lunedì 23 febbraio 2026

Organizzare la sinodalità 5

 

Organizzare la sinodalità – 5

 

  Ogni ambiente sociale ecclesiale può sostenere un particolare tipo di sinodalità. Prima di iniziare a lavorarci sopra,  è necessario quindi capire quale sia.

  In una parrocchia a questo non si pensa, di solito. Si pensa ad un’offerta di attività organizzate e si vede chi ci sta, chi ci viene. Si lavora con quelle persone, e le altre le si lascia perdere. Di tanto in tanto compariranno, per una qualche liturgia particolare, per celebrare una ricorrenza della vita, per portare una figlia o un figlio al catechismo. Ma non si avvicineranno più di tanto.

  Circa ottomila persone, ho stimato, gravitano intorno alla  nostra parrocchia per le loro esigenze religiose, circa un migliaio si presentano regolarmente ad un qualche tipo di liturgia, in prevalenza le persone più anziane e quelle che hanno figlie e figlie nelle età della fanciullezza o della prima adolescenza, non più di trecento frequentano anche altre attività organizzate in parrocchia e poche decine, preti compresi, sono impegnate in attività sinodali in senso lato, che prevedano un’effettiva partecipazione, in qualche modo. Al dunque, la parrocchia è proprio, in realtà, quelle decine di persone, e solo quelle. Le altre sono gente che viene e che va, che a stento si riuscirebbe a ricordare. Non un grande risultato, obiettivamente. Eppure sono sicuro che i preti arrivano sfiniti al termine delle loro giornate. Questo perché il circolo della sinodalità è troppo ristretto.

  D’altra parte, allargandolo, si rischia di perdere il controllo di quello che si fa e che allignino le stranezze misticheggianti che sempre si manifestano in religione, e che non di rado sono anche incoraggiate, perché tutto sommato è il modo più semplice per mantenere un collegamento con la gente. In effetti, nonostante tutta la pretesa secolarizzazione della nostra società, il sacro affascina ancora. La gente accorre, diventa folla, intorno a certe realtà aumentate inscenate evocando il sacro.

  L’altro giorno in televisione, in una trasmissione da Assisi, dove c’è l’ostensione di ossa attribuite a san Francesco, un frate, rispondendo ad una domanda di una giornalista, si è definito “specialista del sacro”. Se lo dice lui, sarà come dice, ho pensato, ma non so quanto questo abbia poi a che fare realmente con l’evangelizzazione.

  La sinodalità richiede qualcosa di più profondo e di più ancorato alla realtà. Però a questo non si è formati, né da piccoli, né da grandi. Si viene in chiesa per sentir parlare del sacro, per vederlo agire nelle liturgie, per contemplarlo nell’architettura e negli arredi. Se ne è coinvolti emotivamente finché dura la messa in scena e poi si torna con i piedi per terra.

  Io comincerei dal chiedermi: c’è in parrocchia gente che ha esigenze di sinodalità e che ha il profilo e le competenze necessari per viverla? Temo che l’indagine potrebbe demoralizzare. Tutto sommato alle persone sta bene che la chiesa sia il luogo dove si va a sentire il prete e lasciar fare tutto a lui. L’impegno costa tempo e fatica, il tempo è poco soprattutto nelle età centrali della vita, in cui si arriva a sera piuttosto stanchi.

 Il  Consiglio pastorale parrocchiale  dovrebbe essere l’organismo che stimola e sorregge la sinodalità, vivendola prima di tutto al suo interno. Da noi, come in molte altre parrocchie, è caduto in desuetudine, così come quella sorta di suo doppione, in teoria più dinamico e agile, che è l’equipe pastorale. Questi due organismi potrebbero cominciare con l’organizzare audizioni della gente per intercettare le sue esigenze e le sue capacità di sinodalità e anche una vera e propria scuola di sinodalità, in cui cominciare a farne tirocinio.

  L’obiettivo potrebbe essere quello di indurre e sostenere una rete parrocchiale di circoli sinodali, nei quali cominciare ad andare oltre la semplice partecipazione passiva, quando si va per ascoltare e al più per ripetere preghiere secondo un copione scritto in altra sede.

  In un circolo sinodale, come lo stesso Consiglio pastorale parrocchiale può iniziare ad essere, si porta la propria vita a contatto con una fede condivisa, mentre adesso rimane in genere fuori, o meglio solo dentro di sé.

  Così poi ci si può orientare sul da farsi decidendo insieme e dividendosi i compiti, senza che tutto ricada sulle spalle del prete. Non tanto per quello che c’è da fare in parrocchia, ma per ciò che conviene fare fuori, nella società civile intorno. Un circolo sinodale può diventare in tal modo  una importante istituzione per l’orientamento personale, qualcosa che va anche sotto il nome di mondo vitale, perché dà senso alla vita.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli