sabato 31 maggio 2025

Libertà

 

Libertà

 

 Definiamo libertà la condizione nella quale una persona o  un gruppo possono decidere tra varie alternative di pensiero e d’azione senza dover subire totalmente imposizioni di altre persone o gruppi o di un certo ordine sociale in cui sono inclusi.

  Gli esseri umani sono viventi sociali: le alternative di pensiero e d’azione tra le quali ritengono di dover scegliere sono sempre socialmente definite. Questo le rende plausibili. Non è quindi realistico pensare a una libertà assoluta. La libertà è sempre relativa  e precisamente relativa ad un certo contesto sociale.

  Gli esseri umani sono organismi: le facoltà decisionali dipendono dalle loro dinamiche mentali e queste ultime sono un prodotto fisiologico che si genera  prima che se ne sia coscienti ed in modo inconsapevole. La persona non è mai  libera rispetto a questa fisiologia.

  La libertà degli esseri umani è, infine, limitata dalla natura in cui sono immersi e dal grado di dominio che su di essa riescono ad ottenere, che ai tempi nostri è molto maggiore che nell’antichità ma comunque non assoluta.

  Non è mai realmente esistita e non esiste una persona che sia libera da quei condizionamenti. Una condizione di libertà assoluta può quindi essere soltanto immaginata. Sono possibili solo vari gradi  di libertà,  a seconda dei contesti sociali.

  Quando si sostiene che l’essere umano è stato creato libero,  intendendo una libertà assoluta,  si propone una condizione solo immaginaria. Di questo occorre essere sempre consapevoli, come anche del fatto che, nelle spiegazioni, può essere utile far riferimento a condizioni immaginarie per semplificarle. Nei ragionamenti filosofici, teologici e giuridici vi si ricorre spesso.

  Nella narrazione biblica del mito di Adamo ed Eva, queste due prime persone, immaginate come progenitrici della successiva umanità, ci sono presentate come già inserite in un ordine sociale in un tempo precedente ad ogni contesto sociale diverso da quello interpersonale a tu per tu. Una stranezza, che però non viene avvertita come tale, proprio perché la nostra esperienza è appunto sempre quella di una condizione di libertà relativa.  

  Nel Settecento, lo scrittore inglese Daniel Defoe [dəˈfoʊ/ si legge: de-FOU], nel romanzo Robinson Crusoe [kruːsoʊ  =CRÙ-so], immaginò la vita di un naufrago  su un’isola deserta per ventotto  anni, gli ultimi quattro vissuti con un uomo indigeno da lui salvato dai cannibali e chiamato “Venerdì”. Secondo Defoe, un uomo in quella condizione avrebbe continuato a determinarsi secondo l’ordine sociale della civiltà di appartenenza, nonostante la solitudine. L’ordine sociale è profondamente interiorizzato nella nostra psiche di viventi sociali.  Solo nella vita sociale può realmente cambiare, come accadde a Marco Polo quando, nel Duecento, si recò in Cina, in un mondo in cui le civiltà non erano globalizzate come ai tempi nostri.

  Cambiando il contesto ambientale e sociale cambiano le condizioni sociali di libertà. Questo accade nello sviluppo storico delle civiltà, ma anche passando da un sistema sociale di plausibilità ad un altro spostandosi da una regione all’altra del pianeta.

  Nei sistemi politici altamente evoluti del mondo contemporaneo le condizioni di libertà sono definite anche da un complesso sistema normativo formale, con atti normativi pubblici  e privati  deliberati secondo procedure legali,  indispensabile per mantenere una cooperazione sociale che consenta di sostenere la vita di un’umanità divenuta numerosa come  mai prima d’ora. Tuttavia  la plausibilità sociale di gran parte delle alternative di fronte alle quali si trovano gli esseri umani dipendono ancora da consuetudini e rapporti di forza informali.

  Nella predicazione cattolica contemporanea, ma in fondo in quella di tutti i tempi fin dai primi sviluppi comunitari dei cristianesimi, la libertà è presentata come un problema, in particolare come la fonte del peccato.

  Questo si è accentuato particolarmente nell’età moderna, dal Cinquecento europeo, quando, con gli sviluppi di civiltà cominciarono ad affermarsi come socialmente plausibili alternative diverse dal passato e corrispondenti ai nuovi modi di convivenza. La gerarchia cattolica, che dal Dodicesimo secolo, si era sempre più accentrata su un modello di Papato imperiale assolustico, vi reagì molto violentemente.

  Dal Seicento si andò affermando socialmente, tra le popolazioni europee, uno stile di vita secondo il quale le persone reclamavano spazi di libertà più ampi, in particolare quanto ai propri beni, al loro lavoro, al pensiero e alla sua espressione e all’associarsi per i fini più diversi, e in particolare, per partecipare al governo pubblico. Questo portò a contestare l’organizzazione dei sistemi politici ricevuti dalla tradizione passata e che escludevano o limitavano fortemente quelle libertà. Tra di essi vi era quello della gerarchia ecclesiastica cattolica. Questi sistemi politici tradizionali erano stati sacralizzati secondo il sistema mitologico cristiano. Sacralizzato significa che qualcuno o qualcosa viene presentato come voluto da un dio, quindi intangibile al massimo grado. Queste nuove pretese di libertà vennero quindi combattute come sacrileghe, aprendo così  un problema anche religioso.

  La nuova condizione di libertà che si venne affermando e che, progressivamente, da metà Ottocento  venne reclamata da strati sempre più estesi di popolazione, venne anche definita, quanto all’aspetto della persona, come libertà di coscienza, che si ritiene strettamente connessa con la dignità sociale  della persona.

  Nel 1864, con l’enciclica Con quanta cura  - Quanta cura del papa Pio 9°, la libertà di coscienza venne condannata; con la Dichiarazione Della dignità umana – Dignitatis humanae del 1965, solo un secolo dopo, venne invece riconosciuta.  Questo a conferma che gli ordinamenti di plausibilità sociale evolvono con l’evolvere delle civiltà di riferimento e che questo accade anche nelle religioni,  e anche nella nostra Chiesa, nonostante le pretese di eternità  di certi sistemi valoriali.

  Il dibattito in corso sulla sinodalità ecclesiale, vista come un principio di riforma ecclesiale basata sul riconoscimento della dignità delle persone di fede e non solo come un metodo di procedura decisionale, riguarda anche questi problemi.

  Se guardiamo al contesto evangelico e, in particolare al ministero pubblico del Maestro, ci accorgiamo facilmente che esso era connotato da un certo blando anarchismo, rispetto all’ordine sociale del giudaismo all’epoca corrente, ma in fondo anche rispetto al potere imperiale imposto dagli occupanti romani. Questa condizione è stata sempre storicamente rivendicata da molti  riformatori religiosi cristiani rispetto alle gerarchie ecclesiastiche, e anche, ad esempio,  dai movimenti politici di cristianesimo democratico rispetto agli ordinamenti sociali che intendevano riformare.

  Nella vita pubblica delle democrazie occidentali evolute si cerca di rendere il tema delle libertà materia di un dibattito pubblico improntato a criteri di egualitarismo e  ragionevolezza, quindi riconoscendo alle persone quella condizione di dignità sociale che corrisponde alle idee affermatesi nella modernità europea. Nella nostra Chiesa questo è ammesso in limiti angusti, posto che si ritiene che, alla fine, debba prevalere il criterio di selezione dell’autorità gerarchica. Di fatto questa pretesa è ampiamente disattesa dalle popolazioni di fede europee, che, sui vari dilemmi morali e politici che si presentano, si determinano secondo coscienza. La teologia morale, del tutto ragionevolmente, pone l’esigenza che quest’ultima sia sufficientemente informata. Purtroppo le tecniche di condizionamento sociale delle masse, che, originate nel marketing, per orientare i consumatori, da una decina d’anni sono  sempre più impiegate nella propaganda politica, vanno contro questa esigenza. Costituiscono quindi limitazioni alla libertà sociale delle quali spesso si rimane inconsapevoli, perché agiscono sulla mente al di sotto del livello di consapevolezza. Si parla allora di persuasori occulti.

  La libertà di coscienza richiede, quindi, di essere esercitata non nel chiuso del proprio sé personale ma in un ambito dialogico, cercando di chiarirsi realisticamente le situazioni e di prospettare il senso e i pro e i contro delle alternative plausibili. Questo è, ad esempio, il modo di procedere nei processi giudiziari. Ma è anche quello che viene proposto, da parte dei cristiani democratici, per la sinodalità ecclesiale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro  - Valli