lunedì 29 settembre 2025

Democrazia, politica, governo - 1-

Democrazia, politica, governo – 1 -

 

«Non si tratta di cercare di trasformare la Chiesa in una sorta di governo democratico, poiché, se guardiamo a molti Paesi del mondo di oggi, la democrazia non è necessariamente una soluzione perfetta per tutto»

 

  Negli scorsi giorni è stato detta, a proposito dello sviluppo della sinodalità ecclesiale, la frase che ho sopra trascritto.

  Vorrei invitarvi a ragionarci sopra.

  La sinodalità ecclesiale  viene intesa come una forma di organizzazione della vita delle comunità ecclesiali che consenta la più ampia partecipazione possibile alle decisioni che si prendono e alle cose che si decide di fare, secondo l’antico principio che ciò che riguarda tutte le persone deve essere deciso da tutte le persone. La comune opinione è che la sinodalità ecclesiale nella nostra Chiesa sia scarsa e perlopiù limitata agli ambiti episcopali e alle comunità degli Ordini religiosi. Dall’ottobre 2021 vennero iniziati processi, tuttora in corso, per svilupparla, in particolare coinvolgendo la gente di fede libera da particolari vincoli di stato ecclesiastico, quali quelli di preti e persone appartenenti ad Ordini religiosi. Ad oggi i risultati sono stati assai scarsi.

 Uno dei principali problemi è il rapporto tra sinodalità e democrazia, quest’ultima vista come connotata dalla regola della decisione a maggioranza tra persone considerate eguali in dignità.

  Nella nostra Chiesa tutto è formalmente  in mano di una esigua minoranza, composta dal clero e dagli appartenenti ad Ordini religiosi e l’ultima parola su tutto l’ha il Papa. Questo connota la nostra Chiesa, dal punto di vista della sua organizzazione politica, come un assolutismo a legittimazione sacrale, perché teologicamente argomentato come voluto dal Cielo. La legittimazione della politica ecclesiastica ha anche carattere autocratico, perché non dipende dal basso o da ciò che c’è intorno, ma solo dall’alto. Un sistema che per essere tale e voluto dal Cielo viene propriamente definito gerarchia, parola che ci viene dal greco antico e che etimologicamente  significa potere sacro.

  Naturalmente questo ordine politico sacralizzato non risale alle origini, quando ancora non vi era un clero e tantomeno un episcopato monarchico, secondo il quale su ogni Chiesa locale comanda un solo vescovo. È uno sviluppo culturale e sociale  i cui inizi si manifestarono verso la fine del Primo secolo, diversi decenni dopo la morte del Cristo.

 Con lo svilupparsi di gerarchie ecclesiastiche, la sinodalità ecclesiale venne sempre più concentrata nelle assemblee dei vescovi, loro esperti, e di taluni esponenti della politica civile. Tutta l’altra gente, compresi i preti, venne tagliata fuori. Questo non significa che non abbia contato, ma che influì dall’esterno dell’ordine gerarchico.

  D’altra parte ebbero sempre più importanza teologia e diritto, discipline che, in particolare da quando dal Duecento divennero universitarie, svilupparono ragionamenti molto complessi, al di fuori della portata degli incolti. Lo esigette lo strutturarsi della nostra  Chiesa come un impero religioso, dall’Undicesimo secolo, e poi come uno stato in senso moderno, dal Seicento.

  Dal Quarto secolo sempre più ebbero importanza, nell’organizzare le Chiese cristiane e nel decidere chi comandava in esse, le definizioni formali sulle questioni di fede. Sulle principali, dette dogmi, vennero definiti sistemi concettuali descritti secondo criteri logici, come si soleva fare nei ragionamenti filosofici e giuridici. Nel farlo, a lungo si utilizzò in teologia la lingua che dal Secondo millennio fu quella delle scienze, vale a dire il latino. Solo da metà Ottocento sempre più nelle scienze vennero utilizzate lingue moderne, come il francese, il tedesco e poi, in particolare nelle scienze naturali e sociali, l’inglese. L’uso del latino negli affari ecclesiastici li rese sempre più oscuri ai più. Una delle riforme del Concilio Vaticano 2º delle quali la gente si rese maggiormente conto fu la decisione di consentire la celebrazione dell’intera messa nelle lingue moderne, quelle parlate comunemente, invece che prevalentemente in latino.

  Ma perché anche le persone incolte dovrebbero essere coinvolte nelle decisioni che le riguardano in una Chiesa, visto che non hanno la cultura sufficiente per rendersi conto delle questioni da risolvere? E anche limitando la partecipazione alle decisioni alle persone colte, come riuscire a metterle d’accordo tutte, senza stabilire un centro di comando che chiuda ad un certo punto i discorsi? Di fronte al manifestarsi di un certo pluralismo nelle cose ecclesiali si preferì storicamente proibire ingiungendo l’obbedienza ad un’autorità indiscutibile perché sacralizzata, vale a dire voluta dal Cielo.

  Nell’Italia di oggi viviamo da tempo in ambiente democratico e in genere pretendiamo di aver voce nelle cose della politica, tuttavia sembriamo tollerare che nelle cose della Chiesa si faccia diversamente. Una volta politica e religione andavano di pari passo, costituivano un sistema coerente e anche le autorità civili erano sacralizzate. I principi organizzativi in politica e religione si assomigliavano e le rispettive autorità si sostenevano nei riguardi della gente. Da metà Settecento, con l’emergere nelle culture europee di processi democratici le cose iniziarono a cambiare. E ancor più con il diffondersi dell’istruzione popolare, dall’Ottocento. Questo fu possibile con il migliorare delle condizioni di vita delle popolazioni prodotta dall’industrializzazione sorretta dall’organizzazione capitalistica dell’economia. In precedenza i più erano colpiti da una spaventosa povertà e in quelle condizioni era difficile avere la possibilità e il desiderio di saperne di più. Quali le ragioni degli squilibri sociali? Per secoli le si erano considerate quasi una condizione naturale. Ad un certo punto ci si è cominciati ad interrogare su di esse, approfondendo, e quando la consapevolezza delle cause sociali di quelle sofferenze iniziò a diffondersi nelle popolazioni emersero i processi democratici, come li si intende nell’era contemporanea, e, va detto, lo si intende in modo diverso che nell’antichità o nel Basso Medioevo, all’epoca del manifestarsi delle autonomie nei Comuni europei.

 Poiché religione e politica erano strettamente integrate, agli inizi i processi democratici vennero considerati eretici, vale a dire peccaminoso perché contrastanti con i dogmi religiosi. Da qui la pervicace resistenza delle gerarchie ecclesiastiche cristiane e, in particolare, di quella cattolica, la quale da metà Ottocento accentuò il proprio assolutismo lottando contro le democrazie. Queste ultime vennero scomunicate con l’enciclica Le gravi dispute in materia economica– Graves de communi re in oeconomica disceptationes, del 1901, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci Leone 13º, nel senso che non fosse possibile una democrazia cristiana, nella quale la gente decidesse con metodo democratico quale organizzazione politica e sociale adottare per conformare la società ai criteri evangelici, contrastando per tale via le sofferenze sociali. Questa idea fa specie, ai tempi nostri, in Italia, dato che dal 1946 al 1994 la politica nazionale venne egemonizzata da un partito denominato Democrazia Cristiana,  che proclamava la propria ispirazione cristiana nell’agire politicamente con metodo democratico.

 


sabato 20 settembre 2025

Saggezza millenaria?

Saggezza millenaria?

 

  Spesso si legge di una saggezza millenaria della nostra Chiesa.

 La saggezza significa vivere secondo principi etici che facciano tesoro dell’esperienza e diano alle cose il giusto valore nel decidersi per il bene. È una virtù che è propria solo delle singole persone: è una faticosa conquista individuale. Non dei gruppi e tanto meno delle istituzioni. Quindi non farei molto affidamento sulla saggezza ecclesiale.

 Per la sua lunga storia, la nostra  Chiesa come istituzione si porta dietro, invece, un complesso di culture millenarie originato dall’esperienza sociale delle sue genti in diverse culture e aree geografiche. Lo rimaneggia nell’attualità secondo le sue esigenze accreditandone l’autorità presentandolo come sviluppo degli insegnamenti delle origini. Ma questo è solo un mito, che vale come tale (nessuna costruzione sociale può prescindere dal mito). Serve a dare coerenza all’insieme, ma occorre sempre avere consapevolezza della sua reale natura.

 In quelle culture c’è stato e ancora c’è molto male, dal quale non sempre si è riusciti né si è voluto distaccarsi. È saggezza farlo, ma le esigenze dell’istituzione spesso a questo ostano.

 Così, esaminando le istituzioni e le altre cose sociali, comprese quelle ecclesiastiche,  con il parametro della saggezza ve se ne trova in genere veramente poca  ed emergono  moltissimi accomodamenti, dei quali non sempre si può andare fieri e addirittura non di rado si capisce di doversi pentire.

  La teologia ha una sua idea della Chiesa, fondata su miti tramandati su base culturale. Se però si considera una Chiesa per ciò che essa realmente si manifesta, quindi secondo antropologia e sociologia, ci appare fatta da gente la cui vita sociale è ordinata secondo istituzioni, diritto e liturgie, rafforzate da miti ed altri elementi culturali. Tutto ciò è in movimento, in trasformazione. Da questo punto di vista una Chiesa è sempre nuova, giovane rispetto a quel passato millenario di cui si diceva. Quindi sempre collettivamente  alla ricerca della saggezza, che non è in genere virtù delle persone giovani. È nelle nostre mani, di noi che viviamo in questo mondo, ora. In passato c’è voluta molta violenza per tenerla insieme. È stato saggio? C’è ancora chi a quel passato terribile, terribile  ben oltre la consapevolezza che di queste cose in genere si ha tra persone religiose, è legato, e anzi ne è come affascinato.

  Il tanto male del nostro passato ecclesiale ha accresciuto la saggezza di noi persone di fede di oggi come collettività? Non mi è evidente. Specialmente nelle persone che animano le istituzioni ecclesiali, almeno quando sono per così dire nell’esercizio delle loro funzioni. Il non imparare dalla dura lezione della nostra terribile storia ecclesiale, per la maggior parte delle persone semplicemente perché l’ignorano, non è manifestazione di saggezza. E coloro che sanno di quella storia spesso cercano di passarci un po’ sopra, tanto è insopportabile. Anche questo non è saggio.

 Le cose vanno un po’ meglio con la sapienza, che significa non essere superficiali nel considerare le cose del mondo e cercarne il senso profondo, tenendo conto delle tradizioni culturali, che razionalizzarono sulle esperienze e le idee del passato. La sapienza è anche un attributo dei gruppi e, anzi, matura necessariamente nell’interazione sociale. Si parte sempre, nell’organizzarsi la vita, da una certa sapienza che si è riusciti ad interiorizzare. La saggezza, virtù personale, né è il temperamento: questa è un’antica scoperta biblica. La sapienza saggia è la sapienza del cuore, una virtù religiosa molto importante che riluce nel salmo che fa

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore [salmo 90 (89), versetto 12 – Sal 90 (89), 12 - secondo versione CEI 1974].

 

 


lunedì 8 settembre 2025

Vite sprecate?


 

Vite sprecate?

   Si è parlato di “vite sprecate” a proposito delle persone adolescenti o giù di lì che non vivono le loro secondo il mito delle vite dei santi giovani proclamati ieri.

   L’idea di uno spreco di vita mi lascia un po’ perplesso. Può essere intesa nel senso che la vita debba essere spesa. Per come la vedo io, la vita è fatta semplicemente per essere vissuta. Implica la certezza della sofferenza, per fatti naturali, o per mano propria o altrui, e la probabilità di far soffrire. Ma anche la possibilità della gioia. Il Vangelo cristiano esorta alla gioia e a lenire le sofferenze altrui, il che dà gioia. Una concezione utilitaristica dell’esistenza, come anche la malvagità di voler far soffrire la gente o di abbandonarla alla sofferenza potendo far qualcosa, rovina la vita.

  Se ci ispiriamo all’esempio celeste, constatiamo che enorme spreco di risorse ne venga fuori. Lo scrisse Saul Bellow verso la fine del romanzo Il dono di Humboldt, del 1976: organizzare tutto un sole per riscaldare un povero vecchio in un ospizio.

 Ma anche una vita vissuta male, nella sofferenza e nella malvagità, non può dirsi sprecata, perché è stata pur sempre vissuta.

  La memoria dei santi, è accaduto anche per Francesco d’Assisi, diviene prigioniera del mito che le viene costruito sopra. Questo dipende dalla funzione politica della proclamazione della santità di una persona del passato. La si propone come esemplare, ed esemplare in quanto perfetta, e perfetta perché conforme a come l’autorità, in un certo tempo storico,  pensa la si voglia in Cielo. Molti lati della biografia di una persona fatta santa ne possono risultare omessi o alterati, nella costruzione di una sua leggenda.

  Dunque le persone giovani di oggi dovrebbero essere come i giovani santi  fatti ieri?

   Nella loro leggenda manca molto di ciò che impegna ai nostri tempi le persone giovani.

 Per dirne una: non c’è lo sviluppo delle relazioni sessuali, che è uno dei doveri sociali di chi cresce. E’ la natura a spingere a questo. L’etica sessuale proposta dalla nostra dottrina morale per le persone giovani è insostenibile. Lo si sa bene. Così la religiosità delle persone giovani è in genere minata da acuti sensi di colpa. Faticosamente i più trovano alla fine una loro vita accettata socialmente anche in religione, ma  in questo la religione non li aiuta. Nella prassi pastorale, vale a dire nelle relazioni liturgiche, educative e sociali con il clero di prossimità, ci si passa sopra, dando ai fatti l’importanza che meritano. Si parla, a questo proposito, di misericordia. Ma la teologia morale è spietata. Sembra che non si possa che fare così.

  Nella vita di uno dei giovani santi di ieri contò molto la passione politica. Aderì al Partito popolare di Luigi Sturzo in un momento in cui divenne rischioso farlo, per l’incrudelire del fascismo mussoliniano. Nel 1921 venne anche arrestato per aver difeso il suo circolo di Gioventù cattolica dalla polizia. Fu ostile all’alleanza tra popolari e fascisti, nel primo governo Mussolini. Condannò gli omicidi Minzoni e Matteotti, attuati per mano della teppaglia fascista. Ho letto che il  socialista riformista Filippo Turati lo ricordò così: «Tra l’odio, la superbia e lo spirito di dominio e di preda, questo cristiano che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo intransigente della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti». Temo che questa militanza politica abbia costituito a lungo una remora alla dichiarazione di santità. Ricordo che se ne parlava già quando, verso la fine degli anni ’70, entrai in FUCI e solo ora arriva. E nella leggenda costruita sul santo, il suo popolarismo democratico viene un po’ tenuto sullo sfondo. Egli capì il fascismo mussoliniano molto meglio del Papa che invece con esso perpetrò i Patti Lateranensi, nel 1929.

  L’idea di vite sprecate mi pare possa nascondere un profondo disprezzo per come le persone giovani realmente sono, in genere, alla loro età. Perché, con quel metro, sprecate lo sono gran parte delle vite giovani, anche di quelle degli ottantamila che erano ieri a piazza San Pietro, per la canonizzazione dei santi giovani.

  Di questo ero ben consapevole quand’ero anch’io un giovane cattolico  e ancor più lo sono ora. Nondimeno sono rimasto cattolico. A modo mio, come diceva Pietro Scoppola, del quale consiglio la lettura appunto del suo libretto Un cattolico a modo suo, Morcelliana 2008, scritto mentre si avvicinava per lui la fine. Racconta molte cose interessanti anche della sua gioventù cattolica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli.

 

 

domenica 7 settembre 2025

La santità al potere?

La santità al potere?

 

  La santità consiste in un particolare legame con il divino, che si rende manifesto nella vita di una persona, nella storia di un gruppo sociale, in una liturgia, in un ordinamento sociale, in certi fatti, in un luogo,  in un edificio, in altre cose di uso liturgico e non. È legata all’idea di perfezione e di esemplarità. Come tale, dal Secondo Millennio della nostra era e a lungo, nella nostra Chiesa la si vide in ciò che riguardava il clero e gli appartenenti ad ordini religiosi, lasciando da parte tutta l’altra gente. Divenne espressione di un sistema di potere  ecclesiastico e anche di una concezione di Chiesa in cui chi si manteneva libero da particolari stati ecclesiastici di vita era messo in secondo piano, quasi come una parte accessoria, che poteva esserci o non esserci. Durante il Concilio Vaticano 2º, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965, si cercò di riformare questa idea di Chiesa e il modello di santità che esprimeva. Da qui la proclamazione ecclesiastica della santità di molte persone libere da vincoli di stato ecclesiastico, comprese donne sposate del popolo (vi erano già state sante tra le sovrane sposate) e gente molto giovane.

  Oggi sono stati proclamati santi, appunto, due ragazzi morti a 15 e 24 anni.

  Per essere riconosciuti santi “giovani” occorre morire giovani. Questo perché si è riconosciuti santi solo dopo morti.

Comunque ci sono persone riconosciute sante  anche per la loro vita giovanile, come Francesco d’Assisi. Però non sono considerate sante giovani, se non sono morte giovani.

I saggi del Concilio Vaticano 2º insegnarono però che la vita di tutte le persone rileva religiosamente perché tutte sono chiamate a manifestare il divino in tutta la loro vita e anche in ciò che non è eroico. Da qui nuove possibilità di santità e anche a prescindere da una proclamazione ecclesiastica, che è in genere legata a esigenze di governo. È la ragione per cui non penso che gente come Girolamo Savonarola o Lorenzo Milani, molto critica verso il potere ecclesiastico del loro tempo, sarà mai proclamata santa. Lo stesso credo avverrà per Giorgio La Pira, già riconosciuto popolarmente come sindaco santo, per quanto molto paziente con i gerarchi religiosi.

  Di solito si tira in ballo l’esigenza di miracoli, in genere di tipo taumaturgico, considerati fantasiosamente come una sorta di conferma dal Cielo della santità di un candidato. Ma sono convinto che, quando si mette in moto la fabbrica dei santi, sollecitandone la devozione nelle masse, poi qualche guarigione inspiegabile esce fuori, come sempre accaduto nelle maggiori religioni. Personalmente sono legato all’idea di vocazione alla santità ma non a quelle suggestioni, in particolare per valutare la santità.

 Meno che mai lo sono verso certe usanze macabre, sempre legate alla santità “ufficiale”, come l’esposizione di cadaveri, imbalsamati e non, e di parti umane,  come scheletri interi e via dicendo. Purtroppo i corpi dei poveri neosanti di oggi vi sono stati assoggettati.

  L’idea di vocazione universale alla santità è molto importante nella riforma sinodale che papa Francesco ha avviato nell’ottobre 2021 e di cui però non è riuscito a vedere la fine. A ciò che leggo, si trascina ancora stancamente, in attesa che il nuovo Papa le dia nuovamente impulso.

 Un popolo di sante e santi ha titolo ad aver voce nelle cose della Chiesa, specialmente in quelle che lo riguardano più direttamente.

 In realtà è stato sempre molto importante, anche se la gerarchia ha potuto immaginare di farne solo un gregge docile. Non è solo per volontà di gerarchi e teologi che la nostra Chiesa è tanto cambiata e tanto rapidamente. Lo si vede, appunto, dalle sante e dai santi che proclama. Certo, ci trasciniamo dietro anche una schiera di santi per lo meno discutibili. La nostra storia ecclesiale è quella che è e in genere la gente di fede non mi pare del tutto consapevole di quanto sia stata orrenda.

  Una nuova santità al potere?

  Direi più realisticamente: un potere ecclesiastico che continua a usare la proclamazione della santità come strumento del proprio dominio, ma che, in questo, cautamente apre spazi alla dignità religiosa di tante vite che in passato non venivano considerate.

Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli