del proprio mondo quotidiano e si pensa di essere cambiati. Poi si ritorna a casa e si scopre che non è così. Penso che sia importante considerare se sia meglio fare l’inverso. Cominciare da casa propria e poi, eventualmente, se le forze sorreggono, andare lontano. Storicamente agli esordi del cristianesimo è accaduto così. Dalla Galilea alla Giudea. Da lì alla Siria e poi alla Grecia, a Roma e al mondo intero. Io penso che riflettere su questo possa convincerci nell’orientamento di radicarsi nella fede innanzi tutto dove si vive.
  Certo, ci sono quartieri che meglio del nostro ispirano a vedute di fede. I nostri palazzoni costruiti in stile razionalistico, modulare, le nostre stradone perpendicolari, le facce che incontriamo ogni giorno, non sembrano sempre l’ambiente più propizio. Eppure bisogna constatare che è proprio qui che ci è stato dato di vivere. Ed è da qui che, a volte, nasce la nostra esigenza interiore di cambiamento.
 I cristiani sono capaci di visioni. Vedono negli altri molto più di quello che di essi appare. Lo stesso accade per il mondo attorno a loro. Lo si legge negli scritti sacri. Nella seconda domenica di Quaresima si è letto il brano del Vangelo di Marco sulla trasfigurazione. Esprime bene ciò che a volte accade agli spiriti religiosi. In quest’ottica, un contesto profano come la nostra via Val Padana può apparire, ad un certo punto, come parte di una grande cattedrale il cui altare è costituito dalla nostra chiesa parrocchiale. Certo, mancano molte parti; non c’è, ad esempio, la volta. Ma non accade la stessa cosa quando nel Foro romano vediamo i resti di certe grandi basiliche dell’antichità romana? Quello che non c’è ce lo figuriamo. Lo spirito religioso porta appunto a figurarsi cose che  non si vedono.
 Questa capacità prettamente religiosa di visioni non nasce tanto da estemporanee esperienze fuori del comune, ma da una prassi costante, quotidiana, direi feriale, di spiritualità e di apprendimento nel luogo dove  è dato vivere, giorno per giorno, insieme agli altri. Sono importanti la meditazione sulle scritture, con un adeguato periodo di silenzio,  la preghiera, liturgica e personale, e la riflessione sulla storia e la condizione propria e della collettività: questo ci insegnano i maestri del passato e quelli che abbiamo nel tempo presente. Dalle visioni religiose nasce poi, a volte, la capacità di cambiare qualche cosa nella propria vita, ma soprattutto di capire quanto bene già si fa e si è fatto, forse inconsapevolmente, ma già in una prospettiva religiosa. Sperando di poter anche migliorare la condizione degli altri intorno a sé (il risultato non è però assicurato).
 Noi dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente Papa, a Monte Sacro, Valli, ci chiediamo se nel quartiere, oltre a noi, vi siano altre persone che condividano quell’impostazione di cui ho detto. A loro diciamo che la Chiesa, di cui l’Azione Cattolica  è una delle tante articolazioni collettive, è di tutti e per tutti. Le invitiamo a dialogare con noi e poi, una volta che ci saremo intesi meglio, forse anche a frequentarci. Il motto di un Jamboree (grande raduno mondiale) scout di tanti anni fa fu “The more we are together, the merrier it will  be”, che in italiano venne tradotto “Di più saremo insieme, più gioia ci sarà”.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma , Monte Sacro, Valli