venerdì 27 giugno 2025

Perché la democrazia

 

Perché la democrazia

 

   Molte delle ragioni che si danno per preferire la democrazia non mi convincono.

  Non è, come dicono, il governo del popolo. Il popolo non esiste, è un’entità mitica: i miti servono, anzi ci sono indispensabili, ma i miti costruiti sull’idea di popolo sono stati anche malvagi. Esistono popolazioni, le quali, a differenza dei popoli, hanno caratteristiche che cambiano costantemente,  a seconda delle interazioni tra la gente. Il concetto di popolo viene costruito attribuendo arbitrariamente al gruppo di popolazioni che si vogliono dominare politicamente le qualità che servono allo scopo. Ad uno sguardo superficiale può funzionare, ma approfondendo non più. E’ sempre così con i miti. Ad esempio, gli italiani sono diversissimi tra loro e solo chiudendo gli occhi su questo possono essere pensati come un unico popolo. Non vivono tutti in Italia e non parlano tutti l’italiano. Non discendono da un’unica stirpe. E si potrebbe continuare. Una volta l’arcivescovo di Bologna Biffi disse che, prescindendo dalla religione cattolica, quello che li univa era la pastasciutta. Ma ci sono tante pastasciutte locali e non si pratica la religione in uno stesso modo.

  Si è considerati cittadini italiani in base a certi requisiti stabiliti da una legge dello stato. Attualmente lo si può diventare anche non avendo mai avuto una reale relazione con l’Italia e con le sue popolazioni. Lo osservò anni fa un politico australiano che disse di aver ottenuto la cittadinanza italiana solo perché i suoi avi erano italiani: lui non parlava italiano e, a parte quelle ragioni di stirpe, non aveva altre vere ragioni per essere considerato italiano.

  In democrazia il potere pubblico è nelle mani di oligarchie legittimate da procedure elettorali di massa. La differenza, rispetto ai regimi oligarchici non democratici, è nel sistema di limiti legali al loro potere e nel diritto di resistenza riconosciuto all’altra gente che è connaturato ad ogni sistema politico realmente democratico. Il potere pubblico, in sostanza, è esercitato da gruppi specializzati, non è un potere di tutti.

  Omnicrazia,  appunto potere di tutti, era il sistema politico evocato dal filosofo Aldo Capitini volendolo intensamente e attivamente partecipato dalle masse. Scrisse anche un libro con quel titolo nel 1967, quando le società europee occidentali, e quella italiana in particolare, cominciarono a cambiare velocemente. Lo contrapponeva a democrazia,  considerata caratterizzata dal principio rappresentativo, che è appunto quando ci si limita a eleggere rappresentanti in organi collegiali, come è il Parlamento. In realtà una democrazia di qualità deve comprendere forme di partecipazione attiva di massa, ad esempio nei partiti politici, ma anche in altri modi. Non è che con il voto si esaurisca tutto ciò che si può fare per partecipare al governo pubblico. Bisogna rimanere politicamente attivi, e questo è riconosciuto come diritto fondamentale in una democrazia di qualità, ad esempio nella nostra Costituzione repubblicana, all’art.49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

  Di fatto, in un sistema politico non democratico il potere pubblico tende a consolidarsi in sempre meno mani e sempre più a lungo, perché non trova limiti efficaci, e, in quel contesto, lo sono solo quelli a carattere rivoluzionario e violento. E’ ciò che caratterizzò il nostro Risorgimento, che si situa temporalmente tra il 1815, anno in cui si svolse il Congresso di Vienna in cui le potenze vincitrici sul regime francese di Napoleone Bonaparte dettarono regole e confini della loro nuova Europa, e il 1870, anno della conquista militare e della soppressione dello Stato pontificio, nel Centro Italia, con capitale Roma. Si trattò di un complesso di moti violenti e di sanguinose guerre. Non c’era solo l’anelito all’unità nazionale (di popolazioni che all’epoca erano ancora più diverse di adesso), sulla base di una mitologia costruita sull’antichità, ma anche quello a una rivoluzione democratica, per stabilire limiti ai regimi assolutistici e per ampliare la democraticità di quelli che ad un certo punto si erano rassegnati a introdurla, concedendo statuti, leggi fondamentali con le regole per l’esercizio del potere politico di vertice. Alla fine del processo, lo Statuto, quindi il regime democratico,  concesso da Casa Savoia, nel 1848, al suo Regno nel Nord Italia, denominato Regno di Sardegna dal 1720, quando aveva ottenuto la sovranità sulla Sardegna, che era considerata un regno, mentre il dominio territoriale dei Savoia era solo un ducato, il Ducato di Savoia, fu imposto a tutte le regioni cadute in mano dei Savoia con le guerre risorgimentali. E poi, dopo la Prima  Guerra Mondiale, anche agli altri territori riconosciuti al Regno d’Italia, vittorioso in quella guerra, a prezzo di stragi tremende. Rimase formalmente in vigore anche durante la dittatura del fascismo mussoliniano, ma senza essere più realmente praticato, fino a che, il 1 gennaio 1948, fu sostituito dalla nuova Costituzione Repubblicana, scritta dall’Assemblea Costituente dal giugno 1946 al 22 dicembre 1947.

 In un sistema democratico che funzioni, quindi dotato di effettività, la libera dialettica delle forze sociali porta a impedire il consolidarsi di posizioni dominanti che abusino delle loro prerogative. Questo consente l’evolvere della politica senza processi rivoluzionari violenti e, in particolare, senza che chi è al vertice tenti di bloccare l’espandersi del dissenso utilizzando la violenza politica. Di fatto, i regimi democratici si sono dimostrati più efficaci degli altri per sviluppare le potenzialità delle popolazioni, favorendo l’iniziativa nelle masse nel consolidare il sistema politico e nel produrre innovazioni sociali e politiche, tra l’altro con un minor dispendio di risorse. La repressione di massa è molto costosa e deprime l’iniziativa della gente, come apparve chiaramente nell’esperienza storica dell’Unione Sovietica, tra il 1917 e il 1991. Genera anche infelicità. Una delle utopie fondative delle democrazie contemporanee è quella di riconoscere alle persone il diritto alla ricerca della felicità, espressione che troviamo per la prima volta nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, del 1776.

  La felicità è un valore importante per le persone. Difficile però che, quando non si è più bambine e bambini, ci sia chi si prenda la briga di organizzarcela. Bisogna pensarci da sé: questa è appunto la ricerca della felicità. Spesso la politica si frappone tra noi e la felicità, quando un sistema oligarchico incancrenito pensa solo alla propria a scapito di quella delle altre persone. In democrazia, il sistema legale di contrasto agli abusi di potere, apre la strada alla propria ricerca della felicità, in genere associandosi ad altre persone, perché da sole si riesce a poco.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli