martedì 21 ottobre 2025

Il principio di sinodalità

Il principio di sinodalità

 

 Uno dei compiti più importanti nei prossimi anni per chi voglia dare una mano nelle cose della Chiesa a livello delle comunità di prossimità, come è una parrocchia, sarà quello di suggerire vie di sinodalità e di impegnarsi a sperimentarle insieme ad altre persone di fede.

  Io sono, appunto, una persona di fede che ha una qualche esperienza nelle cose sociali e dunque può fare qualcosa in quel campo. Ci tengo ad essere una persona colta, vale a dire che, anche al di fuori del proprio campo di competenza specialistica, vuol rendere ragione delle proprie idee, trasformando così le opinioni in argomenti, cercando di informarsi e in questo modo di capire meglio.

 La sinodalità ecclesiale è veramente poco praticata a livello di base, ma in fondo anche agli altri livelli. Il tentativo di una riforma sinodale che si è voluto tentare dall’ottobre del 2021 non ha prodotto molto finora. Ma ci si è lavorato sopra, e questo è stato importante. E’ una cosa nuova: vivere la fede comunitariamente secondo il metodo sinodale. In passato non ci si pensava e le persone più anziane sono state formate secondo altri principi e, in particolare, secondo quello che chi non appartiene al clero o ai religiosi deve solo obbedire e ha il solo diritto di essere ben guidato. Nel clero e tra i religiosi una certa libertà di azione l’hanno però solo i vescovi e, progressivamente, dai primi secoli la sinodalità è stata sempre più limitata ad essi. Dal Cinquecento, nel confronto con la modernità, si è poi avuto un marcato accentramento del potere ecclesiastico intorno al ministero papale, divenuto un monarca assoluto.

  Sono diventato un cristiano consapevole negli anni ’70, al tempo delle scuole superiori: a quell’epoca la sinodalità universale iniziò ad essere praticata, sulla base di quanto era emerso nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), prima di essere compiutamente teorizzata. Ci fu poi un brusco arresto di questo processo, verso la metà degli anni ’80. Passarono gli anni e il discorso fu ripreso dal 2015 con un Papa che ci fece sentire e vivere il calore delle esperienze sinodali latinoamericane, un mondo veramente molto lontano dall’universo europeo, anche se laggiù le culture e le lingue sono prevalentemente di origine europea.

  Non si viene ancora formati alla sinodalità ecclesiale. Non vi si è formati all’epoca della formazione religiosa di base e non mi sembrano esservi formati i nostri preti, anche quelli giovani.

  Qual è il principio fondamentale della sinodalità ecclesiale? E’ questo: non solo da noi, non senza di noi. Vi prego di prestare particolare attenzione a questa formula sintetica.

  Noi  e chi altro? In quel contesto “noi” significa in primo luogo la gente di fronte a una persona che predica il vangelo come ministero ecclesiale. Quest’ultima è una funzione molto importante, divenuta addirittura costitutiva della Chiesa. Certe cose non basta leggerle o sentirle leggere o dire, occorre che ci sia una persona che le viva e sulla base di questa sua vita rinnovata ne parli in giro esortando alla conversione. Questa funzione deve essere libera dalle contingenze sociali, in particolare dalle questioni di potere, che sia esercitato democraticamente o non. Si opera prendendo esempio dalla vita del Maestro e, allora, si può, e addirittura si deve se il vangelo lo richiede, andare contro tutte le altre persone, quindi anche contro le maggioranze. La predicazione non è democratizzabile. E’ un ministero che, nella tradizione delle cristianità, nessuna persona si dà da sola. Così avvenne alle origini, come narrato nelle Scritture: si è sempre inviati. E il vangelo che si è mandati a far conoscere è quello che risale al Maestro. Poi le varie Chiese cristiane hanno declinato nei secoli la struttura di questo ministero, associandogli altre funzioni ecclesiali, ma l’essenziale è quello. Sinodalità  significa impegnarsi a non farne mai  a meno. Non senza di noi, ma anche non solo da noi.

  Ma “noi” significa anche, in una comunità, una parte di essa di fronte all’altra parte. Sinodalità, allora, significa anche impegnarsi a non rompere mai l’amicizia evangelica con le altre persone, quella che nel greco antico neotestamentario viene definita agàpe, che è, appunto, pace amicale, solidale, misericordiosa, sollecita, secondo quel comandamento nuovo che è l’essenziale dei cristianesimi, comunque in concreto articolati. Quindi, in nessun caso, “non solo da noi”.

 Come si vede, al centro vi è il vangelo. Capire di che cosa si tratta e viverlo è il compito principale di tutta l’esistenza della persona cristiana. Io, ormai anziano, lo sto ancora scoprendo con meraviglia.

 Dunque, sinodalità significa, in ogni cosa di Chiesa, non fare a meno del vangelo, quindi cercare il predicatore e le altre persone per agire sempre  in modo agapico, quindi senza fare a meno di loro.

  Significa che, alla fine, tutto deve essere condiviso da tutte le persone e che, quindi,  una decisione finale non possa essere presa se tutte le persone di una comunità non sono d’accordo? Non necessariamente, anche se, su certi argomenti, può essere stabilita una regola di questo tipo. Ad esempio in quelli che chiamiamo dogmi e che nella nostra Chiesa sono deliberati dal Papa o da un Concilio con il Papa. Una comunità, però, avrebbe serie difficoltà a funzionare se tutto  dovesse essere deciso in quel modo. Il principio di sinodalità richiede almeno  di ascoltare  tutte le persone che chiedono di essere ascoltate su un certo argomento che le riguarda. Nelle parrocchie ora funziona un Consiglio pastorale che può fare in modo di svolgere questa funzione di ascolto. Può, ad esempio, istituire delle commissioni  per farlo su un certo tema. Ma è una pratica poco seguita. Sarebbe una buona idea svilupparla. Praticando la sinodalità se ne fa tirocinio e, facendolo, si risolvono i problemi che sorgono provando, correggendosi e provando di nuovo. Nelle cose sociali questa è la via migliore: imparare dalle concrete esperienze.

  Il diritto canonico prevede che, alla fine, sia il parroco a decidere nelle cose della parrocchia. Questo potere è legato al ministero della predicazione in senso lato. In realtà, al di fuori della materia sacramentale, e in particolare nell’amministrazione dei beni parrocchiali e nella programmazione di molte delle attività comunitarie, non vi sarebbe una necessità assoluta di accentrare tutto nell’ufficio del parroco. Ma, comunque, allo stato è così.

  Decidere da soli comporta di avere un punto di vista limitato. Far precedere le decisioni da una qualche procedura sinodale serve ad allargarlo e a produrre decisioni più efficaci.

  Specialmente quando sorgono situazioni conflittuali in una comunità è opportuno seguire procedure sinodali. Sono cose che accadono, che sono sempre accadute e che sono accadute fin dai primi tempi, come si legge nel Nuovo Testamento.

  Un motivo di conflitto può essere, ad esempio, l’utilizzo di una risorsa scarsa, una sala parrocchiale ambita da diversi gruppi, o certi posti nella chiesa parrocchiale, che, ad esempio, sono preferiti dalle persone anziane, ma che si vorrebbe riservare a quelle più giovani in formazione nelle liturgie ad esse dedicate.

  Nel momento in cui il conflitto si manifesta qualcuno può decidere di risolverlo di testa sua. Può essere il parroco, che ne ha l’autorità,  o qualche altra persona impegnata ad aiutarlo, in buona fede ma senza averne l’autorità.

  Il parroco può decidere da solo, certo, ma poi la gente accetterà la sua decisione? Un bel problema, che anche chi fa politica conosce. L’autorità che è data sulla carta, nelle norme, deve essere conquistata sul campo.

  Chi altri decide da solo incontra gli stessi problemi e può dover affrontare obiezioni anche più serie, perché le norme non sono dalla sua parte.

  Allora procedere sinodalmente può rivelarsi una buona idea. Si cominci con l’ascoltare chi lo chiede e si discutano i rispettivi argomenti in uno spirito evangelico, dell’agàpe (questo non va mai dimenticato). Può darsi che il contrasto rimanga e allora, alla fine, deciderà chi ha le norme dalla sua parte e ha l’autorità per farlo. Ma in gente animata dal vangelo e con l’apporto di chi ha il ministero di presiederla per diffondervi il vangelo non  è detto che, invece, non si riesca a raggiungere una decisione largamente condivisa. La più larga condivisione ne favorirà l’accettazione da parte di tutte le persone, anche di quelle eventualmente dissenzienti.

  E’ importante che, nel contesto di una procedura sinodale, venga assicurata l’effettiva presenza delle persone tra le quali vi è quella  diversità di vedute e di interessi che ha portato al contrasto. Ad esempio, se il contrasto è tra i genitori dei ragazzi in formazione e tra le persone anziane riguardo ai posti nelle prime file della chiesa parrocchiale, bisognerebbe avere la presenza di persone dei due gruppi.  Lo statuto del Consiglio pastorale parrocchiale nelle parrocchie romane, deliberato direttamente da papa Francesco, all’epoca nostro vescovo, prevede procedure per legittimare nel Consiglio persone rappresentanti di varie formazioni che animano la collettività. Addirittura è prevista una procedura elettorale a cui possano partecipare tutte le persone di fede della parrocchia. Si tratta di strumenti che da noi non sono stati utilizzati, per quanto mi risulta. Ma si  può procedere in altro modo costituendo una commissione, alla quale secondo lo statuto  può essere chiamato a partecipare anche chi non è membro del Consiglio.

  L’importante è allargare l’esame delle questioni in modo da produrre decisioni il più possibile condivise. Questo poi ne favorisce il recepimento in concreto. Ma, consentendo l’emergere di più punti di vista, favorisce anche decisioni più appropriate. Infatti, come scrisse la filosofa Hannah Arendt, in uno degli scritti pubblicati in italiano con il titolo Che cosa è la politica?, pubblicato da Einaudi nel 1995 e disponibile anche in formato digitale eBook e Kindle: «Qui si tratta piuttosto dell’esperienza per cui, nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se egli vuole vedere ed esperire il mondo così come è “realmente”, può farlo solo considerandolo una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra ad ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato. Vivere in un mondo reale e parlarne insieme  agli altri sono in fondo una cosa sola, e ai greci la vita privata appariva “idiota” perché le era negata quella pluralità del discorrere di qualche cosa [che si fa nella vita pubblica, nota mia], e con essa l’esperienza della realtà del mondo».

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli