I giovani e la politica - mie riflessioni
Il presidente mi ha chiesto di sviluppare il tema “giovani e politica” su cui qualche giorno fa, su questo stesso blog, ha scritto mia figlia Beatrice, liceale diciottenne.
So che tra i cattolici impegnati nell’associazionismo si discute molto di “giovani e…” e, qualche volta, si vuole anche parlare ai giovani. Si dice “giovane” e si ha in mente un tipo umano tra i diciotto e i venticinque anni che pensa solo a sesso-musica-telefonino-computer-alcol/droga-sballo-tifo sportivo e che dopo la Cresima non si è visto più in chiesa (lo si rivedrà solo, forse, per il suo Matrimonio –che fallirà ben prima del compimento del fatidico settennio-, per Matrimoni di altri, per Battesimi e Cresime di figli, funerali). Uno sterotipo generazionale. Questo orientamento dipenderà del fatto che a parlare di e a sono spesso degli ultracinquantenni?
In genere un cinquantenne è come invisibile per un giovane tra i diciotto e i venticinque, se non ne è il genitore. E anche in questo caso non è facile parlare con il giovane. Ci scherzava su una “striscia” di cartoni statunitense che fino a qualche anno fa veniva pubblicata sul settimanale Linus. E’ un fatto reale e difficilmente evitabile, almeno in una società come la nostra, dominata dagli ultracinquantenni. Tra la mezz’età e la prima giovinezza c’è un’enorme differenza umana, che non sempre il cinquantenne coglie più, mentre la sente con molta forza il ventenne. Non è solo un fatto culturale, ma anche biologico. Il modo in cui una persona di mezz’età pensa al sesso è, ad esempio, molto distante dall’esperienza di chi è appena uscito dall’adolescenza. Certe volte il cinquantenne cerca ancora di mimare l’età più giovane, ma alla fine gli mancano le forze. Certe cose, poi, non sono più al centro dei suoi interessi. Spesso ha carichi di famiglia ed essi prendono molte delle sue energie. Poi c’è il lavoro e nella mezz’età si compete spesso per le posizioni di comando. Nell’età ancora più avanzata si ha il prestigio sociale conseguito in passato e si è impegnati (spesso vanamente) a mantenerlo anche in quiescenza. Per un ventenne tutto questo è ancora da venire, da realizzare, da sopportare. Si valutano le opportunità, nell’amore come in altri campi. Per quello che ricordo dalla mia giovinezza, c’è ansia di provare tutto, per accaparrarsi il meglio. E’, in fondo, il portato di una legge di natura che vediamo all’opera anche nelle popolazioni degli animati non umani.
Le società si organizzano secondo leggi che mirano a garantire la stabilità delle organizzazioni. In una popolazione come quella italiana, con un’età media veramente molto alta, questo favorisce, e forse addirittura privilegia, i più anziani e i loro cosiddetti diritti acquisiti. I più giovani vivono quindi uno stato di minorità. Man mano che aumentano i più anziani, diventa sempre più arduo uscire da quella condizione, non essere considerati più dei “giovani”. Anni fa si parlò di “giudice ragazzino” a proposito di una persona matura, adulta, un uomo fatto.
I più anziani temono il cambiamento, perché di solito vivono un situazione sociale che li avvantaggia. Inoltre sperimentano il decadimento fisico, inevitabile ma fronteggiato con le cure, molto costose per la collettività, che oggi sono disponibili e, in Italia, gratuite. Quando non si arriva più a fare le cose si vorrebbe essere aiutati. Da chi? Dai più giovani, naturalmente. Ma i più anziani sono il passato e i più giovani sono invece biologicamente lanciati verso il futuro.
Osserviamo popolazioni umane che sono fatte di giovani, di meno giovani e di anziani. Ideologicamente vorremmo fare di esse un popolo, cosa che richiede di comporre quelle pluralità di esistenze in una unità. Lo tentiamo anche nella nostra religione: ci concepiamo infatti come popolo unificato dall’idea religiosa. In questo probabilmente cerchiamo di correggere la natura, secondo le cui leggi la solidarietà intergenerazionale non c’è o c’è poco. In natura è legge la violenza e i più forti sottomettono ed emarginano, quando non uccidono, i più deboli, e questi ultimi sono di solito i più anziani. In religione vorremmo che fosse legge la biblica agàpe, come dire l’esperienza del mettersi insieme a pranzo con gli altri, idealmente con tutti gli altri, condividendo la gioia del pasto. Per farlo occorre però costruire dei legami, dei rapporti, un dialogo con coloro che vogliamo coinvolgere. Questo è piuttosto difficile tra i più anziani e i più giovani.
Non vorrei parlare dei giovani, ma con coloro che sono più giovani di me, diciamo la fascia generazionale 20-50 anni. E’ appunto per questo che, in via sperimentale, ho iniziato questo blog. Ma, per ora, mi manca quasi del tutto la materia essenziale per il dialogo, vale a dire persone di quell’età con cui discutere. Come padre ho il privilegio di poter parlare con le mie figlie, che appunto sono nella prima giovinezza. Avverto in loro il timore dell’esclusione sociale, di essere schiacciate dalle regole di una società di più anziani che non sembra avere bisogno di loro, per la quale loro sono semplicemente un problema. Di più non so dire, perché le persone non ci si può limitare a “figurarsele”, bisogna conoscerle veramente.
Da qualche anno ogni tanto ritorno sul pensiero di Giuseppe Mazzini, che fu un grande mobilitatore di masse giovanili. Andava contro quello che gli storici chiamano il “Regime Antico”. Incitava al cambiamento rivoluzionario. Vedeva l’Italia, popolo “giovane” come altri popoli dei suoi tempi, ad esempio quello polacco, schiacciata dal vecchio ordine. Pensava a un’Europa unita dall’amore, ma spingeva i più giovani alla violenza della guerra, anche della guerra civile, per cambiare. In tutt’Italia gli hanno dedicato strade e piazze, ma oggi, credo, non accetteremmo più quei metodi. Eppure probabilmente non ci sarà modo di fare spazio ai più giovani senza abbandonare alcune delle idee a cui i più anziani sono attaccati. Il problema è che, nelle società europee di oggi, la democrazia, che consente cambiamenti anche radicali con metodi non violenti, è dominata da maggioranze composte dai più anziani. Il problema si fa naturalmente più acuto in religione, dove non si pratica, se non in maniera residuale, la democrazia e in cui vige l’avanzamento sociale per cooptazione decisa dai più anziani, per di più solo maschi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli