Edmondo Soave, “Mons. Giuseppe Vairo- il sequestrato di Dio”, Osanna, Venosa 2011
“desideratur amplior Ecclesiae prospectus”, si desidera una visione più ampia della Chiesa. Così Giuseppe Vairo, semisconosciuto vescovo calabrese da poco approdato ad una minuscola diocesi appulo-lucana (etichetta geografica che suona quasi come un ironico compendio del più profondo mezzogiorno d’Italia!), cominciò il proprio intervento prendendo la parola nella XXXIII Congregazione Generale (noi diremmo: adunanza plenaria) del Concilio Vaticano II.
Sotto l’ornata volta della Basilica di San Pietro era il 4 dicembre del 1962 e la discussione all’ordine del giorno si preannunciava tra le più spinose. I Padri avrebbero dovuto lavorare alla definizione stessa della Chiesa universale (contenuta nello schema “de Ecclesia”, appunto): base di partenza, il testo predisposto dal Card. Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio.
Mons. Vairo cominciò in sordina, esprimendo un “placet iuxta modum”, ovvero una sorta di sì con riserva; da lì, condusse la sua argomentazione verso una critica sempre più netta, sempre più radicale ad un testo che sentiva troppo stretto. Desiderava “un approfondimento del rapporto tra Chiesa pellegrina e Chiesa celeste”, scrive G. Ruggiero nella Storia del Concilio a cura di G. Alberigo; nello svolgimento del proprio discorso ebbe modo di rendere omaggio ai propri maestri ideali, i pensatori della nouvelle Théologie, e citò un passo di San Cipriano, tratto dal De Oratione Dominica: “de unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata”. L’espressione, con quel “de unitate” quasi intraducibile per impressionante profondità di significati, condensava per Vairo una visione complessiva della Chiesa, indissolubile unità di coloro che formano in Cristo una sola cosa, perfetta comunione che sarà la Gerusalemme celeste. E’ la Chiesa con il suo carisma “universale e sociale”, che rispecchia e modella nella sua unità quella, appunto, delle Persone della Trinità.
Fu una citazione destinata ad avere immensa fortuna se è vero, come ci racconta Edmondo Soave appoggiando la sua narrazione ai più autorevoli storici del Concilio, che i successivi lavori di ridefinizione radicale dello schema “de Ecclesia” la tennero ben presente; facendo sì che un tenue, ma sicuro riverbero di quell’intervento dell’oscuro pastore meridionale si possa ancor oggi cogliere nel documento poi redatto a partire dalla bozza preparata dal teologo di Lovanio Philips, “perito” del Card. Suenens; il documento che oggi chiunque professi la fede in Cristo dovrebbe aver letto e conoscere, e che comincia con le parole “Lumen Gentium”.
Chi era l’oscuro vescovo di Gravina – Irsina che desiderava una visione più ampia della Chiesa? E’ a questa domanda che risponde l’opera di Soave, un libro che non è agevole far rientrare nei canoni più classici del genere biografico. Le dense pagine dedicate alla partecipazione al Concilio di Mons. Vairo non cadono fisicamente a metà del volume, ma idealmente ne rappresentano il centro: la prospettiva del Concilio è infatti il perno, l’orizzonte, il termine di paragone verso cui convergono e dalla quale si dipartono tutte le esperienze della lunga vita pastorale di Giuseppe Vairo.
Intendiamoci: una biografia, di per sé, non è poca cosa, e, se anche “Il sequestrato di Dio” fosse solo il fedele racconto della vicenda terrena del suo protagonista, non sarebbe lecito sottovalutarlo. Rientrerebbe nel genere antico dell’ exemplum, nella feconda tradizione degli “specchi” di santità (ancora, in un’accezione conciliare: la santità come chiamata universale, non come eccezionalità semi-leggendaria), le “vite”, insomma, che da sempre indicano ai cristiani attraverso quali vie concretamente si realizzi nella storia una vicenda di testimonianza integrale e credibile del Vangelo.
Nelle pagine del libro di Soave – che scrive da giornalista vero, con passione, semplicità e chiarezza, senza mai cedere a toni pretenziosi o al burocratico, meccanico elogio dell’ “eroe” – c’è anche questo: lo snodarsi a volte tormentato, non sempre compreso di una esistenza di autentico pastore. Giuseppe Vairo nacque a Paola il 24 gennaio 1917 e morì nel 2001 a San Giovanni Rotondo, dove si trovava ricoverato in ospedale. Da tempo, però, ormai viveva nell’ “Oasi San Gerardo Maiella” di Muro Lucano, una struttura per anziani.“Un vescovo all’ospizio”, lo definisce l’autore, e si resta colpiti leggendo degli ultimi giorni vissuti portando fino in fondo una scelta di fedeltà evangelica, fino al punto in cui essa giunge a declinarsi come povertà estrema, anche materiale, e come vicinanza in tutto agli ultimi nella sofferenza e nella solitudine: gli anziani soli.
Mons. Vairo non aveva voluto creare legami d’interesse materiale con una famiglia verso la quale pure portava molto affetto; così come non aveva voluto imporre soluzioni più “prestigiose”, sollecitando l’accoglienza (che pure gli sarebbe stata dovuta) di strutture della diocesi di cui era emerito.
Al contrario, aveva preferito farsi piccolo, bussare alla porta di una casa di riposo religiosa, come tanti anziani del suo meridione. Uomini e donne rimasti senza molti mezzi e senza le reti di protezione familiare spazzate via dalla contemporaneità. Aveva scelto di rimanere in Basilicata, la terra d’adozione di cui aveva guidato, l’una dopo l’altra, la maggior parte delle diocesi. Da ultimo, divenuto metropolita di Potenza, dalla antica Cattedra di San Gerardo si era trovato a gestire il momento forse più drammatico della storia recente della regione, il terribile terremoto del 1980. E, dopo il sisma, aveva affrontato gli anni difficili della ricostruzione, i momenti vorticosi di un nuovo sviluppo spesso disordinato, il crepuscolo di una DC da sempre largamente maggioritaria in Lucania.
La sua formazione umana e sacerdotale era stata tutta a sfondo calabrese. A Paola, la città natale, era cresciuto negli ambienti di Azione Cattolica e nel clima del tardo fascismo, poi della guerra e dei primi anni del dopoguerra. Sempre nella stessa cittadina - ricca di memorie del Santo omonimo-, pur non essendo mai entrato direttamente in contatto con gli ambienti della grande cultura europea contemporanea, Vairo aveva letto avidamente i capolavori di quel ricchissimo pensiero di rinnovamento teologico che, partito dalla Francia e dal Belgio, conquistava e contagiava una Chiesa ed un’intellettualità credente ansiosa di mettere in nuovi recipienti l’acqua della Grazia, per usare la nota espressione di Urs von Balthasar.
Fra la Calabria, la Roma conciliare ed il lungo peregrinare del pastore mite e appassionato in mezzo alle montagne aspre di una Lucania investita dall’onda di risacca del Novecento, le pagine del libro di Soave accompagnano l’andare di Mons. Vairo. Si soffermano sugli snodi più ardui della sua missione sacerdotale: il confronto col fenomeno del dissenso, vissuto con spirito di profonda carità, anche quando al minuto vescovo si contrapposero atteggiamenti ed esperienze naufragate nell’eccesso, personaggi che altri non avrebbe esitato a condannare da subito senza appello; l’intenso lavorio per interpretare le ansie di rinnovamento del suo popolo e per vincere le diffidenze e le nostalgie di un laicato che aveva vissuto la sua ora di gloria (e non era stata poca cosa) con la militanza rocciosa nell’ AC dei tardi anni ’40 e primi ’50; la non semplice gestione dei rapporti fra il mondo della fede e quello di una politica avviata verso il suo epilogo. “Era un uomo di Dio”: così lo ricordano ancora i suoi severi e per solito diffidenti fedeli potentini, e così potrebbe ripetere il lettore alla fine della narrazione. Anzi, come dice il titolo, il “sequestrato” di Dio: ostaggio di una passione intensissima per la chiamata sacerdotale.
Ma, come si diceva prima, nell’opera di Soave non c’è solo la biografia. Diversi piani di lettura si intrecciano congiungendosi nel nodo centrale dell’idea della Chiesa e della sua missione.
Attraverso gli occhi, le parole e le opere di Mons. Vairo veniamo condotti lungo diverse tracce di significato: innanzitutto, emerge una compiuta panoramica sulla Chiesa meridionale, prima ancora che nello specifico lucana e potentina. Nel tratteggio di Soave si fronteggiano le diverse anime di un’Istituzione al crocevia: il passato più remoto, ma non ancora lontano, diviso tra pietà popolare e formalismo devozionale; un immediato ieri di lotta contro i nemici esterni, spesso condotta con toni vicini alle passioni politiche; un presente di trapasso verso un annunzio rinnovato, verso approdi incerti ma affascinanti.
In secondo luogo, ma con ben maggiore importanza, al lettore si propone una ricerca su vaste categorie ecclesiologiche, rese sorprendentemente vive dal filtro dell’esperienza di vita esemplare di Giuseppe Vairo.
La sua proposta intellettuale e pastorale ci giunge, così, non solo con la forza della testimonianza concreta dei gesti, della pietà, dell’integrità, ma anche e soprattutto con l’intensità delle parole; con i contenuti profondi, spesso complessi, ma mai astrusi del magistero. Nella intuizione e nel lavoro episcopale di Mons. Vairo si respira dappertutto una scelta fondamentale, che dalle pagine del “sequestrato di Dio” si fa proposta attualissima per il credente di oggi: la scelta di fedeltà integrale alla svolta conciliare, al suo messaggio ancora tutto da esplorare nella sua ricchezza, alla sua chiamata pressante verso una sequela sempre più autentica del Redentore.
Giulio Stolfi