sabato 19 aprile 2025

Credere

                                                              

Credere

 

  Nei cristianesimi che si praticano negli ambienti comunitari cattolici si dà molta importanza al "credere" e questo sulla base di antiche tradizioni. Viene considerato "Simbolo della fede", vale a dire espressione dell'adesione alla nostra fede, il testo del "Credo", frutto di Concili dell'antichità, che recitiamo liturgicamente nella Messa domenicale.

  Ci sono molti significati nei quali si intende questo credere. Uno è quello che riguarda il proprio personale legame alla Chiesa, con certe caratteristiche soprannaturali.  Un altro è quello che riguarda i miti sulla vita eterna. Poi ci sono altri enunciati storici e mitologici fondativi. 

  Le recenti indagini sociologiche, ad esempio quella quali-quantitativa diretta dal sociologo Roberto Cipriani [Roberto Cipriani, L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia, Franco Angeli 2021], ritenuta particolarmente affidabile,  ci rimandano l’immagine di popolazioni cattoliche italiane dalla fede incerta, vale a dire non veramente  convinta  di tutti quegli enunciati che in teologi si ritengono fondamentali per stabilire se una persona crede  o non e, soprattutto, non persuasa che tutta l’etica ritenuta inderogabile dalla teologia e dal magistero  per poter essere consideratə nella Chiesa lo sia veramente.

  Si pensa che quest’atteggiamento sociale nei fatti religiosi sia molto recente e che, in particolare, dipenda dallo scetticismo sul soprannaturale che prese piede in Europa, e poi nel mondo per la via delle colonizzazioni europee, dal Settecento, a partire dal movimento culturale e politico dell’Illuminismo, ma, se si cerca di avere una considerazione realistica della storia dei cristianesimi, fin dalle origini, si capisce presto che non è così: è andata sempre come ora. Dietro il modo in cui si crede vi sono sempre  stati fatti politici, prima relativi alle organizzazioni ecclesiastiche e poi alle istituzioni civili, quando le prime furono integrate in queste ultime, a partire dal Quarto secolo della nostra era.

  Ora vi voglio prospettare come problema, senza proporre una soluzione, un apparente paradosso: la politica è stata così importante nell’evoluzione storica dei cristianesimi, ma non c’è negli insegnamenti del Maestro, vale a dire nel suo vangelo, in particolare per come ci è stato tramandato nei quattro Vangeli che sono stati inseriti come normativi nella Bibbia dei cristiani, in quello che definirono Nuovo Testamento per distinguerlo dagli scritti ricevuti dall’antica tradizione giudaica.

 Al centro del vangelo vi è la conversione personale.

 Anche il famoso episodio del “date a Cesare quel che è di Cesare”, dal quale, soprattutto dal Secondo millennio si è voluto trarre un principio di divisione dei poteri tra autorità civili ed ecclesiastiche, non ebbe, all’origine valenza politica, in quanto quel detto non venne originato dalla richiesta di fornire criteri per l’organizzazione istituzionale della società ma da quella di chiarire come si dovesse comportare verso gli occupanti romani chi volesse essere giusto  davanti al Cielo, secondo la Legge che da lassù era stata data agli israeliti.

 

Gli chiesero: «Maestro, sappiamo che tu sei sempre sincero, insegni veramente la volontà di Dio e non ti preoccupi di quello che pensa la gente perché non guardi in faccia a nessuno. Perciò veniamo a chiedere il tuo parere: la nostra Legge permette o non permette di pagare le tasse all’imperatore romano?» [dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 21, versetti 16 e 17 – Mt 21, 16-17 – versione in italiano TILC  - Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  I modi in cui si è creduto  sono cambiati moltissimo nei due millenni della storia dei cristianesimi e le teologie hanno sempre  seguito quelle evoluzioni culturali, cercando tuttavia di argomentare una certa continuità dalle origini e, soprattutto, di legare la loro visione delle cose agli insegnamenti del Maestro, vale a dire di spiegare una tradizione  a lui risalente, compito assai arduo per quanto riguarda i temi politici, compresi quelli di politica ecclesiastica.

  La politica che non c’era negli insegnamenti del Maestro è stata costruita dopo, per rispondere alle esigenze di organizzazione e di interrelazione delle comunità cristiane e, in particolare, per legittimare, sacralizzandoli e così rafforzandoli vietandone la messa in questione sotto pena di interdetto religioso, i poteri ecclesiastici, in un primo momento, e poi anche quelli civili, insieme ai primi. Da qui, poi, l’idea del monarca cristiano che entrò in crisi dal Settecento, con l’innalzamento sempre più generalizzato delle popolazioni ad un ruolo più attivo in politica, in particolare con i processi democratici contemporanei. Un’evoluzione che, dagli scorsi anni Trenta, ha iniziato a coinvolgere anche l’organizzazione della nostra Chiesa, pervicacemente antidemocratica. E’ questo anche il senso del recente tentativo di riforma in senso sinodale.

  Se ne sottovaluterebbe la portata ritenendo che non abbia relazioni con il modo in cui  si crede. Del resto quel processo iniziò proprio con una serie di quesiti ai quali rispose la Commissione teologica internazionale  con il documento La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa del 2018

 

https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

   

  La relazione c’è e da essa discende un importante corollario: sebbene nelle cose della nostra Chiesa si cerchi di far discendere  ogni decisione dalla teologia, in realtà nei fatti organizzativi anche vi si risale, nel senso che ideando e soprattutto sperimentando nuove forme organizzative si fa già teologia, nel senso che si esprime, impersonandola, una evoluzione culturale strutturata socialmente, anche se la razionalizzazione formale seguirà solo più avanti, quando la cosa passerà nelle mani delle persone che fanno teologia a livello universitario e ci ragioneranno meglio sopra secondo l’arte loro.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli