mercoledì 31 dicembre 2025

Progettare la sinodalità totale

 

Progettare la sinodalità totale

 

  Lasciando ai teologi la metafisica della sinodalità ecclesiale, quest’ultima può essere definita la forma di convivenza ecclesiale nella quale si può aver parte in ciò che ci riguarda a condizione di non fare a meno di nessun altro. È chiaro che si tratta in genere di un obiettivo conseguibile solo parzialmente, e, anzi, in misura piuttosto ridotta. Ma ci si può provare a farne tirocinio.

 La sinodalità richiede di avvicinarsi molto, ma di solito le persone non lo sopportano più di tanto. Si cerca di non saturare completamente le capacità cognitive che sorreggono l’amicizia, che negli esseri umani sono piuttosto limitate, secondo i risultati sperimentali dell’antropologo inglese Robin Dunbar sufficienti per relazioni forti con sole circa 150 persone. Gruppi più numerosi vengono strutturati mediante miti, riti, religioni, diritto e non richiedono di avvicinarsi molto e solo nel quadro di procedure ritualizzate.

 Attuare forme di sinodalità al di fuori di piccoli gruppi, vale a dire quelli che comprendono una trentina di persone, richiede di integrarle con il diritto e, attraverso la teologia, con religione e miti. Per questo, nel documento finale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, concluso l’autunno dello scorso anno, il 24 ottobre 2024, si è raccomandato di dare avvio a riforme del diritto canonico.

 

Paragrafo 94. Una corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per dare attuazione a questi cambiamenti.

 

  Non si tratta solo di rivedere le procedure decisionali, che attualmente sono praticamente tutte controllate dal clero in modo autocratico e secondo un rigido ordinamento gerarchico nel quale le scelte finali sono in definitiva accentrate in uffici monocratici, ma di strutturare tutta la convivenza ecclesiale, in modo che possano avervi voce, nel quadro di procedure formalizzate e garantite, tutte le sue componenti e ciò anche se poi si voglia limitare le decisioni finali ad organismi più ristretti, ma sempre mantenendo una certa collegialità.

  Il clero cattolico teme di perdere il controllo delle comunità di prossimità con l’istituzione di spazi partecipativi reali e probabilmente un certo rischio c’è, soprattutto data l’insufficiente formazione della gente alla sinodalità. Essa dovrebbe cominciare fin dal primo catechismo: il problema è che ad essa i preti non sono stati formati e le altre figure ministeriali sono costruite per svolgere un ruolo ad essi subalterno.

  La nostra è una Chiesa cristiana molto legata agli enunciati sacralizzati relativi alla propria struttura gerarchica, vale a dire ai dogmi che riguardano quel tema. E’ un portato storico che anche in altre Chiese cristiane si  manifesta, in particolare nell’ortodossia orientale. Ciò che è sacralizzato lo è proprio per renderne difficile la modifica e la sinodalità totale  immaginata da ultimo da papa Francesco proprio su elementi di tale natura dovrebbe incidere.

  L’ideologia sinodale che fino ad ora si è affermata nei processi sinodali  è improntata ad un’antica idea aristotelica, vale a dire che ci sono procedure decisionali che coinvolgono tutti, altre che coinvolgono solo alcuni e infine altre che spettano solo ad uno, il monarca. Nell’attuale visione sinodale cattolica queste procedure vengono viste come strutturate in ordine gerarchico, nel procedimento per giungere ad una decisione finale in cui quest’ultima, però, spetta solo ad uno, al gerarca monocratico, sia esso il vescovo o quel particolare vescovo con giurisdizione universale che è il papa. E’ evidente che questa non è reale sinodalità, perché, in definitiva, lo spazio riservato a tutti e ad alcuni è solo consultivo. Il gerarca monocratico, se vuole, può però prescindere da quel parere, anche se espresso da collegi di persone molto competenti. Un esempio di ciò a cui questo può portare  è la procedura seguita dal papa Giovanni Battista Montini – Paolo 6° nel deliberare, nel 1968, l’enciclica Della vita umana – Humanae Vitae, che ha avuto conseguenze rilevantissime in primo luogo per i coniugi credenti cattolici: essa fu adottata contro il parere dei consulenti ampiamente qualificati consultati. L’altra gente si è limitata a subire quella decisione, con gravissimi problemi di coscienza.

  Scalfire la posizione di un ufficio sacralizzato è molto difficile e, ancor più, quando si ritenga che svolga ancora un servizio utile e non lo si voglia abolire nel processo di riforma. Di fatto, la riforma ecclesiale improntata alla sinodalità si è arenata su questo nella Chiesa cattolica. La teologia fa muro: da secoli il suo principale compito è stato proprio questo, di fare muro contro ogni riforma dell’ordinamento gerarchico. Fino ad epoca recente quest’ultimo, nella storiografia ecclesiastica cattolica utilizzata nella divulgazione ad un pubblico di non specialisti, veniva proiettato fino alle origini e legato alla volontà stessa del Fondatore, benché le evidenze disponibili, poche quelle extrabibliche, non confortassero del tutto, o per nulla secondo alcuni,  questa visione.

  La sinodalità totale, che riguardasse tutti, non mi pare essere mai stata praticata nelle Chiese cristiane prima della Riforma protestante (fatta eccezione che tra i valdesi) e, anche in quest’ultimo ambito, con connotati meno estesi di quelli ora in uso nelle denominazioni protestanti storiche. Questo è un problema, tenuto conto del ruolo che nella nostra Chiesa viene riservato alla Tradizione, cioè agli usi molto antichi e generalizzati. Va detto che nelle Chiese cristiane ciò che appare generalizzato fin dall’antichità non di rado, almeno dal Quarto secolo, è il risultato della molta violenza praticata per eradicare usi diversi. E anche in precedenza si fu piuttosto litigiosi, e ciò fin da molto presto, con una particolare attenzione alle minuzie metafisiche, come emerge nel pensiero dell’apologeta Giustino, vissuto nel Secondo secolo, della schiera degli apologeti, vale a dire dei pensatori cristiani che lavorarono principalmente per distinguere la dottrina ritenuta scaturita dagli apostoli dalle altre. Con Ireneo di Lione, teologo vissuto nel secolo successivo, si sviluppa una certa fissazione metafisica per individuare eresie peccaminose da eradicare, eradicazione della quale poi si sarebbero occupate nei tempi successivi, fino a forme di violenza incredibili alle quali solo i processi democratici europei posero fine,  le gerarchie ecclesiastiche con l’appoggio delle altre monarchie sacralizzate, finché la contestazione delle monarchie sacralizzate, ecclesiastiche e civili, venne essa stessa considerata eresia. E più o meno si è ancora a quel punto, nella visione cattolica.

  Il paradosso è che l’iniziativa del recente tentativo di instaurare una sinodalità totale, vale a dire riguardante in qualche modo tutti, nella nostra Chiesa è stata presa dal vertice monocratico sacralizzato, vale a dire da un Papa, da papa Francesco. Egli ha proposto una suggestiva immagine di una piramide rovesciata come evocazione del risultato finale: in alto ci sarebbero stati tutti e in basso l’uno. Un risultato impossibile da realizzare, tenendo anche conto che quella divisione del lavoro per cui nell’ordinamento di una collettività non tutti  decidono tutto ha una sua giustificazione razionale, perché non tutti hanno la possibilità e anche il desiderio di decidere tutto, in quanto hanno altro da fare e non ne hanno neanche la competenza. Anche in democrazia non tutti decidono tutto, ma hanno la concreta possibilità di limitare il potere dei pochi ai quali sono affidate funzioni di governo e di amministrazione e nessun vertice  è esente da tali limiti. Il principale limite in democrazia  è la desacralizzazione  totale di ogni potere sociale, che quindi può essere messo in questione, innanzi tutto essendo lecito porlo in discussione. Nella nostra Chiesa, a struttura autoritaria, autocratica e totalitaria questo si fa, ma non è lecito e se si fa si può andare incontro a qualche dispiacere. Non si ammazza più come fino al Settecento (l’ultima condanna capitale per crimine di eresia sembra sia stata quella di Cayetano Ripoli, nel 1826, in Spagna).

 

L'Inquisizione fu utilizzata anche contro i primi centri del protestantesimo, contro la diffusione delle idee di Erasmo da Rotterdam, contro l'Illuminismo e, nel XVIII secolo, contro l'enciclopedismo. Nonostante le azioni di altre inquisizioni europee contro la stregoneria, questa non fu il fulcro dell'inquisizione spagnola. Gli accusati di stregoneria venivano normalmente descritti come pazzi. Durante il regno di Giuseppe I, l'Inquisizione fu abolita, ma fu ripristinata con l'ascesa al trono di Ferdinando VII di Spagna. Il maestro elementare Cayetano Ripoli, garrottato  a Valencia il 26 luglio 1826, fu l'ultima persona giustiziata dall'inquisizione spagnola. Il 15 luglio 1834 fu definitivamente abolita. [fonte Wikipedia]. Venne accusato di non credere nella Trinità e nella divinità di Cristo e di praticare una forma di religione naturale deistica. Il processo avvenne nel clima antiliberale di restaurazione di una monarchia assolutistica sacralizzata.

  Tuttavia chi critica può trovarsi gravemente emarginato e, se  fa il prete o è un frate o monaco, punito con l’espulsione dal clero o dal proprio ordine religioso e così perde i mezzi di sussistenza. Come forma meno grave di sanzione può sentirsi vietare di pubblicare e di parlare in pubblico.

  E’ stato osservato che, dal punto di vista giuridico, una riforma sinodale totale dovrebbe partire proprio dal riconoscere in  misura molto più ampia il diritto di critica verso le autorità ecclesiastiche, con l’immunità da sanzioni formali o da forme di emarginazione o di esclusione. Da questo punto di vista mi pare si sia ancora molto lontani anche solo dall’iniziare.

  Per il resto, è irragionevole credere che una reale sinodalità totale possa essere istituita dagli attuali vertici gerarchici autocratici e sacralizzati, nonostante tutti i tentativi che si possano fare. Comunque i processi sinodali che si sono svolti dall’ottobre 2021 sono stati realmente utili nel porre le basi per progressive sperimentazioni di qualcosa di più ampio e intenso, si è realmente dibattuto, il clero ha fatto spazio realmente al resto della Chiesa. Per togliere ai tirocini di sinodalità quel tanto di angoscia che generano qua e là, e anche di scrupoli teologici, penso sia più produttivo assecondare le buone intenzioni che si manifestano in alto con sperimentazioni in basso, a cominciare dalle realtà di prossimità o addirittura dai piccoli gruppi, per vedere se, radicandosi pratiche di sinodalità reale  in quegli ambiti, esse possano man mano diffondersi, se si vedrà che, in definitiva, non sono dannose per l’unità. Ma queste forme di sinodalità incipiente, di prossimità, per funzionare necessitano di uno sforzo per la formazione delle persone che vi partecipano, possibilmente attingendo alle risorse che esse stesse manifestano, quindi come autoformazione, perché i preti, nella struttura accentrata delle nostre parrocchie, hanno troppo altro da fare,  a quello non sono stati nemmeno formati e non hanno il tempo per approfondire.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli