Sentinella nella notte – Dossetti su Lazzati – mie riflessioni
Da “Una sentinella nella notte”, discorso in occasione della commemorazione dell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati [docente universitario e politico, membro dell’Assemblea Costituente, Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Servo di Dio - 1909-1986] tenuto da Giuseppe Dossetti nella sede dell’Associazione –Città dell’Uomo-, in Milano il 18-5-1994, in Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, Editrice Ave, 1996, euro 8,00.
Lazzati è sempre stato –ma in particolare negli ultimi anni della sua vita- un vigilante, una scolta, una sentinella che anche nel buio della notte, quando sulla sua anima appassionata di grande amore per la comunità credente poteva calare l’angoscia, ne scrutava con speranza indefettibile la navigazione nel mare buio e livido della società italiana.
Perciò mi pare che per lui e per la sua devota e ansiosa scrutazione possano valere le parole di un breve, e un po’ enigmatico, oracolo del libro di Isaia, inserito tra le profezie sulle Nazioni pagane (in questo caso, come formalmente precisa la versione dei Settanta, sull’Idumea oppressa dagli Assiri):
Mi gridano da Seir:
Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?
La sentinella risponde:
Viene il mattino, e poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!
(Isaia, 21, 11-12)
Una prima riflessione si può fare su questo testo. Non c’è nessun cenno al giorno precedente: ai suoi pesi, alle sue prove, ai suoi tormenti e alle sue speranze (se ce ne potevano essere). Chi interpella la sentinella, e la sentinella stessa, non si ripiega a considerare –tantomeno a rimpiangere- il giorno precedente.
Certo Lazzati non si faceva nessuna illusione, nei suoi ultimi anni su ciò che si stava preparando per la cristianità italiana. Chi ha potuto avvicinarlo, allora, avvertiva che la sua coscienza esprimeva un giudizio duro, su ciò che stava maturando per il nostro paese, appunto quello a cui stiamo assistendo ora dopo le ultime elezioni: non tanto lo sbandamento elettorale dei cattolici, ma le sue cause profonde, oltre gli scandali finanziari e oltre le collusioni tra mafia e potere politico, soprattutto l’incapacità di “pensare politicamente”, la mancanza di grandi punti di riferimento e l’esaurimento intrinseco di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente.
Perciò Lazzati, se posto di fronte agli ultimissimi accadimenti, non sarebbe stupito né si attarderebbe in vani rammarichi per l’improvvisa caduta dell’espressione politica del cattolicesimo italiano. Io sono sicuro che egli da anni la vedeva per scontata e quasi fatale: pur essendo ben convinto –e con quale vigore!- della validità in sé del patrimonio ereditato dal passato meno recente (anteriore alla prima guerra mondiale e da quello prefascista) e del passato più recente (soprattutto dei primi lustri del secondo dopoguerra). Tale eredità poteva annoverare una elaborazione culturale, forse modesta, ma vivace; un’opera di formazione vasta e costante, di quadri e di masse; sforzi organizzativi appassionati e perseveranti; e soprattutto tanta fede e tanta speranza e tanti sacrifici di persone umili e realmente disinteressate; e infine, alcuni momenti forti di mediazione civile e politica riconosciuta da molti come valida.
A questa eredità si ricollegava Lazzati e l’ha anche gestita e arricchita di suo. Ma non credo che oggi, dopo tanta dissipazione che ne è stata fatta per leggerezza e per disonestà diffusa, egli si attarderebbe a insistervi o per lo meno non direbbe che il problema si riduce principalmente a rivendicare con energia il patrimonio passato e ad avere l’orgoglio delle proprie ragioni.
Mie osservazioni
Da ragazzo non ero affezionato al quartiere in cui vivevo, appunto questo stesso di Montesacro – Valli, né alla sua parrocchia. La mia famiglia proveniva da Bologna e, per molto tempo, qui a Roma si sentì come straniera. A San Clemente papa ricevetti la Prima Comunione e la Cresima, ma sapevo di essere stato battezzato altrove. Alla fine mi radicai più nella vicina parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, dove c’erano gli scout dell’ASCI. Poi nella parrocchia della mia fidanzata, che in seguito divenne mia moglie, San Saba all’Aventino, dove mi sposai, nel 1988.
E’ solo con la malattia, che mi colpì nel 2001 e che ridusse a lungo le mie capacità di spostamento, che cominciai a riflettere su questo fatto, che la nostra parrocchia, dove mia mamma aveva a lungo prestato servizio come catechista dei fanciulli che si preparavano alla Prima Comunione, mi era divenuta estranea. In definitiva anche il quartiere stesso lo era diventato. Solo per breve tempo, da bambino, era stato il mio mondo. Mia madre, una volta rimasta vedova, nel 1986, si era trasferita a Palestrina, dove svolse per circa vent’anni il servizio di collaboratrice laica presso la sede di una nuova famiglia religiosa.
Eppure le mie figlie avevano ricevuto, come me, la Prima Comunione e la Cresima nella nostra parrocchia e la secondogenita anche il Battesimo. Ma, fino all’esordio della mia malattia, non avevo pensato che sarei rimasto nel quartiere molto a lungo. Pensavo che la mia permanenza sarebbe finita dopo un certo tempo, come quella, durata un anno e mezzo, nel quartiere di San Saba. Di solito nel mio lavoro, ad un certo punto ci si trasferisce in altra sede per cominciare a svolgere funzioni dirigenziali. La malattia, ora in remissione, mi ha invece lasciato un po’ acciaccato e radicato qui, nelle “Valli”.
Nel frattempo, sulla vecchia chiesa parrocchiale situata in quella che nel progetto originario degli anni Cinquanta doveva essere la cripta, era stato costruito il nuovo edificio di adesso. I sacerdoti non erano più quelli di quando ero ragazzo. Conoscevo poco la gente della parrocchia. Certe cose della parrocchia e del quartiere mi erano familiari e altre erano cambiate. Ad esempio, il supermercato vicino alla parrocchia, su via Val Padana, era rimasto lo stesso, anche se aveva cambiato più volte nome. I pini su via Val Padana, che quando ero piccolo erano poco più alti di mio padre, si innalzavano ora fino ai piani più alti dei palazzi intorno. In parrocchia, nelle sale dove io giocavo a “calciobalilla” si faceva catechismo. Non c’era più l’asilo delle suore. Non c’era più lo stuolo di “chierichetti” del quale anch’io, da bambino, avevo fatto parte. Non c’erano più gli adolescenti di Azione Cattolica, che chiamavano “Aspiranti”. Le amiche di mia madre, che con lei erano state catechiste, si erano fatte anziane.
Nell’omelia della Messa di oggi don Jim ha detto che la fede ha bisogno degli altri. E’ vero. Per questo, quando ho capito che la vita mi riportava stabilmente nel quartiere della mia infanzia, sono entrato in Azione Cattolica, nel gruppo di San Clemente Papa, con tutta la mia famiglia. Gli anni di militanza in FUCI, gli universitari cattolici, e nel MEIC, organizzazione ora autonoma ma un tempo parte dell’Azione Cattolica, associazione della quale ancora faccio parte, mi avevano reso familiare il metodo dell’AC. Aderire all’AC parrocchiale ha anche significato riprendere contatti più stretti con la parrocchia del quartiere dove vivo e con il quartiere stesso.
Entrando nell’AC parrocchiale mi sono reso conto che c’è un lavoro da fare, nel mio stesso interesse. Nel gruppo è rimasto il nucleo storico dei tempi passati, molto determinato, costante e vivace, ma si è perso il contatto con le generazioni più giovani. Il ruolo e il “peso” dell’AC nella parrocchia è diverso da quello di quando ero bambino. Ad esempio non abbiamo più una nostra stanza. D’altra parte siamo diventati molti di meno di una volta. Da che cosa è dipeso? Si possono pensare a diverse cause. Fondamentalmente l’esperienza di AC era espressione di un impegno dei cattolici in democrazia, in quello che in gergo teologico viene detto “il temporale”, che è venuto calando nel tempo. E questo proprio quando più forte veniva l’appello a rinnovarlo, dopo che, con il Concilio Vaticano II, era stato rivisto lo statuto dei laici credenti riconoscendo loro sia maggiore autonomia sia maggiori responsabilità. E’ un po’ la “notte” a cui fece riferimento Dossetti nel discorso del quale sopra ho trascritto un brano. C’è una generalizzata sfiducia nella possibilità di cambiare il mondo con i metodi della democrazia. Questo riguarda anche i fedeli. Allora si finisce per vivere la fede più che altro nella propria interiorità; tuttavia distaccandosi dal rapporto vivo con gli altri credenti e con l’azione nella società anche la fede lentamente si attenua e finisce per manifestarsi solo in occasione di particolari occasioni liturgiche. Si perde, via via, quello sguardo soprannaturale che ci fa intuire religiosamente la possibilità di un futuro migliore per tutti. La vita familiare e professionale del resto occupa gran parte del tempo delle persone tra l’entrata nel lavoro e la pensione. Ed è’ difficile, da isolati, insinuare nel ritmo delle ordinarie occupazioni una liturgia “feriale”, quella che si svolge di giorno in giorno, ora per ora, come nelle civiltà contadine era quella scandita dal suono della campana della chiesa madre del paese rurale.
Chi si ricorda del passato si rende conto della differenza con la situazione di oggi. Ma bisogna rendersi conto che nel succedersi delle generazioni è naturale che qualcosa vada perso e vada ricostituito, rinnovandolo creativamente. Non resta che ripartire. Il tempo lo abbiamo. Non c’è fretta di arrivare. Non si lavora per scadenze immediate. In una visione religiosa delle cose non tutto dipende dallo sforzo personale. Non credete?
Per quanto mi riguarda sono agevolato da questa considerazione: le cose oggi a Roma vanno molto meglio, in genere, di quando ero adolescente, nei tremendi anni ’70. E questo anche se nel nostro quartiere e in quelli vicini sono ancora vivi germi di violenza che in quel passato, ormai lontano, produssero anche crimini efferati, oltre che un diffusa insicurezza pubblica. Insomma, per me il passato non è migliore dell’oggi.
C’è molto spazio per la nostra inventiva. Come gruppo locale di AC ci compete la responsabilità di capire le vie migliori per agire, in relazione alle particolarità della società in cui operiamo, della situazione locale in cui viviamo. Non dobbiamo aspettarci di trovare dall’alto, dal centro, ricette di sicuro successo. Ogni iniziativa deve essere concepita, da principio, come sperimentale: si prova e si vede che succede. Se non va, si cambia e si prova altro.
Discutendo con le mia figlie mi pare di aver capito che una delle cause di allontanamento dalla parrocchia sia stata costituita da certe pratiche di spiritualità sentite come troppo invasive nei riguardi della personalità altrui. Colpevolizzare eccessivamente i riottosi, gli indecisi e gli incostanti spesso ne provoca l’allontanamento precoce. In questo il metodo democratico praticato, e anche proclamato statutariamente, dall’AC può costituire un antidoto. Esso, rispettoso dell’interiorità degli interlocutori, non si propone di “rifondare” a breve la vita degli altri somministrando regole di vita precostituite, ma comporta innanzi tutto di ascoltare gli altri, senza pregiudizi, valorizzando le esperienze positive che ognuno di loro può portare alla luce di certi principi. Poi viene il dialogo, il confronto, nella consapevolezza di non “possedere” la verità, ma di doverla pazientemente ricercare insieme agli altri, in concreto, nella pratica della vita quotidiana. Sento parlare molto di annuncio e di catechesi, proposte in fondo unidirezionali, e quasi mai di dialogo. Eppure è proprio nel dialogo che si interagisce con gli altri, rendendoli amici da estranei che erano.
19-2-12
Mario Ardigò – AC San Clemente papa – Roma, Montesacro, Valli