domenica 12 febbraio 2012

Invito alla lettura: Pietro Scoppola – Un cattolico a modo suo

Invito alla lettura: Pietro Scoppola – Un cattolico a modo suo

   Vi presento il libro di Pietro Scoppola Un cattolico a modo suo, del 2008, edito da Morcelliana e disponibile in libreria ad € 10,00, pagg.126. E’ l’ultima opera dello storico del movimento cattolico democratico e politico. Scritto durante l’ultima fase di una grave malattia, fu pubblicato postumo. L’autore volle descrivere l’itinerario che lo aveva condotto “non ad abbandonare la fede, ma a ripensarla in maniera molto incisiva” ed esporre il risultato di questa sua evoluzione di pensiero.  Fu convinto che “La società è in indubbia trasformazione, ma  [anche] i cristiani non sono una realtà stabile e fissa, cambiano anch’essi. Cambia persino il modo di sentire, di vivere l’esperienza di fede, cambia il modo di esprimerlo”. Da giovane studente dei gesuiti dell’Istituto Massimo aveva fatto l’esperienza della fede come qualcosa di solidissimo e indiscutibile, un “ponte a tre archi”, fondata sulla dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, sulla dimostrazione storica dell’esistenza e della divinità di Cristo, sulla Chiesa dotata di pieni poteri in quanto voluta da Cristo. Ad un certo momento, a diciassette anni, uscendo dal liceo poco prima degli eventi della liberazione di Roma, si  era trovato disorientato, aveva avvertito i limiti della sua formazione: ll suo “era un cristianesimo privo di spessore storico, non incarnato culturalmente. Quel “ponte” era crollato, ma non era crollata la fede. Scoppola conclude che “evidentemente c’erano altre ragioni, altri motivi per credere”, da ricercare innanzi tutto nelle radici familiari. Alla base della sua fede vi era stata la vita religiosa della madre, che lo aveva catturato nella sua emotività. Poi era venuto l’insegnamento liceale dei gesuiti. Poi i dubbi, che erano rimasti ma diventando parte del suo stesso modo di credere.
A quel ponte crollato di cui dicevo non ho sostituito un più solido viadotto di cemento armato,  ma sono sceso giù, sul terreno impervio che ponte e viadotto avrebbero voluto scavalcare, e l’ho percorso con fatica.
  Per Pietro Scoppola la decisione di fare lo storico fu, prima che la scelta di una professione, la ricerca di un’identità: “Viva era l’esigenza di cercare e definire la propria identità culturale e politica e anche di approfondire l’identità religiosa di fronte ai mille problemi e dubbi che il confronto dei cattolici con la democrazia suscitava”. Occorreva, con un approfondito lavoro di cultura,  rendere “i cattolici ancor più consapevoli delle loro responsabilità religiose ma, perciò, anche capaci di un atteggiamento libero da ogni tutela”. Occorreva superare, dall’interno della teologia cattolica, la frattura storica tra Chiesa  e libertà (di coscienza, di pensiero ecc.).
  In sostanza io cercavo per me e per i miei studenti la risposta  a due domande fondamentali che condizionavano allora e condizionano ancor oggi il rapporto della Chiesa con la libertà da un lato e con la democrazia dall’altro: se una è la verità e la Chiesa ne è depositaria, come è possibile l’accettazione da parte della Chiesa stessa di un regime in cui è garantita a tutti la professione delle proprie idee e convinzioni religiose? E, di conseguenza, come è possibile che la Chiesa accetti un regime in cui sulla base del consenso liberamente espresso si definisce ciò che è giusto o ingiusto sul piano dei comportamenti pubblici e privati a prescindere dal giudizio della Chiesa in materia morale?
  Per la sua posizione sul referendum del 1974 in cui si doveva decidere se mantenere in vigore la recente legge che introduceva la possibilità di divorzio in Italia (imporre con la forza del numero un modello di matrimonio così alto come quello che viene dalla tradizione cristiana gli era parsa una forzatura inaccettabile) fu attaccato duramente dall’Osservatore Romano e diede le dimissioni da membro del comitato promotore del convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana. Tuttavia il papa Paolo 6° dispose di respingerle osservando che Scoppola era un cattolico un po’ a modo suo, ma che era bene che rimanesse.
 La sua riflessione sui temi del rapporto tra fede cattolica e democrazia proseguì nel corso della sua esperienza politica: nell’associazione Lega democratica, nell’Assemblea degli esterni della Democrazia Cristiana (1981) e con il mandato parlamentare come senatore (1983-1987).
  Scoprì l’importanza che il primato della coscienza aveva sempre avuto nella dottrina della Chiesa. Nel Concilio Lateranense 4°, del 1215, si era statuito che “ciò che va contro la coscienza porta alla geenna”. Il principio si ritrova nella Epistula ad Anastasium Imperatorem del papa Gelasio I (492-496), ma anche in San Tommaso e in San Bonaventura. Così come nella Lettera al duca di Norfolk, del card. John Henry Newman (1801-1890). Scrive Scoppola:
  E’paradossale che il primato della coscienza sia stato negato e calpestato dalla Chiesa in innumerevoli circostanze storiche e comunque lasciato in ombra sul piano dottrinale sicché il principio di libertà di coscienza finisce con l’affermarsi in Europa non ad opera della Chiesa ma contro la Chiesa. […] Penso che la garanzia della fedeltà della Chiesa alla sua missione sia affidata molto più alla vita di fede dei suoi fedeli, dei suoi testimoni, dei suoi santi (proclamati tali o no: poco conta!) che alla custodia di una dottrina. […] C’è dunque questa corrente di fede, questa storia di fede, nella quale siamo inseriti: non si crede da soli; si crede dentro una comunità credente, una comunità orante. Così il mio credere, senza negare nulla della dottrina tradizionale, si poneva su un terreno diverso: non era la conclusione di una prova, ma il frutto di una scelta motivata e consapevole, quella dell’appartenenza appunto e dello stare liberamente dentro una grande corrente di fede…c’è una scelta che ha una sua razionalità e un suo fondamento ma che resta una scelta …la partecipazione all’esperienza umana di un popolo credente diventava il punto di appoggio e la garanzia della mia fede. Tutto restava valido ma tutto perdeva di rigidità. Il mio punto di approdo, mi preme sottolinearlo era la Bibbia. La mia fede oggi la sento legata alla Bibbia … La scoperta del Libro è stato il grande dono che ci ha fatto il Concilio Vaticano II. Questo dono non ci può essere tolto.
 Di seguito, nel libro, Scoppola si interroga su che cosa è stare nella Chiesa. Bisogna rendersi conto che nella Chiesa c’è una storia, c’è uno sviluppo. Scrive Scoppola:
 Si dice: c’è il Concilio, c’è la “Dignitatis humanae” [dichiarazione sulla libertà religiosa, approvata durante il Concilio Vaticano II e promulgata nel 1965] ma c’è anche il “Sillabo” [elenco di proposizioni condannate, tra cui quella che sosteneva la libertà religiosa, promulgato da Pio 9° nel 1864 con l’enciclica Quanta Cura] e sono sullo stesso piano nel magistero della Chiesa. No, non si può dire così. Certo che c’è anche il “Sillabo” nella storia della Chiesa, ma c’è un pensiero, c’è un magistero che ha interpretato, che ha superato il “Sillabo” e che è arrivato alla “Dignitatis humanae” …  ll Concilio non cancella il passato ma lo interpreta, e non si chiude al futuro… [è] una Chiesa che cresce, che matura…Un modo di intendere l’autorità deve morire, deve essere superato. Ma io resto convinto della necessità che ci occupiamo della  Chiesa, perché nonostante tutto, nonostante i tradimenti, nel corso dei secoli, la Chiesa rimane l’elemento portante o almeno un elemento portante di quella corrente di fede di cui siamo parte viva…non ci può essere vera democrazia se prima non c’è riforma religiosa, un modo di intendere la vita religiosa adeguato alle responsabilità che la democrazia richiede.
 Contrariamente alle previsioni, osserva Scoppola, la religione ha assunto un rilievo crescente. Tra la fine degli scorsi anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta è stata un elemento rilevante per la fine del comunismo. La Chiesa cattolica è divenuta una potenza di pace sul piano internazionale. Nello stesso tempo sono continuati i processi di secolarizzazione, che non escludono un’incidenza del fattore religioso, seppure in forme nuove rispetto al passato. Si assiste a una presenza rinnovata della Chiesa cattolica nella società secolarizzata di fine millennio: l’offerta religiosa si diversifica “legittimando varie e talvolta assai diverse espressioni dell’esperienza religiosa”. Perché questa nuova presenza sociale sia elemento di convivenza e non di lacerazione occorrono però due condizioni: l’accettazione della laicità degli stati, quale condizione della libertà religiosa mediante la distinzione e autonomia reciproca (non ostilità, né indifferenza) della realtà delle istituzioni pubbliche e di quella delle religioni, e il dialogo interreligioso nella società pluralista di oggi.
 E’ più facile vivere nelle certezze, senza dubbi, che vivere continuamente con il rovello della ricerca, del dubbio, del dialogo con chi la pensa diversamente, osserva Scoppola. Eppure, scrive, “Dio permette che gli uomini commettano qualunque orrore senza una risposta diretta ed inequivocabilmente da parte sua […] E’ molto difficile pensare che la volontà di Dio sia semplicemente quello che accade […] se si accetta l’idea che quello che accade non è necessariamente la volontà di Dio […] allora ne deriva che la volontà di Dio…è qualcosa che dobbiamo inventare e costruire giorno per giorno, ora per ora […] Penso che il fatto di credere, di avere una visione escatologica, non ci esoneri affatto dalla condizione umana e quindi dal condividere il senso dell’assurdo che è in noi.”
 Inserito da: Mario Ardigò - AC San Clemente Papa - Roma, Montesacro, Valli