Paradossi nell’etica religiosa
Ricordo che diversi anni fa, in una riunione dei genitori dei ragazzi che avevano appena ricevuto la Cresima, furono proposte della attività per i neo-cresimati e, insomma, nell’illustrarne i vantaggi alle famiglie si disse che così la parrocchia avrebbe, come dire, provveduto a raddrizzarli. Io espressi delle obiezioni, anche se poi, concordando in questo con mia moglie che mi aveva rimproverato, mi dissi che non avevo scelto il momento giusto per esporle. C’è un tempo per gioire e uno per obiettare e quello doveva essere solo un tempo per la gioia.
Certamente una religione, se si diffonde molto in una società, può ad un certo punto essere presa come riferimento per quel minimo etico comune che deve sempre esserci alla base di ogni istituzione pubblica comunitaria, come è lo Stato e come sono le altre organizzazioni che, a vari livelli, curano il governo e il benessere di tutti (almeno nei propositi).
Se consideriamo il Decalogo, vi vediamo espressi ideali che ancora oggi sono il fondamento di norme giuridiche vigenti da noi in Italia: non rubare, non uccidere, non dire falsa testimonianza, ma anche non turbare l’ordine della famiglia, assistere i parenti bisognosi, in primo luogo i più giovani e gli anziani, non estraniarti dalla vita della comunità, rispetta i principi supremi su cui la vita comune si basa. Si tratta di valori che si chiede a tutti di accettare con convinzione, non solo per il timore di una sanzione o nell’aspettativa di un vantaggio, di un’utilità. Devono essere, come dire, scritti sui cuori, se si vuole essere buoni cittadini. Nella pedagogia civile si cerca quindi, con buoni argomenti, di spiegarli ai più giovani, nell’interesse di tutti. E, in effetti, dobbiamo constatare che questo lavoro ha successo, perché la nostra società si regge, non si dissolve. La trasgressione c’è e storicamente dobbiamo constatare che c’è sempre stata. Ma di solito coinvolge sempre minoranze tutto sommato esigue.
Ciò detto, ai tempi nostri non è più necessario avere una visione religiosa per convincersi a condividere quel minimo etico di cui dicevo. Basta arrivare a capire che la grande complessità delle società umane contemporanee, nelle quali storicamente si è realizzato il massimo livello di benessere mai raggiunto dalla specie umana nonostante l’enorme incremento della popolazione, richiede una collaborazione attiva, consapevole, di tutti. E’ quello che accade, ad esempio, nella gestione dei rifiuti prodotti dalla vita della gente, che sono aumentati moltissimo, sia per l’incremento degli abitanti delle città, sia perché il livello di igiene e di sicurezza che oggi pretendiamo richiede involucri, contenitori e simili che in passato non venivano usati: così, se non vogliamo vivere sommersi dall’immondizia, dobbiamo abituarci all’impegno, che è anche culturale, della raccolta differenziata.
Osservo anche che la religione cristiana non si presta facilmente a diventare quello che si definisce “religione civile”, il minimo etico di una società. Questo per il suo carattere paradossale, che è come dire, in un certo senso, irragionevole dal punto di vista del senso comune. Esso è bene rappresentato da certe figure esemplari, come Francesco d’Assisi, considerato da molti, ai suoi tempi e nella sua città, un figlio ribelle. Del resto, siamo sinceri, chi ai nostri giorni vorrebbe avere un figlio così? Dico, naturalmente, senza essere sicuri che lo faranno santo, ma forse anche in questa prospettiva. Eppure uno come Francesco d’Assisi fu prestissimo riconosciuto come santo cristiano e oggi, addirittura, nel Nuovo Mondo ci sono metropoli che tramandano il suo ricordo e quello dell’opera dei suoi seguaci (San Francisco, Los Angeles ecc.).
Ma, in definitiva, non è proprio questo carattere “strano” della nostra religione che ci avvince? L’idea, così contrastante con la realtà che ci circonda e che tocchiamo con mano, di una tenerezza che avvolge tutte le creature, di trovare sempre chi risponde, se lo si invoca con cuore sincero, e chi rialza colui che cade, e via dicendo seguendo le Scritture.
Penso che il cristiano possa essere anche un buon cittadino, dal punto di vista di una comunità civile, purché quest’ultima non pretenda di essere l’unico suo riferimento. Tuttavia forse l’integrazione civile non è tutto per lui. E, devo dire, nella formazione che ho avuto fin da bambino, non mi venne mai proposta come meta. Né, ammetto, io ho mai presentato alle mie figlie in questo modo la nostra religione. Del resto il nostro primo maestro non fu certamente un modello in questo: fu infatti giudicato colpevole e messo a morte da chi comandava ai suoi tempi. E, riflettendoci, mi pare di aver capito che, storicamente, l’efficacia del cristianesimo come agente di cambiamento del mondo sia dipesa proprio da questo suo carattere paradossale, per il quale, al dunque, esso finì sempre per suscitare insoddisfazione e critica morale e sociale verso tutti i vari accomodamenti sui quali si fondavano le società che attraversò, permeandole e trasformandole.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli