sabato 20 settembre 2025

Saggezza millenaria?

Saggezza millenaria?

 

  Spesso si legge di una saggezza millenaria della nostra Chiesa.

 La saggezza significa vivere secondo principi etici che facciano tesoro dell’esperienza e diano alle cose il giusto valore nel decidersi per il bene. È una virtù che è propria solo delle singole persone: è una faticosa conquista individuale. Non dei gruppi e tanto meno delle istituzioni. Quindi non farei molto affidamento sulla saggezza ecclesiale.

 Per la sua lunga storia, la nostra  Chiesa come istituzione si porta dietro, invece, un complesso di culture millenarie originato dall’esperienza sociale delle sue genti in diverse culture e aree geografiche. Lo rimaneggia nell’attualità secondo le sue esigenze accreditandone l’autorità presentandolo come sviluppo degli insegnamenti delle origini. Ma questo è solo un mito, che vale come tale (nessuna costruzione sociale può prescindere dal mito). Serve a dare coerenza all’insieme, ma occorre sempre avere consapevolezza della sua reale natura.

 In quelle culture c’è stato e ancora c’è molto male, dal quale non sempre si è riusciti né si è voluto distaccarsi. È saggezza farlo, ma le esigenze dell’istituzione spesso a questo ostano.

 Così, esaminando le istituzioni e le altre cose sociali, comprese quelle ecclesiastiche,  con il parametro della saggezza ve se ne trova in genere veramente poca  ed emergono  moltissimi accomodamenti, dei quali non sempre si può andare fieri e addirittura non di rado si capisce di doversi pentire.

  La teologia ha una sua idea della Chiesa, fondata su miti tramandati su base culturale. Se però si considera una Chiesa per ciò che essa realmente si manifesta, quindi secondo antropologia e sociologia, ci appare fatta da gente la cui vita sociale è ordinata secondo istituzioni, diritto e liturgie, rafforzate da miti ed altri elementi culturali. Tutto ciò è in movimento, in trasformazione. Da questo punto di vista una Chiesa è sempre nuova, giovane rispetto a quel passato millenario di cui si diceva. Quindi sempre collettivamente  alla ricerca della saggezza, che non è in genere virtù delle persone giovani. È nelle nostre mani, di noi che viviamo in questo mondo, ora. In passato c’è voluta molta violenza per tenerla insieme. È stato saggio? C’è ancora chi a quel passato terribile, terribile  ben oltre la consapevolezza che di queste cose in genere si ha tra persone religiose, è legato, e anzi ne è come affascinato.

  Il tanto male del nostro passato ecclesiale ha accresciuto la saggezza di noi persone di fede di oggi come collettività? Non mi è evidente. Specialmente nelle persone che animano le istituzioni ecclesiali, almeno quando sono per così dire nell’esercizio delle loro funzioni. Il non imparare dalla dura lezione della nostra terribile storia ecclesiale, per la maggior parte delle persone semplicemente perché l’ignorano, non è manifestazione di saggezza. E coloro che sanno di quella storia spesso cercano di passarci un po’ sopra, tanto è insopportabile. Anche questo non è saggio.

 Le cose vanno un po’ meglio con la sapienza, che significa non essere superficiali nel considerare le cose del mondo e cercarne il senso profondo, tenendo conto delle tradizioni culturali, che razionalizzarono sulle esperienze e le idee del passato. La sapienza è anche un attributo dei gruppi e, anzi, matura necessariamente nell’interazione sociale. Si parte sempre, nell’organizzarsi la vita, da una certa sapienza che si è riusciti ad interiorizzare. La saggezza, virtù personale, né è il temperamento: questa è un’antica scoperta biblica. La sapienza saggia è la sapienza del cuore, una virtù religiosa molto importante che riluce nel salmo che fa

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore [salmo 90 (89), versetto 12 – Sal 90 (89), 12 - secondo versione CEI 1974].