Transizioni
«Le monarchie fanno tenerezza, perchè sono vulnerabili», dice una delle battute iniziali del protagonista del film Youth – Giovinezza, «perché basta che muoia una persona e tutto cambia, come nel matrimonio». Si potrebbe credere che questo sia vero anche nella nostra Chiesa, visto quello che sta accadendo in queste ore, e quello che accadrà nei prossimi giorni, ma, a mio avviso, si sbaglierebbe. Mi pare, in realtà, manifestazione di una religiosità piuttosto superficiale, in un mondo, che come si scrisse al tempo della morte di Karol Wojtyla, si interessa ai segni esteriori di una sovranità che sollecita l’immaginazione senza prestare veramente ascolto all’insegnamento del sovrano deceduto. L’Italia rimarrà la terra di popolazioni che manifestano un crescente distacco dalla fede cristiana, nei comportamenti individuali e collettivi, nelle intenzioni, nelle interrelazioni. E questo anche se la corte ecclesiastica che abita una Roma che, sotto questo profilo, è lo specchio del Paese, ancora riesce a ritualizzare un’antica immagine di sovranità sacralizzata, della quale gli altri poteri della Terra in qualche modo sono invidiosi, ambendo, senza molto successo, a replicarla lì dove dominano.
Perché dovrebbe stupire la triste agonia di un uomo quasi novantenne, triste come tutte le agonie, anche perché ci ricordano il destino di tutti noi viventi?
La religione insegna a vivere nella fede anche “l’ora della nostra morte”, citata alla fine dell’Ave Maria, una delle preghiere più amate dalla gente cattolica, composta, come ora si recita, dopo un tragico evento bellico, in cui si fece strage di cristiani e musulmani, ma non veramente per questioni di fede, quanto di dominio imperialistico, esattamente come accade ancora oggi in tutto il mondo, e anche in Europa, a poco più di due ore di aereo da Roma.
Ma, quando è in questione un sovrano, effettivamente, però, tutto cambia, almeno nell’organizzazione ecclesiastica, o almeno ciò può avvenire. Allora la sua fine non è come per gli altri morenti. Vi è la spietata ipocrisia di pensarlo sempre “al lavoro”, anche quando è evidente che pian piano si spegne. Non si vogliono cogliere i segni evidenti della fine che lo segnano sempre più quando viene esibito alla gente. Lo si pensa al comando, nonostante l'evidenza.
In fondo è, anche questo, un portato della dottrina dell’infallibilità, che, da poco più di un secolo, caratterizza molto l’esercizio della sovranità sacralizzata nella nostra Chiesa, per cui si immagina di rimanere saldi solo perché si è compatti intorno a un unico sovrano, che tuttavia deve affrontare la fine come ogni altra persona umana. E allora, quando accade, si vivono momenti di smarrimento.
Tra qualche giorno, all’incirca un mese o poco più, verrà insediato un nuovo sovrano e impareremo a conoscerlo.
Che rimarrà di quello che ieri ci ha lasciato, e che era venuto a noi di Roma dall’altra parte del mondo? In particolare della riforma sinodale che, che tra forti resistenze, aveva cercato di avviare? Questo non dipenderà dal nuovo sovrano, ma da tutti noi, perché la Chiesa è fatta da tutti noi. Spero che si sia capaci di continuare a provare a impersonare una religiosità misericordiosa, avendo nel cuore l’atteggiamento del samaritano della parabola, sulla via di Gerico, distaccandoci così dal tragico passato. Questo mi pare il centro dell’insegnamento del Pastore che, infine, a dovuto arrendersi al corso della natura, che domina tutti e tutto, nella speranza, però, della resurrezione, e che quindi non sia veramente l’ultima parola su di noi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli