sabato 18 ottobre 2025

Chiesa povera

 

Chiesa povera

 

1.  L’atteggiamento ecclesiale ed ecclesiastico verso la povertà è al centro dell’enciclica Ci ha amati – Dilexit nos (ottobre 2024) e dell’esortazione apostolica Ti ha amato  - Dilexit te (ottobre 2025). Ecclesiale  significa della comunità di tutte le persone di fede; ecclesiastico significa della struttura gerarchica e degli ordini religiosi. Il tema comprende l’atteggiamento verso i poveri, che ha anche una rilevanza etica, lo stile di vita personale e istituzionale quindi verso sé stessi e verso e nella comunità, ed anche questo aspetto ha un valore etico, e la riforma delle società e delle loro istituzioni per contrastare le cause della povertà e lenirne le conseguenze, quindi le politiche riguardanti la povertà.

  Nella nostra cultura, una persona è considerata povera  quando non dispone, o non dispone a sufficienza, di beni ritenuti essenziali per condurre una vita considerata dignitosa nella società di riferimento. La povertà è considerata assoluta quando la carenza riguarda beni fondamentali per la sopravvivenza e relativa  quando si dispone di beni in misura sensibilmente inferiore a quella media della popolazione.

 Come ricordato nell’esortazione apostolica Ti ha amato, ci sono varie specie di povertà: riguardano, ad esempio, i beni materiali, la salute, fisica e mentale,  ma anche l’istruzione e l’integrazione sociale. Una persona può essere ricca di beni, ma povera di salute e sola, quindi povera nelle relazioni sociali. Fatalmente il sommarsi di varie povertà, e non di rado l’una è causa dell’altra, fa scivolare le persone verso la povertà assoluta.

 Nelle tradizioni cristiane, tributarie in questo del giudaismo delle origini, il tema della povertà è trattato sotto il profilo della giustizia. Figlie e figli di uno stesso Padre, è considerato ingiusto abbandonare una sorella o un fratello nella povertà, soprattutto se si vive nell’abbondanza e ancor più se si vive nell’abbondanza mentre il povero languisce poco distante. E’ l’insegnamento etico che emerge dalla parabola di epulone e di Lazzaro [nel Vangelo secondo Luca, capitolo 16, versetti da 19 a 31 – Lc 16, 19-31]. Si è esortati ad aiutare i poveri dividendo la propria abbondanza.

  Negli stati moderni, la povertà è divenuta un problema politico, quindi di governo delle società, perché si è acquisita consapevolezza delle sue cause sociali. Non si fa più questione solo di giustizia, ma di benessere collettivo. Viene considerato interesse pubblico accrescere il benessere collettivo, compreso quello delle singole persone, perché questo rende più stabili, sicure e felici le società: vi si vive meglio. Da qui una serie di politiche attive per realizzare quell’obiettivo, finanziate con lo strumento tributario, che consente di drenare legalmente una quota delle ricchezze private a beneficio pubblico, ma anche, in certi casi, organizzando attività economiche controllate direttamente da istituzioni pubbliche. L’espansione di queste politiche ha seguito lo sviluppo di democrazie avanzate, che ha consentito una maggiore partecipazione politica della popolazione, compresa quella esclusa dal controllo privato delle leve dell’economia. C’è quindi una relazione diretta tra sviluppo delle politiche di benessere collettivo e sviluppo della democrazia. In genere si sostiene che in Italia negli ultimi vent’anni quelle politiche sono arretrate:  è opinione comune che nello stesso periodo sia entrata in crisi anche la nostra democrazia.

2. La questione di una Chiesa povera  riguarda essenzialmente le istituzioni ecclesiastiche.

  Nelle società di solito i ricchi sono delle minoranze. Esse tendono a controllare le leve del potere politico, in mancanza di procedure democratiche. La ricchezza apre le porte della politica e l’esercizio del governo aumenta la ricchezza di chi lo pratica.

  La nostra Chiesa come comunità ecclesiale, si stima che ne facciano parte oltre un miliardo di persone, non è composta in maggioranza da gente ricca e, anzi, in essa vi sono larghe fasce di povertà. Di più: la maggior parte delle persone è appena sopra la soglia della povertà relativa: basta una malattia o la perdita del lavoro perché vi cada dentro.

 Il problema di una Chiesa povera  riguarda, invece, sicuramente da vicino  l’apparato ecclesiastico, che  povero  non è (tuttora in Italia la nostra Chiesa è tra i primi proprietari immobiliari). Storicamente emerse all’inizio del Secondo millennio quando si cominciò ad avvertire nelle società europee che stavano uscendo dal Basso Medioevo e in cui si stavano manifestando effervescenti movimenti popolari, l’incoerenza tra le esortazioni evangeliche e gli stili di vita degli ecclesiastici, i cui vertici avevano iniziato a vivere come principi. Il fenomeno risale al 6° secolo, quando il Papato romano progressivamente assunse caratteristiche di un vero e proprio regno territoriale, ma si sviluppò enormemente dall’11° secolo, quando la nostra Chiesa assunse, progressivamente, le caratteristiche attuali e, dal Seicento, quelle di uno stato.

  All’inizio del Secondo Millennio la nostra Chiesa venne riformata prendendo come riferimento il modello monastico. I monaci facevano voto di povertà, ma gli ordini religiosi di appartenenza divennero molto ricchi. Quello che i monaci facevano come penitenza, per la maggior parte del resto della popolazione era routine necessitata da reale povertà. Lo osservò una volta, un po’ polemicamente, David Maria Turoldo, grande poeta e predicatore, lui stesso frate dell’Ordine dei Servi di Maria.

 Si cominciò a predicare a tutti la povertà come ideale di vita ecclesiale. Una persona come Francesco d’Assisi ne trasse le estreme conseguenze, riscuotendo un vastissimo consenso popolare, prova di quanto fosse divenuto intollerabile lo scandalo tra la ricchezza dei principi ecclesiastici e la povertà della maggior parte dell’altra gente.

  L’argomento di uno stile di vita ecclesiastica più sobria divenne consueto nei ciclici tentativi di riforma, con alterne fortune. E questo fino al Concilio Vaticano 2°, celebrato a Roma tra il 1962 e il 1965, durante il quale del tema si discusse anche se il dibattito non portò a decisioni nei documenti finali.

  Con l’aiuto di ChatGPT faccio memoria di un episodio di quel dibattito.

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 Il cosiddetto “Patto delle Catacombe” è uno degli episodi più suggestivi e profetici avvenuti a margine del Concilio Vaticano II, anche se non fa parte ufficialmente dei documenti conciliari.
Ti riassumo qui in modo chiaro il suo significato storico e spirituale


1. Data e luogo

·         Roma, 16 novembre 1965, poche settimane prima della chiusura del Concilio Vaticano II.

·         Firmato nella Catacomba di Domitilla, una delle più antiche catacombe cristiane di Roma.


2. Chi lo firmò

Circa 40 vescovi parteciparono alla celebrazione e firmarono il testo; nei mesi successivi le adesioni salirono a oltre 500 (su più di 2.000 padri conciliari).
Tra i firmatari ricordiamo:

·         Dom Helder Câmara (arcivescovo di Recife, Brasile),

·         Mons. Enrique Angelelli (Argentina),

·         Mons. Charles-Marie Himmer (Belgio),

·         Mons. Manuel Larraín (Cile),

·         Mons. Giacomo Lercaro (Italia, cardinale di Bologna, simpatizzante del movimento).

Molti provenivano dall’America Latina, dove il documento ispirò poi la teologia della liberazione e le assemblee episcopali di Medellín (1968) e Puebla (1979).


3. Contenuto del Patto

Il testo, intitolato «Patto delle Catacombe per una Chiesa serva e povera», è un impegno personale e comunitario dei vescovi a vivere lo spirito evangelico di povertà, semplicità e servizio.
Contiene 13 punti principali. Ecco i più significativi:

1.    Vivere in povertà personale, rinunciando a segni esteriori di ricchezza (vesti, titoli, abitazioni lussuose).

2.    Rifiutare i privilegi di potere o di prestigio ecclesiastico.

3.    Condividere la vita con i poveri, visitandoli, ascoltandoli, partecipando alle loro condizioni.

4.    Amministrare i beni della Chiesa in spirito di servizio, non di potere.

5.    Rinunciare ai titoli onorifici (come “Eminenza”, “Eccellenza”) per usare appellativi più fraterni, come “Padre” o “Fratello”.

6.    Collaborare con i laici, soprattutto con coloro che si impegnano per la giustizia e la pace.

7.    Promuovere strutture di partecipazione e corresponsabilità nella Chiesa.

8.    Sostenere i poveri e le comunità oppresse nei loro sforzi per la liberazione.


4. Significato storico

Il Patto delle Catacombe nacque come testimonianza evangelica e impegno profetico, non come atto ufficiale del Concilio.
Esprimeva però una corrente interna al Vaticano II — quella che desiderava una “Chiesa dei poveri”, come auspicato da Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio.

Fu un gesto silenzioso ma fortemente simbolico: i firmatari scesero nelle catacombe, luogo delle origini cristiane e del martirio, per rinnovare la fedeltà a un cristianesimo povero, libero da potere e privilegio.


5. Eredità

·         Il documento restò a lungo quasi sconosciuto, ma venne riscoperto negli anni ’80-’90.

·         Papa Francesco ne ha ripreso chiaramente lo spirito: spesso parla di una “Chiesa povera per i poveri”, espressione che riecheggia il linguaggio e l’intento del Patto.

·         Oggi è considerato una pietra miliare del rinnovamento ecclesiale e un punto di riferimento per la pastorale sociale e missionaria.


 In sintesi

Il Patto delle Catacombe fu un impegno spontaneo di alcuni vescovi del Concilio Vaticano II a vivere la povertà evangelica e a costruire una Chiesa serva e solidale con i poveri.
Non è un testo ufficiale del Concilio, ma ne incarna lo spirito più radicale e profetico.

Testo integrale in traduzione italiana del Patto delle Catacombe per una Chiesa serva e povera, così come appare nelle edizioni più autorevoli (es. Edizioni Dehoniane e Archivio Helder Câmara).


Patto delle Catacombe – per una Chiesa serva e povera

(Catacombe di Domitilla, Roma, 16 novembre 1965)

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II,
consapevoli delle deficienze della nostra vita di povertà,
spinti dallo spirito di Cristo,
decisi a seguire le orme dei Padri conciliari,
ricordando la parola di Gesù Cristo che dice:

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3),

ci impegniamo a quanto segue:

1.    Cercheremo di vivere secondo la maniera ordinaria della nostra popolazione, in ciò che concerne l’abitazione, il vitto, i mezzi di trasporto e tutto ciò che ne consegue.

2.    Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nei nostri abiti (stoffe ricche, colori vistosi) e nei segni esteriori di materia preziosa (metalli, pietre), che dovrebbero appartenere più ai simboli della Chiesa che alle persone.

3.    Non possederemo né beni immobili, né conti in banca a nostro nome; se è necessario avere dei beni, li metteremo a nome della diocesi, delle opere sociali o caritative.

4.    Affideremo l’amministrazione finanziaria e materiale delle nostre diocesi a una commissione di laici competenti e coscienti del loro ruolo apostolico.

5.    Rifiuteremo di essere chiamati con nomi e titoli che esprimono grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore); preferiremo essere chiamati con il nome evangelico di Padre.

6.    Eviteremo tutto ciò che può sembrare concessione di privilegi, precedenze o onori; rifiuteremo di ricevere trattamenti speciali nei viaggi, nelle cerimonie o nei luoghi pubblici.

7.    Non depositeremo alcun bene o denaro a nostro nome personale; e se ciò fosse necessario, sarà per esigenze di servizio e sotto la vigilanza di persone di fiducia.

8.    Cercheremo di affidare il più possibile ai laici la responsabilità dell’amministrazione, per potere esercitare più liberamente il nostro ministero pastorale e spirituale.

9.    Considereremo la nostra missione pastorale come servizio e non come potere; cercheremo di essere presenti in mezzo alla gente, in particolare ai lavoratori, ai poveri e agli emarginati.

10.                       Sosterremo, per quanto possibile, le opere sociali e le iniziative che tendono alla giustizia e alla pace, soprattutto in difesa dei più deboli e dei più poveri.

11.                       Cercheremo di partecipare, insieme ai nostri fedeli, ai programmi di trasformazione sociale, fondati sulla giustizia, sulla carità e sulla fraternità.

12.                       Ci impegniamo a condividere la nostra vita con i sacerdoti, i religiosi, i laici, in spirito di comunione, fraternità e corresponsabilità.

13.                       Torneremo alle nostre diocesi per essere i vescovi dei poveri, servitori del Vangelo, e non capi temporali.


Conclusione

“Con l’aiuto di Dio, con la preghiera dei fedeli e la grazia dello Spirito Santo,
ci sforzeremo di essere fedeli a questo impegno.
Possano Dio e i poveri venirci in aiuto.”

(Firmato da circa 40 vescovi, nelle Catacombe di Domitilla, Roma, 16 novembre 1965)

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 Negli anni scorsi, con papa Francesco gli ideali di quel Patto, vennero riproposti (lui stesso apparve volervi tener fede nel suo stile di vita da Papa), anche sulla base dell’esperienza latinoamericana del CELAM – Consiglio episcopale latinoamericano nelle Conferenze generali  da Medellin (1968) ad Aparecida (2007), citate nell’esortazione apostolica Ti ha amato.

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Con l’aiuto di ChatGPT

Le grandi Conferenze generali del CELAM

Il CELAM è conosciuto soprattutto per aver promosso le Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano, che hanno avuto grande influenza sulla teologia e sulla pastorale mondiale:

Anno

Luogo

Tema / Importanza

1955

Rio de Janeiro

Fondazione del CELAM. Prima riflessione comune postbellica.

1968

Medellín (Colombia)

Attuazione del Concilio Vaticano II in chiave latinoamericana; nascita della teologia della liberazione.

1979

Puebla (Messico)

Riconoscimento dei “volti dei poveri” e dell’opzione preferenziale per i poveri.

1992

Santo Domingo (Rep. Dominicana)

Evangelizzazione e cultura nel V Centenario dell’arrivo del Vangelo in America.

2007

Aparecida (Brasile)

Linee guida per una Chiesa missionaria; redazione del documento coordinato dal cardinale Jorge Mario Bergoglio, futuro papa Francesco.

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  Nel magistero del CELAM venne  posto in risalto che la gerarchia ecclesiastica in America Latina era stata in genere dalla parte della popolazione ricca, che deteneva le leve del potere politico, integrandosi con essa: da qui la decisione di cambiare direzione, esprimendo una opzione preferenziale per la gente povera, per liberarla da una condizione di sofferenza frutto di rapporti sociali squilibrati.

  Nel magistero pontificio dagli anni ’70 si approfondì il discorso delle cause sociali della povertà, viste come strutture sociali di peccato.

  Per quanto ne so, tuttavia, non si arrivò mai a vedere nei processi democratici la via per contrastarle. Il magistero rimase e rimane sempre profondamente diffidente verso la democrazia avanzata contemporanea. Questo è risultato evidente durante gli anni spesi nel tentativo di attuare una riforma sinodale della nostra Chiesa, dall’ottobre 2021.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli