Riflessioni sullo spunto del messaggio del Papa per la Quaresima del 2012 - di Giulio Stolfi
Per cominciare, voglio concedermi un piccolo aneddoto, che ormai comincia a risalire a qualche annetto fa. Mi ero da pochissimo trasferito a Roma per studiare: la sensazione di spaesamento si batteva sul campo dei miei pensieri con l’entusiasmo per le mille cose nuove, e non sempre quest’ultimo usciva vincitore. Accadeva allora, spesso, che tornassi quasi inconsciamente a far riferimento alle categorie ed agli habita mentali degli ultimi tempi del liceo, come se, per inerziale cedimento alla volontà di tornare indietro nel tempo, mi trovassi inconsapevolmente condotto nel “clima interiore” che avevo lasciato con la maturità.
Dovevo essere in uno di questi momenti quando, in un soleggiato pomeriggio, mi trovai al Gesù e, fra uno sguardo ad un trionfo barocco ed uno agli affreschi del Baciccia, decisi di confessarmi. Finito il momento sacramentale, continuai ad abusare della pazienza di un ottimo, anziano Padre gesuita dall’accento anglosassone.
Qualche anno prima, per curiosità, avevo preso a leggere libri troppo grandi per la mia età e la mia testa (dei quali -ora comincio ad avvedermene- non avevo compreso quasi nulla…), e ciò mi aveva dato, per un certo periodo di tempo, un po’ più che un sospetto di compiacimento e presunzione. Chissà perché proprio durante quel breve colloquio dovetti sentire attuale questo difetto caratteriale: fatto sta che ad un certo punto dissi al Reverendo, che mi ascoltava con indulgenza: “…e poi, non posso nascondere di avere una certa superbia in materia religiosa… sa, temo sia a causa di alcune letture…”.
Il mio interlocutore alzò il sopracciglio in una mossa di divertito stupore: “Lei è forse uno studente di teologia?” Ed io: “no…giurisprudenza!” La replica fu sorridente ma secca: “e allora, cos’ha mai da essere superbo in materia religiosa!?”.
Raramente mi è stata impartita una lezione nella quale la brevità si conciliasse così memorabilmente con l’efficacia! Ci sono due motivi per i quali ho voluto ricordare questo “fatterello”: innanzitutto per sgombrare il campo da un sospetto, e cioè che io mi accinga, da quisque de populo, a “commentare” il messaggio del Papa teologo per la Quaresima 2012. Sarebbe un esercizio con probabilità prossime alla certezza matematica di cadere nel ridicolo, ma il teorico lettore può star tranquillo: da quel lontano pomeriggio ho imparato la lezione...! Di seguito ci sarà spazio, quindi, solo per qualche modesta e personalissima riflessione, che mi piace condividere, direi più che altro in spirito di amicizia. Ma c’è anche un altro motivo per cui quell’episodio mi è tornato alla mente. Ed è la sua attinenza con il tema che più mi ha colpito nel messaggio del Santo Padre: il richiamo alla cosiddetta “correzione fraterna”. Il Papa ci esorta a riscoprire questa dimensione oggi dimenticata, e commenta (lui sì, che può farlo!) i passi delle Scritture più significativi a tal riguardo. E’ Gesù stesso a ricordarci di “rimproverare” i peccatori in Mt., 18, 15 (B XVI riporta con sapienza il verbo greco corrispondente: elénkein, che a me piacerebbe tradurre proprio “sgridare”, come avrebbero detto le nostre nonne). San Paolo sviluppa il concetto nella lettera ai Galati: “Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu”. Passo un po’ duro per le nostre orecchie “buoniste”: si parla di colpa, di correzione, di vigilanza: un lessico quasi si direbbe penalistico, che il richiamo alla “dolcezza”, paradossalmente, rischia di non “addolcire” abbastanza, in un mondo che – il Magistero ce lo ricorda spesso – sembra volere soprattutto messaggi che “lo facciano sentire bene”, anziché fargli “intendere il bene”. Passo che ben potrebbe stare da solo a ricordarci, per dirla con Giovannino Guareschi e il suo Don Camillo, che la nostra ricerca spirituale non è “cosa né comoda né divertente”. Ma forse, a ben pensarci, per quanto si sia di Quaresima e il tempo sia propizio ad austere riflessioni, quella sulla necessità di rimettersi sugli attenti davanti al precetto di “ammonire i peccatori” potrebbe essere una conclusione ancora un po’ troppo provvisoria, un po’ riduttiva; e forse, ma dico forse, non basterebbe, a restituire completa pienezza a questo discorso, la considerazione di come noi stessi si sia i primi e peggiori peccatori. Ma il Papa va ben oltre questo primo, ovvio livello di lettura. Sin dal principio, ad indicarci come la prospettiva di indagine vada aperta grandemente, a questa prima citazione viene accostato, infatti, un altro detto, sempre paolino: “prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Eb., 10, 24). Ed in verità, nel Messaggio quaresimale è questa la citazione che ha il posto d’onore: essa ci aiuta ad intendere il tema nel suo senso autentico, ricco e complesso, ed illumina significati che per tale via possiamo scoprire comuni anche all’altro brano, in apparenza più “aspro”.
Non si tratta quindi di farsi rigidi censori di sé stessi e degli altri, ma, ci spiega il Papa, di intendere la chiave della proposta nella vicendevolezza e nella dimensione fraterna dell’ammonimento. Mi ha colpito l’identità del termine che sorregge l’espressione di Paolo “gli uni agli altri”, e l’altra, bellissima, di Nostro Signore: “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Anche in latino, credo il termine usato da San Gerolamo per i due passaggi sia proprio lo stesso: ad invicem, una formula che esprime, se non mi sbaglio, una mutua e totale reciprocità. Il Papa ci insegna, insomma, che dobbiamo riscoprirci capaci di essere sostegno per gli altri, al contempo desiderando ardentemente che i nostri fratelli lo siano per noi. Da soli non andiamo molto lontano, lo si è capito, ed in fondo questa dura “correzione” altro non è che un secondo nome del nostro essere amici, del nostro amarci l’un l’altro. Sarà banale, ma a me è venuto perfino in mente il vecchissimo proverbio per cui “il parlar chiaro è fatto per gli amici”. Come buona parte delle nostre formulette popolari, in esso c’è una profonda dose di morale naturale ed anche di spirito cristiano.
La correzione fraterna, nello sviluppo del discorso del Papa a partire da questi due passi, si depura allora di tutti gli aspetti arcigni e perfino aridi che il lessico un po’ datato sembra suggerire ad una primissima lettura: Benedetto XVI spazza via l’odore vecchiotto e burocratico di certa Chiesa del passato e dei suoi stilemi, e riporta al centro della scena, come protagonista, l’agape. La riflessione sulla correzione fraterna non è poi destinata a rimanere cogitazione astratta, ma si fa segno che deve orientare il nostro agire quotidiano. Colgo l’invito a provare ad essere un po’ più coinvolti in un esperimento di vita autenticamente cristiana, anche sotto l’aspetto del reciproco ammonimento-sostegno,e penso a quante volte per comodità, pigrizia e falsa rappresentazione di bontà e di indulgenza evitiamo di toccare certi argomenti, di sollevare certe “polemiche” con le persone che ci sono vicine. Forse sarebbe buona cosa ricordarci che non sostenere il nostro prossimo in un passo difficile equivale a privare noi stessi di un appoggio lungo il sentiero difficile, ma al quale siamo chiamati tutti, della santità.
Ritenendo a questo punto di aver già troppo annoiato con ruminazioni personali, preferisco ritornare alle parole del Papa e provare a cogliere le suggestioni del suo discorso anche attraverso l’approfondimento.
In particolare, leggo quanto dice Benedetto XVI su due aspetti che – come ho cercato di dire – mi hanno sollecitato particolarmente: il primo punto concerne la necessità di non mortificare l’idea della correzione fraterna rinchiudendola in una dimensione arida e precettistica, per non cadere in quello che il Papa, in “Guardare Cristo”, chiama “il pelagianesimo dei pii”. “essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni al di là del nostro agire e meritare. (…) Così questo pelagianesimo è un’apostasia dell’amore e della speranza, ma in profondità anche della fede. Il cuore dell’uomo diventa duro verso se stesso, verso gli altri infine verso Dio…”.
Il secondo punto concerne, infine, il legame fra chiarezza, verità ed amore (cioè, riportando il pensiero nello specifico al nostro tema, la correzione fraterna come altra faccia dell’amore fraterno): “l’amante dice un sì incondizionato verso l’amato. Egli lo ama non in base a questa o a quella qualità, ma ama la stessa persona, che si manifesta certo nelle qualità ma è qualcosa di più della loro somma. L’amore si riferisce alla persona come essa è, anche con le sue debolezze. Ma un amore reale, al contrario del breve incanto di un momento,ha a che fare con la verità e si rivolge in tal modo alla verità di questa persona, che può essere anche non sviluppata o nascosta o deformata. Certamente l’amore include una disponibilità inesauribile al perdono, ma il perdono presuppone il riconoscimento del peccato quale peccato. Il perdono è guarigione, mentre l’approvazione del male sarebbe distruzione, sarebbe accettazione della malattia e proprio in tal modo non bontà per l’altro. (…) Viceversa è vero che soltanto l’amore dà la forza di perdonare, cioè dell’andare insieme con l’altro sulla strada del dolore trasfigurante. Solo l’amore rende possibile di assumere e di portare insieme con l’altro e per lui la morte della menzogna. Solo l’amore rende capaci di restare, nel buio e interminabile tunnel, portatori della luce e far sentire l’aria fresca della promessa che conduce alla rinascita. (…) Non c’è neppure bisogno di dire che tutto questo ha conseguenze pastorali molto concrete. Una pastorale della tranquillità, del “tutto comprendere e tutto perdonare” (nel senso superficiale delle parole!) si trova in drastica opposizione con la testimonianza biblica. La giusta pastorale conduce alla verità, suscita l’amore alla verità ed aiuta a portare anche il dolore della verità. Essa stessa dev’essere un modo di camminare insieme lungo la via difficile e bella verso la nuova vita, che è anche la via verso la vera e grande gioia” (Joseph Ratzinger, Guardare Cristo, Jaca Book, 2005 IV ed., pp. 66 ss.).
Colto nella sua confortante ed intrigante plurivocità di significati, il messaggio quaresimale del Papa si pone, credo, come significativo stimolo a “cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt. 6, 33), attuando la rivoluzione del Vangelo con la ricerca di amore e verità nel nostro cammino quotidiano, nella nostra vita di relazione, e – non da ultimo, a ben intendere le parole del Santo Padre – nel nostro essere Chiesa, nel nostro essere parte della Chiesa.
Giulio Stolfi