Organizzare la sinodalità – 3
Quando si pone mano a qualsiasi cosa nella
nostra Chiesa ci si trova davanti ad ostacoli apparentemente insormontabili, a
meno che non si rimanga allo stato delle consuetudini e frequentazioni informali.
La nostra struttura istituzionale
ecclesiastica è assolutistica e a me qui non interessa minimamente discuterne
la legittimazione e la fondatezza teologica. Non sono, non voglio essere, non
voglio essere considerato qualcosa di simile a un teologo. Anche se avessi in
qualche misura una competenza sufficiente, e non l’ho, rifiuterei l’ufficio di
teologo, pur consapevole che, come tanti altri mestieri necessari ma spiacevoli,
esso ha una sua ragion d’essere in ambito ecclesiastico. Ma a causa delle
teologie si è fatto tanto male, vi sono state violenze così efferate, e a questo
sono state portate di volta in volta tante giustificazioni, perché io possa in
coscienza anche solo considerare l’idea di spacciarmi per qualcosa di simile a
un teologo, almeno fino a che la comunità scientifica dei teologi non farà i
conti veramente con tutto quell’orrore che permea la storia fin dalle origini. Fatto
sta che lo strumento principale dell’assolutismo ecclesiastico è proprio la
teologia.
Non si può aprir bocca nella nostra Chiesa senza
che l’armamentario teologico reagisca per chiudertela.
In Italia la partita s’è chiusa con l’unità
nazionale, a lungo scomunicata dal Papato romano, espellendo la teologia dalle
università statali. E’ stato osservato che così, però, si è costretta la
teologia cattolica sotto il giogo dell’assolutismo ecclesiastico. Nelle Università pontificie, istituzioni di grande valore
propriamente scientifico, anche nelle discipline teologiche, la vita mi pare
sempre un po’ precaria: basta una parola di un gerarca a cancellarti e
tacitarti.
Così è e non dobbiamo aspettarci che cambiamenti
avvengano a stretto giro, come si dice. Ad alcune persone questo rassicura,
vale a dire che la nostra Chiesa sia indietro di trecento anni, come riteneva
una nostra grande anima, il caro Carlo Maria Martini, perché andando così lenti
non si rischia di essere sballottati qui è là dalle mode del momento. Io
osservo che questa arretratezza, che si è fatta selettiva, perché riguarda più
che altro ogni questione in cui è coinvolto l’esercizio del potere ecclesiastico,
ha fatto soffrire tanta gente di valore, con uno sconsiderato spreco di risorse
umane.
Ma come tenere tutto insieme senza questo giogo
dell’assolutismo ecclesiastico? Ad un certo punto è sempre servito, mi ha obiettato un amico in
una degli scorsi incontri del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Non c’è
altro modo per gestire la complessità dei sistemi che l’ordine gerarchico. La
storia lo dimostra chiaramente, fin dall’antichità.
Osservo, però, che conviene partire da questo
punto: da vent’anni si cerca di rivitalizzare le Chiese in Italia, in
particolare richiamando ad un maggiore impegno le persone non legate a
particolari condizioni di vita ecclesiastiche, vale a dire i più, e non ci si
riesce. Con il regno di papa Francesco si è pensato di farlo stimolando una
sinodalità ecclesiale in un modo che non c’era mai stato in passato, vale a
dire estendendola a tutti gli ambienti e a tutte le persone, quale che sia il
loro stato ecclesiastico.
Un anziano gerarca ecclesiastico, che ha dominato
in Italia al tempo di quello che alcuni storici della Chiesa hanno iniziato a
definire un lungo inverno, durato all’incirca del 1985 al 2005, addirittura
più o meno una generazione, ha detto che, così facendo, quel Papa non ha tenuto
sufficientemente conto della tradizione. E come dargli torto? Ma che triste e
feroce tradizione è stata quella dell’assolutismo!
Una
volta che ci si è decisi per questa sinodalità (ampiamente praticata nelle
altre Chiese cristiane), si può passare oltre alle questioni teologiche,
dandole per risolte (si è espressa anche la Commissione teologica
internazionale), e si può passare all’aspetto pratico, che è molto importante,
perché è inutile teorizzare di sinodalità prima di averla messa in pratica
sulla base del semplice, evidente, principio dell’agàpe evangelica.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli