venerdì 3 ottobre 2025

Democrazia – politica – governo 2

 

Democrazia – politica – governo

2

 

 A volte si suppone, ma senza fondamento, che la politica non abbia a che fare con la religione. Quest’ultima è la pratica della fede e, in quanto pratica, ha un importante aspetto politico, perché non si pratica se non ciò che si vive e, vivendo, si assorbe in una collettività.

 La politica è il governo di una collettività, la quale, in quanto esprime un governo, si manifesta come comunità. Comunità è la collettività in quanto ritiene di vivere qualcosa di comune che, come tale, richiede di essere governato.

  Il governo è una funzione collettiva che non è esercitata solo dalle istituzioni costituite a quello scopo. Tutte le persone che interagiscono in una comunità partecipano alla funzione di governo, in tutte  le loro interazioni sociali. Questo è vero anche per le comunità religiose e, in particolare, per le Chiese cristiane, che hanno iniziato storicamente a manifestarsi come tali quando in esse si sono strutturate forme di governo.

  Le istituzioni costituite per esercitare il governo di una società si distinguono come tali per il potere loro attribuito di dettar legge anche ai dissenzienti. Quando si impongono su un certo territorio a prescindere da una formale adesione di chi vi è sottoposto sono dette pubbliche. Dal Quarto secolo al Diciannovesimo le Chiese cristiane europee sono state istituzioni pubbliche. Poi la situazione è cambiata per l’affermarsi dei processi democratici, in base ai quali sono stati posti limiti dal basso ai poteri pubblici.

  La Chiesa cattolica è attualmente organizzata, per ragioni storiche, come una monarchia assoluta con caratteristiche feudali. Dal Diciannovesimo secolo ha strutturato le sue istituzioni sul modello di quelle statali. Non è una democrazia perché i suoi poteri non hanno limiti dal basso. E’ una monarchia assoluta perché il potere del suo vertice non ha limiti. Ha caratteristiche feudali perché i centri di potere intermedio sono a loro volta monarchie legate al vertice supremo da un patto di sottomissione ma con ampia autonomia di governo verso il basso, senza necessità di alcuna legittimazione dal basso e senza che i sottoposti li possano mettere in questione. Le istituzioni di governo ecclesiastico sono strutturate in questo modo. La funzione di governo, però, è esercitata di fatto dal basso come dall’alto, come in ogni altra comunità. Questo spiega gran parte dei fenomeni evolutivi delle comunità ecclesiali e delle istituzioni ecclesiastiche. A  prescindere dal riconoscimento giuridico e teologico di un ruolo di governo la gente ha di fatto inciso sul governo ecclesiastico, e ciò in particolare negli ultimi settant’anni, in Europa.

  Democrazia,  come la si intende nell’era contemporanea in Occidente, e in particolare nell’Unione Europea, non significa che le istituzioni di governo siano controllate dal popolo,  comunque lo si voglia intendere, e ci sono diversi modi di intendere questa parola. Fondamentalmente con popolo  si intende in genere un’entità mitica, quindi non realmente esistente come tale, che comprende una popolazione in quanto stabilmente stanziata su un certo territorio e legittimata ad agire politicamente, quindi nel governo, al modo di un’istituzione. Si osserva, giustamente, che nella realtà governano nelle istituzioni solo piccoli gruppi legittimati mediante cicliche procedure formali. Dunque, un governo di pochi, non di tutti: ciò che gli antichi greci, che idearono molte delle categorie politiche ancora in uso oggi, dicevano oligarchia. E tuttavia non è nemmeno solo  un governo di pochi, perché il potere di quei pochi  ha dei limiti, e quei limiti vengono dal basso, sia mediante procedure specifiche, sia attraverso il riconoscimento e l’esercizio di libertà individuali e di gruppo.

  Democrazia è, nell’accezione contemporanea, quel tipo di organizzazione del potere politico secondo il quale nessun potere sociale, pubblico o privato, è senza limiti e questi limiti sono anche di tipo partecipativo e diffusi.  Questo, e non solo il principio maggioritario secondo il quale nelle decisioni prevale la maggioranza, il vero discrimine tra ciò che è democrazia e ciò che non lo è. In una vera democrazia anche il potere delle maggioranze incontra limiti e, paradossalmente, anche nei diritti di libertà delle  minoranze.

  Qual è il vantaggio della democrazia politica rispetto alla politica  non democratica? E’ quello di ostacolare la prevaricazione e l’abuso.

  Ogni potere che non incontra limiti effettivi sicuramente prevaricherà e abuserà, prima o  poi. Questa è una regola generale del potere sociale, vale a dire qualcosa che, date certe condizioni, accade immancabilmente. In questo la storia è un importante laboratorio di osservazione sociale.

  Non importa quanto virtuose siano le personalità di potere e virtuosi i loro propositi: dato un potere senza limiti effettivi, l’abuso è certo.

  Questo può dirsi anche nell’organizzazione ecclesiastica.

 Una persona sapiente  e virtuosa potrebbe dirigere meglio una società rispetto a chi non lo è, e  in particolare ad una massa di meno sapienti o meno virtuosi. Ma sicuramente, in assenza di limiti effettivi, abuserà del suo potere. E’ quanto storicamente si è sempre  osservato prima o poi.

  Tuttavia preporre alle istituzioni di governo persone sapienti e virtuose è sempre saggio, ma questo non è sufficiente al buon governo: è necessario costituire un sistema di limiti dal basso, costituiti da procedure partecipative e diritti di libertà. Questo è l’obiettivo dei processi democratici.

  Necessariamente le democrazie sono tenute in una condizione di instabilità, che è fisiologica e indispensabile. Deve essere sempre possibile, in particolare, contestare e sostituire centri di potere pubblico e il loro potere deve trovare limiti rigidi in procedure e diritti di libertà.

 Così la democrazia non riguarda solo le istituzioni di governo, e in particolare quelle pubbliche, ma ogni aspetto politico della società e dunque la funzione di governo nel complesso, anche quella che si manifesta nei rapporti tra persone e tra gruppi.

 Si può essere, allora,  d’accordo  o  non con chi sostiene che non per ogni cosa va bene la democrazia? Se parliamo di politica, quindi della funzione di governo, se si sostiene che la democrazia non vada bene sempre si vuol mantenere poteri politici, e in particolare pubblici, che non incontrano limiti e questo, invariabilmente, conduce alla prevaricazione e all’abuso. Una politica che prevarica e abusa non è mai,  in nessun caso, una buona politica, perché porta all’infelicità dei più e, a lungo andare, alla crisi terminale, perché nessun potere pubblico che genera l’infelicità dei più può resistere, nonostante la violenza che metta in campo per riuscirvi. La nostra Chiesa sta appunto vivendo una crisi di questo tipo e cerca di uscirvi mediante processi sinodali, che hanno carattere democratico in quanto costituiscano limiti dal basso  nei poteri ecclesiastici. Il problema è che non si è ancora riusciti a strutturarli come realmente effettivi come tali.

  La nostra gerarchia nel pensare la sinodalità diffusa, come la si vorrebbe realizzare, si affida alla distinzione che l’antico filosofo greco Aristotele pose tra il potere di molti,  di pochi e di uno, pensando  a questi poteri come gradi progressivi e successivi. Prima verrebbe quello dei molti, poi quello dei pochi e infine quello di uno. In questo modo i pochi  dominerebbero sui molti, come realmente accade nella nostra Chiesa. Si può osservare che i poteri dei molti, nelle democrazie come oggi le si intende, non viene mai meno, che quello dei pochi ne viene sempre limitato e che quello dell’uno non può esistere realmente  se non solo sulla carta, perché nessun umano può realmente fare da solo, ed è appunto quello che si è osservato finora in ogni organizzazione umana. Le cose potrebbero cambiare con lo sviluppo dei sistemi di intelligenza non umana, che oggi chiamiamo artificiale pensandola come un’imitazione  di quella umana, mentre essa, da questo punto di vista, si avvia ad essere sovrumana.  In un certo senso, questa tecnologia costituisce un pericolo per le democrazie molto più serio delle minacce dei totalitarismi e delle autocrazie che storicamente si sono manifestati. Il potere dei pochi  e tanto più quello dell’uno, o di un super-uno quale un’intelligenza non umana sovrumana, se non limitato democraticamente, dal basso, quindi dai molti,  mediante procedure e libertà, conduce immancabilmente all’abuso e alla prevaricazione a danno dei molti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli